Donald Trump, nelle sue dichiarazioni all’Assemblea Generale ONU, si è espresso in modo molto forte sul tema dell’immigrazione, con toni particolarmente critici nei confronti dell’operato europeo, e non solo. Qual è il contesto in cui si pongono e qual è la base fattuale di tali affermazioni?
Il discorso pronunciato dal presidente americano, lo scorso 23 settembre, all’80esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stato descritto dalla stessa Casa Bianca come una potente censura al “globalismo che ha alimentato innumerevoli conflitti e caos” e come “un’audace visione di Stati sovrani” impegnati nelle varie sfide tra cui, in particolare, quella migratoria. I passaggi che hanno suscitato maggior dibattito sono stati quelli contenenti il rimprovero alle politiche europee, che secondo il capo di Stato USA stanno mandando i Paesi UE “all’inferno”, il biasimo alla condotta delle agenzie UN, IOM e UNHCR, implicitamente menzionate, e l’auto-elogio alle scelte americane in materia di immigrazione. Questi 3 punti necessitano, quindi, di analisi specifiche per poter comprendere e valutare i commenti fatti dal Presidente.
Le politiche europee
“È ora di porre fine all’esperimento fallito delle frontiere aperte…i vostri Paesi stanno andando in rovina”. Trump, con queste parole, ha fatto appello all’Europa, chiedendo una chiusura dei confini e l’espulsione degli stranieri, accusati di “distruggere il patrimonio” europeo, e proponendo una linea nazionalista che segua il modello statunitense. In realtà, l’Unione Europea non garantisce il libero ingresso nel proprio territorio ed anzi, negli ultimi anni, ne ha limitato l’accesso, con regolamentazioni più stringenti, previste dal comune patto per l’immigrazione e l’asilo, adottato proprio con l’intento di rendere i confini esterni più sicuri.
Statisticamente parlando, stando ai dati prodotti da Frontex, gli attraversamenti irregolari delle frontiere europee sono scesi del 25% nel 2024 rispetto all’anno precedente, raggiungendo il livello più basso dal 2021, con un’ulteriore riduzione del 18% nei primi 7 mesi del 2025. In più, come dimostrato dall’Eurobarometro, la percentuale di non-cittadini presente in Europa viene fortemente sovrastimata, quando di fatto, secondo l’Eurostat, essa costituisce meno del 7% della popolazione europea totale. Tale distorsione potrebbe essere spiegata con la sovraesposizione mediatica all’argomento, alimentata da quei partiti nazionali che fanno dell’immigrazione un tema politico identitario, riconducendolo, quasi esclusivamente, ad un problema di sicurezza e criminalità. Peraltro, nella maggior parte dei casi, si tratta di persone che, arrivate tramite i canali di migrazione legali, portano un giovamento economico all’EU, non solo supplendo alla carenza di personale in settori lavorativi essenziali o altamente specializzati, ma anche contribuendo ad un aumento del reddito regionale pro capite e degli scambi commerciali, come analizzato dall’OECD.
Il ruolo delle agenzie UN
Contrariamente alla visione allarmistica di Trump, che ha affermato “le Nazioni Unite stanno finanziando un attacco ai Paesi occidentali e ai loro confini…l’ONU dovrebbe fermare l’invasione, non crearla né finanziarla”, le agenzie ONU che si occupano di migranti, tanto l’UNHCR quanto l’IOM, soprattutto negli ultimi anni, sono risultate fondamentali nella gestione di problematiche centrali, come quelle dei rifugiati ucraini e degli arrivi dal Nord Africa.
