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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaProve di disgelo fra Turchia ed EAU, perché ora?

Prove di disgelo fra Turchia ed EAU, perché ora?

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Dopo un decennio di tensioni politiche, Ankara e Abu Dhabi sono in procinto di risanare le relazioni bilaterali. La recente visita di Mohammed Bin Zayed al Nahyan ad Ankara simboleggia una nuova fase storica nelle relazioni fra i due attori rivali. Quali sono i motivi dietro a questo riavvicinamento e perché proprio ora?

Ankara e Abu Dhabi, dalla guerra fredda al disgelo

A quasi un decennio dall’ultima visita e dopo anni di tensione, Turchia ed Emirati Arabi Uniti sembrano sul punto di inaugurare una nuova fase delle relazioni bilaterali. Lo scorso 24 novembre, il Principe Ereditario emiratino, Mohammed Bin Zayed al Nahyan, si è recato ad Ankara per incontrare il Presidente turco Erdogan. Nel corso dell’incontro sono stati siglati una dozzina di memoranda nel settore finanziario, energetico, e in quello delle infrastrutture tra il Fondo d’Investimento statale emiratino, l’ADQ, e l’Ufficio Presidenziale per gli Investimenti turco. Oltre a questi MoU, spicca anche un accordo di investimento di 10 miliardi di dollari da parte degli Emirati, come riferito dal CEO della Abu Dhabi Developmental Holding Company. Durante l’incontro si è discusso inoltre di un potenziale accordo di swap valutario tra le rispettive Banche Centrali e del crescente interesse emiratino nel settore della difesa turco. Secondo alcune fonti turche, il Principe ereditario emiratino avrebbe manifestato al Presidente turco l’intenzione di investire anche altri 100 miliardi di dollari complessivi nell’economia turca nei prossimi anni. I primi segnali di apertura si erano avuti già nei mesi scorsi, con alcune conversazioni telefoniche fra le parti e con la visita, lo scorso agosto, di Tahnoun Bin Zayed al Nayhan, Consigliere per la sicurezza nazionale degli EAU. Il prossimo dicembre il Ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu si recherà ad Abu Dhabi per incontrare il suo omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, in quello che sarà con molta probabilità un meeting che aprirà la strada alla visita di Erdogan nei prossimi mesi, come annunciato dallo stesso leader turco in una recente intervista.

Questi ultimi sviluppi diplomatici sembrano porre la parola fine ad un periodo di tensione politica che è stata capace di plasmare l’ordine geopolitico della regione mediorientale, e non solo, nell’ultimo decennio. La competizione fra Turchia ed Emirati Arabi Uniti, nonostante l’asimmetria di forze sul campo, ha fomentato un’ondata di instabilità in numerose aree: dalla Libia, dove i due rivali hanno sostenuto schieramenti opposti, al Corno d’Africa dove entrambi i Paesi ambiscono ad aumentare la propria influenza a scapito dell’altro, passando per il Mediterraneo Orientale, dove Abu Dhabi ha sviluppato un’intesa sempre più forte con Grecia e Cipro in funzione anti-turca. Le origini delle tensioni fra i due Paesi vanno ricercate nello scoppio delle c.d. “Primavere Arabe” e nell’aperto sostegno turco alla Fratellanza Musulmana e le sue ramificazioni in Medio Oriente e Nord Africa. Alcune monarchie del Golfo, tra cui gli Emirati, percependo quei mutamenti politici e sociali come una minaccia per la loro stabilità interna e compreso il sempre minore interesse americano verso la regione, cominciarono a vedere la Turchia e i suoi partner come una potenza da contenere tanto diplomaticamente quanto militarmente. Nel corso dell’ultimo decennio, Abu Dhabi ha adottato una narrativa sempre più anti-turca, sostenendo, ove possibile, movimenti o figure politiche agli antipodi con gli interessi di Ankara, come nel caso della deposizione del Presidente egiziano Morsi nel 2013 e il conseguente supporto al Generale al-Sisi. Gli Emirati hanno inoltre aspramente criticato l’operato turco in Siria, specialmente in occasione delle operazioni militari turche in funzione anti curda, così come il rafforzamento dell’asse con il Qatar, ritenuto da Abu Dhabi come un tentativo di minare la stabilità dei Paesi del Golfo. In questo senso, le parole dell’allora Ministro degli Esteri emiratino Anwar Gargash ridanno l’immagine di quel clima di tensione:

L’esercito turco in Qatar è una fonte di instabilità per la regione. La nostra regione non ha bisogno di protettori regionali o il ristabilimento di vecchi legami coloniali”.

D’altro canto, anche la Turchia ha sostenuto una narrativa dai toni fortemente anti-emiratini, specialmente a seguito del fallito golpe del 2016, quando molti esponenti dell’AKP accusarono Abu Dhabi di aver sostenuto i golpisti. Ankara ritiene inoltre che l’operato silente degli Emirati si celi dietro i tentativi di allontanamento del precedente governo tunisino dalla Turchia, mentre molti media filo-governativi turchi continuano ancora oggi a suggerire che la deposizione del regime di Omar al-Bashir in Sudan, molto vicino ad Ankara e Doha, facesse parte dei calcoli strategici di Abu Dhabi per contrastare l’influenza turca nella regione. Questa competizione, che si è chiaramente consumata anche sul piano mediatico, è servita anche a  rafforzare la tenuta interna ed esterna di entrambi i regimi: per gli Emirati, il contrasto alla Turchia ha facilitato enormemente l’avvicinamento ad attori europei come Francia, Grecia e Cipro, aprendo a possibili alleanze strategiche in un’area particolarmente importante come il Mediterraneo Orientale; per Ankara, invece, l’azione degli EAU ha contribuito ad alimentare la narrativa populista del Presidente Erdogan secondo cui la Turchia è un Paese sotto attacco da potenze esterne che mirano a frenarne le ambizioni, tema questo particolarmente ricorrente nei suoi comizi.

