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La disinformazione e la politica estera (Vita e Pensiero, 2023)

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Il libro di Serena Giusti mira ad inserire il dibattito sulla disinformazione nell’ambito dell’analisi della politica estera. Il libro infatti si interroga su come la manipolazione dell’informazione possa essere usata dagli Stati ma anche da altre entità al fine di alterare l’ambiente esterno e perseguire determinati obiettivi. Sebbene si annoverino molteplici episodi in cui falsità o alterazioni del reale abbiano influenzato il corso delle relazioni internazionali, tuttavia, è solo da pochi anni che la tecnologia ha offerto strumenti straordinari per confezionare contenuti verosimili e per renderli virali. Tali modalità si accompagnano ad altre più tradizionali come le narrative strategiche ed insieme arricchiscono lo strumentario della politica estera.

La diffusione di informazioni che intenzionalmente alterano o falsano la realtà costituisce una straordinaria leva di influenza di cui la politica si è ampiamente giovata: dal presunto attacco polacco alla stazione radio tedesca a Gliwice che la Germania nazista usò come pretesto per invadere nel 1939 la Polonia, per passare ai Pentagon Papers, i documenti riservati pubblicati nel 1971 dal New York Times e dal Washington Post che rilevarono che Stati Uniti avevano mentito ripetutamente all’opinione pubblica sulla situazione in Vietnam, fino ai dossier diffusi dalla Casa Bianca che imputavano a Saddam Hussein il possesso di un arsenale chimico e biologico e la volontà di dotarsi di armi di distruzione di massa che costituirono le argomentazioni su cui nel 2003 Stati Uniti e Regno Unito fondarono il loro intervento militare in Iraq, per arrivare ai tentativi di alcuni Stati o gruppi di condizionare l’esito di importanti elezioni politiche, come quelle presidenziali del 2016 negli Stati Uniti, e più recentemente alla creazione di narrative strategiche da parte della Russia per giustificare l’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022. 

E’ però grazie all’utilizzo delle piattaforme che la disinformazione acquisisce un ruolo strategico di primo piano: da strumento di propaganda prevalentemente diretto verso l’interno essa diventa uno strumento diretto anche verso l’esterno. Le piattaforme infatti consentono a qualsiasi soggetto (garantendone l’anonimato) di raggiungere alti livelli di sofisticazione nella costruzione di verità manipolate, pseudo verità, falsità verosimili e falsità vere e proprie. Altrettanto facilmente tali costruzioni possono raggiungere pubblici globali, annullando il confine tra vicino e lontano, domestico ed estero e trascendendo la stessa entità statuale. Se la produzione e distribuzione della disinformazione tramite piattaforme è egalitaria, al contrario, il suo svelamento è esclusivo in quanto richiede conoscenze approfondite, capacità cognitive sviluppate, l’accesso a dispositivi informatici, come l’intelligenza artificiale. Quanto più la manipolazione e la diffusione della disinformazione si avvalgono di strumenti tecnologicamente avanzati tanto più gli individui, le società e gli Stati rischiano il caos cognitivo. 

In principio, tutti gli Stati possono (a seconda anche del loro regime politico) ricorrere a questo strumento di influenza e esserne contemporaneamente vittime. La disinformazione è perciò una opportunità ed una minaccia che colpisce sia in maniera lineare – da Stato a Stato –che non lineare se prodotta da attori non statuali operanti o meno alle dipendenze di uno Stato terzo o del tutto in autonomia. Tale situazione non solo rende difficile individuare l’emittente della disinformazione ma anche attuare politiche di prevenzione e di contrasto. In altri termini, l’attribuzione di responsabilità è ardua e ciò fa sì che gli Stati o altri attori possano agire alquanto impunemente. E l’impunità, di cui possono godere i trasmettitori, i veicolatori (specialmente se usano le piattaforme) e i viralizzatori (anche grazie a bots e trolls), conferisce alla disinformazione una formidabile attrattività. 

