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Il discorso di Putin e la Crisi in Ucraina: perché la geografia conta

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Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto un discorso in cui ha riconosciuto l’autonomia delle repubbliche indipendentistiche di Lugansk e Donetsk. Perché la mossa ha suscitato scalpore e qual è la prospettiva che la Federazione lancia? Si tratta di un passaggio strategico ben studiato, che alcuni osservatori ritengono azzardato – sia nei confronti di Kiev sia dell’Occidente e dello schieramento Nato che potrebbe costare caro a Mosca – mentre altri rievocano i precedenti storici più recenti, in cui i passi in avanti aggressivi della Russia hanno portato all’obiettivo di estendere il proprio territorio di riferimento e di mettere a nudo le debolezze degli avversari e l’indecisione del principale competitor strategico, gli Stati Uniti.

Nell’agosto del 2008 il primo del mese Putin rispose al tentativo militare del presidente georgiano Mikheil Saakashvili con una strategia che portò all’indipendenza delle due regioni georgiane di Abkhazia e Ossezia del Sud. In quel caso, l’operazione durò in totale dodici giorni e si concluse a favore della Russia, mentre Tbilisi contava sul supporto statunitense che non fu mai garantito, se non con dichiarazioni ufficiali alle quali non fece seguito l’invio di truppe né di supporto militare.

L’altro episodio, più volte rievocato nei giorni scorsi, è quello del 2014 in Crimea, quando all’invio di mezzi militari russi fece seguito il referendum del 14 marzo per l’indipendenza della penisola che sancì, nei fatti, il distacco dall’Ucraina a favore della Russia con il 95,5% dei voti favorevoli. Il voto popolare, contestato dall’Occidente nelle modalità e nella sostanza vista la presenza di mezzi militari russi, garantì a Mosca l’accesso al Mar Nero e a posizioni geopoliticamente strategiche, non solo dal punto di vista energetico ma anche meramente simbolico: basti ricordare che solo un mese prima le olimpiadi invernali si tennero a Sochi, città che nell’immenso territorio russo dista soltanto 400 chilometri dalla Crimea e – non casualmente – 40 chilometri dall’Abkhazia.

Una geografia altamente simbolica – rimarcata da pochi, a dire il vero –, in un momento storico altrettanto simbolico, in cui gli occhi del mondo sportivo erano già tutti rivolti al contesto russo. Solo venti giorni dopo la conclusione delle Olimpiadi si formalizzò l’indipendenza della Crimea, mossa che assicurò a Putin un importante ritorno di immagine in patria e un incremento nell’approvazione popolare interna. Da lì, la storia delle sanzioni da parte di Stati Uniti e UE è nota.

Oggi, lo schema tattico di Putin sembra ricalcare le mosse attuate in quelle fasi: ingresso militare nei territori secessionisti in virtù della contiguità geografica e dell’appartenenza etnico-culturale (ieri stesso Putin si è rivolto ai “suoi compatrioti in Ucraina”, usando lo schema del “Russkiy Mir”), per poi affondare il colpo con relativa certezza. Secondo questa modalità operativa, si assicura un duplice obiettivo: 1) estendere nuovamente il proprio territorio di riferimento e 2) mostrare i muscoli e, al contempo, far vedere al mondo le debolezze di un Occidente diviso tra l’indecisione statunitense e le oscillazioni europee (che dalla Russia importa circa il 41% del proprio gas), tra dichiarazioni di facciata e interessi particolari che coinvolgono tutti i paesi europei, primariamente la Germania e l’Italia, ancora una volta sullo sfondo.