L’UNHCR, infatti, al di là del generale supporto agli Stati europei nell’implementazione del patto su migrazione e asilo, coordina il piano di risposta regionale per i rifugiati ucraini, impegnandosi a garantire loro l’accesso allo status legale, alla protezione e ai diritti nei Paesi ospitanti. Inoltre, già alla fine del 2024, l’agenzia ha fornito, sul territorio ucraino, servizi di protezione e sostegno a più di 610.000 persone. In aggiunta, in collaborazione con il ministero ucraino per la ricostruzione, l’UNHCR sta lavorando alla piattaforma Ukraine is home, finalizzata non solo a facilitare l’ottenimento di sussidi per riparare i danni causati dal conflitto ma anche a fornire informazioni aggiornate a coloro che desiderano rientrare nel proprio Paese.
L’IOM, invece, nel suo approccio globale alla migrazione, in ragione del quale ha, tra l’altro, supportato lo sviluppo a livello ONU del Global compact per la migrazione, si occupa dell’area del Mediterraneo attraverso l’ufficio COMED. Questo, attraverso numerosi progetti, interviene in diversi ambiti tra cui: la prevenzione al traffico di esseri umani; il ricollocamento; il sostegno tecnico alle autorità di frontiera nazionali; l’integrazione socio-economica degli immigrati. L’attività dell’IOM nella quale l’Italia, nello specifico, è maggiormente coinvolta è il programma regionale di sviluppo e protezione per il Nord Africa, che da un lato rafforza la protezione dei migranti, anche supportando il welfare delle società ospitanti, e dall’altro offre alternative valide alla migrazione irregolare e assiste nei percorsi volontari di ritorno e reintegrazione.
La scelta americana
Il Presidente americano ha, poi, fatto notare che “per quattro mesi consecutivi, il numero di ingressi illegali negli USA è stato zero. Il nostro messaggio è molto semplice: se entri illegalmente negli Stati Uniti, finirai in prigione o tornerai da dove sei venuto”. Effettivamente la linea dell’amministrazione trumpiana sull’immigrazione è stata molto chiara fin dall’inizio del suo mandato, con 181 ordini esecutivi nei suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca, volti a ridurre gli arrivi di nuovi immigrati e a deportare non-cittadini. Ciò ha fatto sì che a giugno di quest’anno la popolazione straniera ha avuto il primo ribasso, di più di un milione di persone, dal 1960.
Gli effetti di tale politica non si sono ancora del tutto realizzati, ma si iniziano a mettere in luce dei risvolti negativi, già preannunciati da diversi economisti tra cui Ben Powell, i ricercatori dell’American Enterprise Institute e Robert Lynch, affermato professore americano, specializzato in politiche economiche per la crescita, alla cui analisi fanno riferimento i dati di seguito illustrati. Considerando il numero di immigrati irregolari e il loro impiego in settori specifici, come quello agricolo e manifatturiero, la loro rimozione dal mondo del lavoro avrebbe un impatto sostanziale sull’economia, consistente in un calo a lungo termine del PIL del 5.7%, insieme ad un aumento dell’inflazione. Inoltre, i cittadini americani non otterrebbero maggiori posti di lavoro, perché il costo del lavoro stesso aumenterebbe, essendo, le occupazioni degli immigrati, complementari e correlate.
In realtà, piuttosto che utilizzare spiegazioni di tipo economico, il Presidente americano porta avanti tale linea politica, suo cavallo di battaglia fin dalla campagna elettorale, soprattutto collegandola al tema della sicurezza interna, come esplicitato dallo stesso motto “make America safe again”, in merito a cui l’amministrazione può vantare una riduzione generale di crimini del 18%.
Risulta evidente, dunque, come le politiche che si occupano di immigrazione determinino conseguenze importanti su vari aspetti della vita di un Paese, motivo per cui è difficile definire una formula perfetta. Sicuramente la gestione dei flussi umani è un impegno che assorbe grandi energie alle realtà statali ma, proprio per questo, il coordinamento internazionale, realizzato, in particolare, attraverso la collaborazione con le sopra-menzionate agenzie intergovernative, risulta centrale. È, inoltre, necessario considerare le potenzialità positive, anche in ambito economico, della stessa immigrazione e non dipingerla come causa di rovina delle società europee e nord-americane, come emerge, invece, dal discorso del Presidente americano.

