Direzione Luna. Il vincolo “extra-terrestre”

25 settembre 2020. Questa è la data che potrebbe segnare per l’Italia l’inizio di un virtuoso percorso nella corsa alla Luna del XXII secolo. Tra promesse e speranze quindi, l’Italia è di fatto il primo paese europeo -e non solo- ad aver firmato ufficialmente un accordo di collaborazione con la NASA nell’ambito dello sviluppo del programma Artemis, al di fuori dell’ombrello istituzionale dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Un traguardo formidabile agli occhi di molti, ma frutto di un percorso prestabilito. Siamo davvero sicuri che, a differenza dei vari annunci, alla fine l’Italia “andrà sulla Luna”?

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“L’Italia è sulla Luna”

La notizia aleggiava già qualche giorno prima del 25 settembre quando, in video conferenza, è stato comunicato dall’attuale amministratore generale di NASA Jim Bridnestine ed il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Riccardo Fraccaro la firma di un accordo di intenti che impegna, per via diretta, le rispettive agenzie spaziali nazionali in un rapporto di stretta collaborazione nell’ambito dell’ambizioso programma americano Artemis (il successore dello storico programma Apollo) che mira non solo a riportare l’uomo (inteso come genere umano) sulla superficie lunare, ma questa volta anche per “restarci” costruendo veri e propri avamposti, sia orbitali (Lunar Gateway) che sulla superficie. L’accordo siglato (attualmente vige solo sul piano politico) ha suscitato grande entusiasmo ed interesse nel settore, ricevendo anche uno straordinario eco sul piano mediatico. La notizia è stata infatti ripresa da tutte le principali testate giornalistiche e di settore al grido di: “L’Italia è sulla Luna”.

Un passo indietro…

Se dal punto di vista tecnico arrivare sulla Luna non è cosa né semplice né tantomeno scontata  -la storia anche recente bene lo ricorda agli addetti ai lavori- ebbene, in realtà, potrebbe esserlo ancora meno per gli obiettivi e le speranze italiane. Se si distoglie infatti lo sguardo dai seducenti bagliori della ribalta, gli accordi “sottoscritti” che mirano, da parte italiana, ad assicurare alle sue eccellenze industriali e scientifiche un posto in prima fila nella nuova corsa alla Luna, non vanno oltre una “promessa di intenti” da parte del governo americano. Per comprendere il rilievo della partecipazione italiana al programma, è necessario comprenderne alcune fondamentali dinamiche (geo)politiche che ci hanno condotto fino all’annuncio del 25 settembre. Nel marzo dello scorso anno, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, nell’ambito della campagna di promozione e di rafforzamento del progetto della Belt and Road Initiative (Bri o nuove vie della seta), scelse come prima tappa di quello che fu il suo tour europeo proprio l’Italia. Un chiaro ed importante messaggio alle istituzioni tricolori. Messaggio che non passò per nulla inosservato nemmeno a quelle americane, francesi e tedesche. La visita del Presidente Xi Jinping portò alla sottoscrizione da parte italiana del memorandum di adesione alla BRI. Tutt’oggi, l’Italia figura essere l’unico paese del G7 ad aver sottoscritto tale memorandum attraverso il quale il nostro governo ed il gigante asiatico si impegnano –concretamente e non solo politicamente– in un totale di 29 intese: 19 istituzionali (principalmente legate al settore economico e finanziario) e 10 commerciali, per un valore totale stimato in 2.5 miliardi di euro. “Poca cosa” rispetto agli accordi, per esempio, siglati dalla Francia con AIRBUS.

Le intese istituzionali italo-cinesi

Seppur di modesta entità economica, tra i 19 concordati istituzionali, due figurano in particolare in campo aerospaziale. La prima ha visto la sottoscrizione di un protocollo di intesa tra l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e l’omologa cinese China National Space Administration (CNSA) per la progettazione e la costruzione del satellite per il monitoraggio dei terremoti, il China Seismo-Electromagnetic Satellite-02 (CSES-02). Il numero seriale “02” indica la prosecuzione del progetto in questo campo già avviato in passato dalle due agenzie. Nel 2017 infatti, fu il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a recarsi a Pechino da Xi Jinping sottoscrivendo -anche- l’accordo che vide la realizzazione ed il lancio nel febbraio 2018 del satellite CSES-01, l’unico satellite attualmente in orbita per lo studio ed il monitoraggio dei fenomeni sismici (un tema che sta molto a cuore anche al nostro paese) direttamente dallo spazio.