La geografia conta, direbbe qualcuno: essa ricomprende non solo gli spazi d’azione strategica ed energetica, militare e di competizione, ma anche riferimenti storici, etnici e linguistici che non sono mancati ieri, per giustificare le rivendicazionio del Cremlino. Il presidente russo ha fatto riferimento all’Ucraina non come paese “vicino”, ma come “parte inalienabile della nostra stessa storia, cultura e spazio spirituale”. Ha parlato degli ucraini non come “colleghi” ma come “compagni e amici”, “parenti e persone legate dal sangue e da legami famigliari”. Il riferimento è a relazioni immediate, prossime, si potrebbe dire a una “comunità” fatta di appartenenze storiche e inscindibili. Il punto di vista – geografico e metaforico – è volutamente quello di Mosca, non certo di Kiev: quando ha parlato delle due regioni ucraine si è riferito al Sudovest della Russia e non al Sudest di Kiev, rivendicando oltretutto l’identità storico-geografica alla religione “cristiano ortodossa” quale elemento culturale, o meglio di “culto”, cruciale nella Russia putiniana. Si tratta di messaggi espliciti con una potenza narrativa e propagandistica dirompente.

Nel discorso di ieri il presidente russo ha ripercorso le tappe storiche che hanno delineato la geografia politica e gli attuali confini dell’Ucraina, a partire dalla rivoluzione bolscevica, arrivando a parlare dell’“Ucraina di Vladimir Lenin” e di un’entità statuale fittizia che nel tempo ha centralizzato i poteri dimenticando, nei fatti, le realtà territoriali marginali e le loro peculiarità etnico-territoriali. In tale rivendicazione delle identità locali ha fatto esplicito riferimento al nazionalismo come un “virus”.

I riferimenti storici e politici sono chiari: l’Ucraina è considerata un’anomalia geografica da rivedere, a partire dalla regione orientale del Donbass e dalle due repubbliche indipendentistiche riconosciute dal Cremlino. Si tratta ora di comprendere alcune questioni strategiche dirimenti: 1) la Russia intende fermarsi al Donbass oppure, come sostiene Enzo Reale su Atlantico Quotidiano, punta in realtà a Kiev? 2) come reagirà l’Occidente sia nella figura degli Stati Uniti sia, ancor più, in quella dell’Unione Europea? 3) come si ridefiniscono gli assetti strategici mondiali, vista la vicinanza di Cina e Iran alla Russia?

Per quanto riguarda il primo punto, pur tenendo conto del diretto coinvolgimento che una simile mossa comporterebbe per i paesi europei, sembrerebbe ad avviso di chi scrive più probabile la strategia già applicata negli anni scorsi da Putin: ricomprendere con mosse mirate e certe i territori di influenza culturale e territoriale russa, senza però spingersi in azzardi strategici che potrebbero compromettere la stabilità interna e le acquisizioni ottenute, assicurandosi che il fronte nemico non si compatti eccessivamente, evitando così un’escalation militare di difficile gestione. In questo senso, appare quanto mai disunito il fronte occidentale, non solo per una mancanza di una chiara visione strategica ma anche per un’apparente mancanza di volontà: gli Stati Uniti mostrano una scarsa propensione a impegnarsi militarmente al fianco di Kiev, dopo il recente ritiro militare dall’Afghanistan e in una fase in cui – almeno per ora – prevalgono le affermazioni di principio; l’Unione Europea, invece, sa bene che un’implementazione militare la vedrebbe colpita dal punto di vista energetico e commerciale, facendo seguito a sanzioni che hanno già colpito duramente le relazioni bilaterali di molti Stati. Anche in quest’occasione, oltretutto, l’UE mostra una divisione interna che è il frutto del prevalere dell’interesse nazionale di contro a quello collettivo, che rimane drasticamente sullo sfondo (per non dire inesistente).

Infine, resta da individuare quali saranno le traiettorie future: se venisse formalizzata la vicinanza della Cina – dove non casualmente in questi giorni si stanno svolgendo altre Olimpiadi invernali – l’asse tra i due paesi che ha oggi una connotazione fortemente regionale, rischierebbe di assumere una scala extra-regionale che potrebbe destabilizzare ancor di più un Occidente, che ad oggi appare incapace di rispondere alle mosse aggressive di Mosca. Quelle apertamente rivendicate da Putin, il quale ha rivendicato questioni storiche e geostrategiche che spesso lo stesso Occidente sembra dimenticare.

Perché la geografia continua a contare.

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