Il tema della disinformazione nella politica contemporanea raggiunge la ribalta con le elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti che seguirono di pochi mesi l’esito del referendum sulla Brexit nel Regno Unito. Per la prima volta, dalla fine della guerra fredda, un Paese, la Russia, fu sospettato di aver utilizzato la disinformazione per condizionare il risultato di un referendum con importanti implicazioni per la politica estera britannica e per il processo di integrazione europea e di aver tentato di orientare l’elettorato americano nella scelta della massima carica politica del Paese. In entrambi i casi, è emerso che la disinformazione prodotta dall’esterno abbia beneficiato di debolezze interne, mettendo in luce la stretta connessione fra dimensione interna ed esterna. Un clima politico caratterizzato da conflitti e tensioni interni ed inquinato dalla creazione di notizie false al fine di diffamare l’avversario o la controparte politica consente ad attori esterni di poter più facilmente penetrare l’ecosistema informativo nazionale. 

La disinformazione solitamente non costituisce una azione episodica ma è piuttosto parte di una strategia più ampia ed articolata che si può avvalere di vari strumenti fino ad essere ancillare a configurazioni di guerra ibrida. Indipendentemente da chi la eserciti, la disinformazione si caratterizza per essere uno strumento di inganno e quindi malevolo che può non solo trasformare un conflitto che nasce online in uno offline ma anche essere propedeutica allo scoppio di una guerra tradizionale e accompagnarla nella sua evoluzione, diventando essa stessa strumento di escalation. La disinformazione è soggetta quindi ad un processo di ‘weaponization che la rende affine ad altri strumenti appartenenti alla categoria dell’hard power. Essa non sarebbe perciò un mezzo a cui ricorrono gli Stati militarmente più deboli ma un mezzo che arricchisce lo strumentario di tutti i soggetti agenti nel SI. In questa prospettiva, il suo impiego interroga su etica e opportunità politica e su quanto la natura dei regimi politici sia determinante nell’opzionarla quando gli obiettivi di politica estera sono tradotti in tattiche. 

La disinformazione può rappresentare una vera e propria minaccia alla sicurezza internazionale se perseguita come una forma di ingerenza o addirittura un vero e proprio attacco. Essa è entrata nell’ambito della sicurezza sia in termini attivi – ossia quando intende minare la sicurezza altrui – che in termini passivi – ossia quando si è costretti a difenderci dagli attacchi altrui. In questo caso, gli Stati possono sviluppare meccanismi di controllo pervasivi accompagnati da misure restrittive sull’accesso a internet, alle piattaforme e ai social media, limitando gravemente le libertà individuali in nome della sicurezza nazionale. 

Il libro come obiettivo quello di sviluppare una bussola analitica ed un apparato concettuale di sostegno all’analisi e conoscenza dell’uso della disinformazione nella politica estera soprattutto a partire dal 2016 quando le fake news irruppero sulla scena politica internazionale fino all’inizio alla guerra della Russia contro l’Ucraina. Il primo capitolo 

Il libro si apre con un capitolo introduttivo che delinea i confini epistemologici della disinformazione, fornendo un apparato concettuale di riferimento. Il secondo capitolo descrive come la disinformazione entri a fare parte dello strumentario della politica estera e con quali effetti. I capitoli centrali del libro – terzo, quarto e quinto – analizzano alcuni casi di studio al fine di osservare come disinformazione sia utilizzata in politica estera. Il terzo capitolo è dedicato all’intervento degli Stati Uniti, in Iraq nel 2003 quando i fatti furono manomessi dalla presidenza al fine di legittimare la guerra che fu sostenuta anche da altri Paesi, corroborando di fatto la bontà di quella operazione. Il quarto capitolo esamina lo stretto legame fra la dimensione interna ed esterna della disinformazione emersa nitidamente in occasione del referendum del 2016 tenutosi nel Regno Unito sulla possibilità per il Paese di uscire dalla Unione europea (Ue). Il quinto capitolo invece mostra il ruolo che la disinformazione ha nella formulazione della politica estera della Federazione russa e come questa ne sia diventata un elemento strutturale sia in tempo di pace che di guerra. In particolare, la guerra in Ucraina rileva una varietà di applicazioni della disinformazione che accompagnano tutte le fasi della guerra stessa dalla sua preparazione alla sua conduzione e possibilmente conclusione. Infine, il sesto capitolo valuta come alcune organizzazioni, in particolare l’Ue, in mancanza di una governance globale sull’uso delle piattaforme, reagiscano all’impiego malevolo della disinformazione nei rapporti tra gli Stati. Nelle conclusioni si delineano alcune riflessioni e si accenna a nuove piste di ricerca nell’approfondire la connessione fra disinformazione e politica estera.

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