A cosa è dovuto questo riavvicinamento e perchè ora?

Gli sviluppi ai quali si sta assistendo nelle ultime settimane sarebbero sembrati impensabili alla luce della competizione multidimensionale che i due attori hanno portato avanti fino a pochi mesi fa. Numerosi sono i fattori, interni ed esterni, che hanno facilitato questo riavvicinamento:

Sul fronte esterno, l’elezione di Biden ha condotto entrambi i Paesi a rivalutare il loro approccio in politica estera. Per quanto concerne gli Emirati, l’ormai manifesto disengagement americano dal Medio Oriente ha alimentato i dubbi emiratini circa il reale interesse di Washington ad intervenire in loro favore nelle varie crisi regionali ancora aperte. Questo fattore ha condotto Abu Dhabi ad inaugurare un nuovo corso di politica estera, maggiormente improntato al dialogo e alla cooperazione con gli attori chiave regionali, tra cui la Turchia. Per quanto concerne Ankara, l’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca ha comportato un sostanziale ripensamento del suo rapporto con i tradizionali rivali regionali: Egitto, Arabia Saudita ed EAU. L’elezione di un Presidente americano che fin dalla campagna elettorale aveva promesso una postura molto più dura ed intransigente verso il Paese della mezzaluna ha infatti spinto Ankara a cercare di ricucire i rapporti diplomatici ed economici con quegli attori regionali con i quali era entrato in rotta di collisione. Questo riavvicinamento, in corso già da diversi mesi e monitorato su queste colonne, è stato anche funzionale a far uscire Ankara dall’isolamento diplomatico nel quale era inevitabilmente incappata come conseguenza di una politica estera fortemente assertiva. Fondamentale per questa distensione è stata inoltre la diminuzione del supporto turco alla Fratellanza Musulmana, fattore che negli ultimi anni aveva costituito la base della contrapposizione politico-ideologica con gli altri rivali regionali.

Sul fronte interno, per quanto concerne la Turchia, un riavvicinamento agli Emirati potrebbe rivelarsi fondamentale per risollevare le sorti dell’economia. Da ormai un anno e mezzo il valore della lira turca è in costante declino, diretta conseguenza della politica presidenziale di tenere bassi i tassi di interesse ad ogni costo. Questa strategia ha condotto nell’arco di pochi mesi ad una svalutazione vertiginosa rispetto al dollaro (oggi 1$ è pari a 13.2TL) e all’aumento del tasso di inflazione (oggi oltre il 20%), le cui conseguenze negative cominciano ad essere visibili sul prezzo dei beni di prima necessità e sugli standard di vita della popolazione turca. Il Presidente turco Erdogan aveva costruito il suo consenso negli anni grazie ad una costante crescita economica e al miglioramento delle condizioni di vita media, tuttavia, la crisi in cui versa il Paese negli ultimi anni si sta rivelando fatale per il consenso del suo partito, specialmente in vista delle elezioni del 2023. Per questo motivo, la Turchia ha un urgente bisogno di attrarre capitali ed investitori e in questo senso il riavvicinamento ad Abu Dhabi potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la tenuta dell’AKP. Sul fronte emiratino, invece, il riavvicinamento ad Ankara rappresenterebbe al tempo stesso una necessità e un’opportunità. Necessità, in quanto Abu Dhabi ha bisogno di ridurre la portata, e soprattutto i costi, del suo coinvolgimento regionale per focalizzarsi maggiormente sulla ripresa post-pandemica; per questo motivo, una diminuzione della tensione con la Turchia potrebbe tradursi, specialmente in questa fase di difficoltà economica per Ankara, in concessioni politiche in cambio di favori economici. Opportunità, in quanto la precaria situazione finanziaria della Turchia potrebbe fornire agli Emirati delle condizioni particolarmente favorevoli e convenienti per investire nell’economia turca. Per questi motivi entrambi i Paesi sembrerebbero aver accantonato le rispettive retoriche e le rispettive posizioni massimaliste in favore di un emergente approccio pragmatico che punti ad una soluzione win-win per entrambi.L’ondata di normalizzazioni delle relazioni alle quali si sta assistendo in Medio Oriente suggerisce l’inizio di un nuovo ordine regionale post-americano: dagli accordi di Abramo fino alla più recente distensione fra turchi, egiziani, sauditi ed emiratini, passando per la rinnovata fase di dialogo fra Arabia Saudita e Iran e la fine della crisi del Golfo, sembra che i vari attori regionali stiano reagendo al disengagement americano con la necessità di farsi direttamente carico della stabilità mediorientale preferendo, almeno in questa fase, la cooperazione all’aperta competizione. Ciò avviene in un momento particolarmente delicato per la regione e non solo, in cui gli shock globali, dall’aumento del prezzo del gas naturale agli effetti nefasti che la pandemia ha avuto sul commercio e sull’economia mondiale, impongono un necessario ripensamento alle agende di politica estera.

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