Turchia: le denunce di violazione dei diritti fondamentali precedenti al golpe

Che la Turchia abbia un ruolo strategico nell’area mediorientale e nella costruzione di un ponte tra Asia ed Europa è evidente, non a caso è membro della NATO dal 1952 e dal 1999 ricopre lo status di paese candidato all’adesione all’UE. Quasi 20 anni di trattative non hanno portato alla sua inclusione europea per ragioni non solo strutturali e finanziarie. Nonostante gli adeguamenti che lo Stato ha portato e cerca di apportare, rimangono molti dubbi che sono accresciuti con la presenza di  Recep Tayyip Erdoğan nelle sue funzioni di Capo del Governo prima e di Presidente della Repubblica poi.

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Gli stessi dubbi hanno portato gli alti rappresentanti dei vari paesi del mondo a vedere con preoccupazione non solo il golpe avvenuto nella notte a cavallo tra il 15 ed il 16 luglio scorso, ma soprattutto le conseguenze che ne derivano. Innanzitutto le prime dichiarazioni, tra cui quella del presidente Obama, sono arrivate a colpo di stato già sedato. La cancelliera Merkel, Putin, la Commissione europea, il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, hanno dapprima ribadito il loro pieno sostegno al governo democraticamente eletto, per poi sottolineare la speranza del rispetto dei diritti fondamentali dei golpisti e scongiurare una mera vendetta politica da parte del governo turco.

Visti gli sviluppi degli ultimi giorni, le preoccupazioni iniziali si dimostrano sempre più fondate, soprattutto dopo la dichiarazione di Erdoğan di voler ristabilire la pena di morte per i “traditori” dello stato e le fonti che attestano l’arresto, l’interdizione o la rimozione dai pubblici uffici di circa 60.000 persone tra agenti di polizia, soldati, giudici, procuratori, rettori, insegnanti e civili. Addirittura dei video e degli scatti fotografici ritraggono uomini legati, spogliati quasi totalmente ed ammassati tra di loro. Soltanto ora la comunità internazionale inizia a condannare la politica aggressiva del Presidente turco, solo ora la Merkel minaccia di porre il veto per l’adesione della Turchia all’UE se non recede dal voler reintrodurre la pena capitale. Intanto il dialogo tra il Segretario di Stato John Kerry e il Primo Ministro turco Yildirim si acuisce con la richiesta del primo di mantenere e rispettare lo stato di diritto e l’avvertimento del secondo di rivedere i rapporti con la Casa Bianca se Gulen non verrà estradato.

Il golpe fallito ha come risultato quello di far venire al pettine i nodi che da anni vedono coinvolti la Turchia e le sue controparti internazionali.

L’autoritarismo di Erdoğan non aveva certo bisogno di un’ultima dimostrazione per essere preso in considerazione. Tanto meno l’attuale tensione diplomatica tra lo stato turco e altri soggetti internazionali è una novità.

Varie relazioni come il “Turkey 2015 Human Rights Report” del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, o il “Progress Report” presentato dalla Commissione Europea il 10 novembre scorso ovvero il “World Report 2015” dello Human Rights Watch – tanto per citarne alcune – dimostrano che in Turchia la violazione dei diritti umani è presente da anni e tende ad aggravarsi costantemente. Le denunce che ONG, giornalisti e varie istituzioni internazionali presentano da tempo si riferiscono a gravi violazioni di diritti civili, politici e sociali. Tutte evidenziano l’eccessivo ricorso alla forza e alla violenza da parte di agenti di polizia (che spesso trova la sua conclusione in omicidi arbitrari e illegali), l’assenza di investigazioni sulla scomparsa di centinaia di persone (non di rado oppositori politici o contestatori del governo), il ricorso alla tortura e a trattamenti inumani e degradanti, le detenzioni arbitrarie e l’inosservanza del principio di processo equo e giusto, la repressione della libertà di stampa e di parola anche tramite la censura di molti siti internet, la dura repressione di manifestazioni pacifiche, la corruzione e la non trasparenza in molti rami governativi, la discriminazione sulle donne (soprattutto nella zona rurale del sud-est – basti pensare che viene ancora condiviso culturalmente l’omicidio d’onore), i matrimoni forzati e prematuri, la scarsa ed inefficiente assistenza agli immigrati (soprattutto siriani).

Cosa ha fatto fino ad ora la comunità internazionale? Per lo più è intervenuta tramite richiami.

Eppure la protesta del Gezi Park del 2013 ha fatto scalpore. Nonostante fosse iniziata con una cinquantina di ambientalisti, la repressione dura della polizia ha avuto come effetto domino quello di far accrescere esponenzialmente il numero dei manifestanti e di espandere il fenomeno anche in città quali Ankara e Antalya. Non si trattava più di difendere un parco bensì di tutelare i diritti dei cittadini. L’intolleranza di Erdoğan rispetto all’aumento di coloro che erano scesi in piazza è evidente nel suo intervento televisivo in cui ha annunciato “Quando loro riuniscono 20 persone, io ne chiamerò 200.000. Quando loro ne portano 100.000, io ne avrò un milione“.

Minore eco hanno avuto i due Gay Pride del 2016 e del 2015, organizzati entrambi nel periodo coincidente col Ramadan e brutalmente soppressi e la manifestazione per la parità delle donne del marzo scorso.

Le reazioni sproporzionate del governo turco al fallito colpo di stato sono perfettamente in linea con una politica definita e posta in essere da anni.

Se l’ultima dichiarazione del vice premier Numan Kurtulmus alla Cnn Turk riguardo la sospensione della Convenzione Europea dei Diritti Umani per il periodo che ingloba lo stato d’emergenza è ovviamente preoccupante, tuttavia non sembra così imprevedibile. Nonostante Ankara stia seguendo procedimenti legittimi in quanto previsti dalla stessa CEDU, ciò su cui bisognerebbe concentrare l’attenzione sono le ripetute analisi presentate anche all’interno della stessa UE da parte delle commissioni competenti, le quali dimostrano a chiare lettere che la Turchia è ben lungi dal recepire e implementare le norme della Convenzione sovra-citata, condizione necessaria affinché sia accettata la sua domanda di adesione all’Unione Europea.

Erdoğan è ben consapevole dell’importanza strategica del suo paese nello scacchiere internazionale, sia riguardo alla lotta al terrorismo – e quindi nel contesto della NATO – sia per gli accordi con l’UE sulla ripartizione dei migranti.

Per tale ragione non è intimorito nel chiedere agli Stati Uniti il rilascio di Gulen e contemporaneamente considera inappropriate ed ingerenti le richieste delle istituzioni europee su questioni che egli reputa di esclusiva competenza interna.

L’essere utili se non necessari, ha portato la Turchia a trovare delle controparti inermi e silenti.

Ora, a meno che i diritti fondamentali non siano solo parole scritte su Convenzioni ci si aspetta una reazione ferma e risoluta da parte sia degli stati che delle maggiori organizzazioni internazionali, senza fare troppo affidamento su una modifica dell’atteggiamento del presidente turco.

D’altronde a distanza di anni la tracotanza dell’uomo che nel 1998 finì agli arresti per aver citato i versi del poeta Ziya Gökalp “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati” ne è uscita indenne.