Il secondo accordo invece costituisce o meglio costituiva, il fulcro della collaborazione aerospaziale italo-cinese. Essa prevedeva la costruzione da parte italiana di un modulo abitativo -pressurizzato- per quella che sarà la futura stazione spaziale cinese (Tiangong o “Palazzo Celeste”), la cui piena operatività è prevista a partire dal 2022. Questa singola commessa rappresentava -da sola- una significativa percentuale dell’intero valore economico dell’intera intesa bilaterale. L’Italia infatti è ancora oggi il punto di riferimento mondiale per la costruzione e la fornitura di moduli abitativi spaziali. Presso gli stabilimenti di Torino di Thales Alenia Space è stato realizzato più del 50% dell’intero volume abitativo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Oltre all’importante valore economico della commessa, la realizzazione di questo modulo avrebbe fornito all’Italia accesso diretto alla futura stazione spaziale cinese, tant’è che Samantha Cristoforetti (insieme al tedesco Matthias Maurer, attualmente astronauti ESA in attività) già diversi mesi prima dell’accordo si trovava in addestramento a largo delle coste della città di Yantai (Cina), nell’ambito del programma di rafforzamento della cooperazione tra ESA e CNSA, al fine di sostenere la possibilità di ospitare astronauti europei a bordo della nuova stazione orbitante cinese. Cooperazione oggi non più in essere.

L’alto interesse italiano rivolto al “Palazzo Celeste” deriva dalla non lontana cessazione dell’attività della ISS. La Stazione Spaziale, dopo più di 20 anni di onorato servizio, è infatti ormai prossima al “pensionamento” (pilotato) nell’arco dei prossimi 5-7 anni. La sua vita operativa è infatti già stata estesa attraverso importanti -ed oramai sempre più frequenti- complessi interventi di manutenzione in orbita. La ISS, oltre ad essere l’oggetto ingegneristico più difficile mai costruito dall’uomo (non è un eufemismo) è, ad oggi, l’unico avamposto in grado di assicurare e sostenere la permanenza umana (astronauti americani, russi ed europei principalmente) di lungo periodo nello spazio. La sua dismissione quindi rischia di creare un vuoto a totale vantaggio -e dominio- della Cina, la cui stazione risulterà quindi l’unica (questo è tuttavia da vedersi) operativa in orbita bassa (o Low Earth Orbit, LEO). In questo senso, quindi, l’Italia ben si era posizionata per garantirsi nello scenario post ISS l’accesso diretto e la permanenza umana di lungo periodo in LEO, con la previsione di istituire un Corpo Astronauti Nazionale, totalmente indipendente da quello europeo. È proprio su queste basi che sono nate importanti frizioni tra Roma e Washington, quest’ultima espressamente contraria dall’adesione italiana al progetto Bri, ma più di tutto irritata dall’accordo di cooperazione spaziale (oltre che sull’ancora spinoso tema 5G) che avrebbe permesso alla Cina–suo diretto competitor non solo terrestre ma anche extra-terrestre– l’accesso a tecnologie giudicate “altamente strategiche”, e quindi non trasferibili.

La reazione americana

In risposta agli accordi presi, Washington (il nostro “vincolo esterno”) ha deciso di impartire una prima lezione al suo alleato indisciplinato istituendo nell’ottobre 2019 dazi doganali su molti prodotti alimentari simbolo dell’export italiano verso gli Stati Uniti –secondo partner commerciale del Bel Paese– per un valore simbolico di circa 1 miliardo di euro. Emblematico fu l’episodio della consegna del Parmigiano Reggiano a Mike Pompeo, con grande imbarazzo dei presenti. Qualora Roma non avesse colto questo messaggio, gli Stati Unti sarebbero stati pronti (e lo sono ancora per il caso 5G, almeno secondo il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale di Washington Garrett Marquis) ad utilizzare “l’artiglieria pesante”, ovvero muovendo direttamente le agenzie di rating newyorchesi, alludendo a come esse non sarebbero state più “così indulgenti” -come fino ad oggi- con l’Italia. Velata -ma nemmeno più di tanto- minaccia di un ulteriore declassamento del nostro debito pubblico.

Le pressioni, la prima lezione sui dazi -poi ritirati- e la “minaccia” dell’ulteriore declassamento del debito pubblico italiano hanno dato i loro frutti. Nell’ambito del 70’ Congresso Internazionale Astronautico tenutosi proprio a Washington dal 21 al 25 ottobre 2019, l’attuale Presidente dell’ASI Giorgio Saccoccia, al cospetto di Jim Bridnestine, firmò ufficialmente l’adesione dell’Italia al programma spaziale americano Artemis. Il mese dopo, durante la Settimana della scienza, dell’innovazione e della tecnologia Italia-Cina tenutasi a Pechino dal 26 al 29 novembre, l’allora Ministro della Ricerca Lorenzo Fioramonti annuncia il conseguente dietro-front dell’Italia dalla cooperazione per la costruzione della stazione spaziale cinese: “Abbiamo già comunicato (al governo cinese, N.d.A.) che su alcuni temi particolari, per esempio i moduli pressurizzati per stazioni spaziali, le cooperazioni che erano in programma si sospendono”. Alla domanda diretta circa le presunte pressioni ricevute dall’amministrazione Trump, Fioramonti liquidava la faccenda parlando di “una riflessione più generale del governo sul tema aerospazio”. L’Italia, dunque, in poco più di un mese scendeva dalla stazione spaziale cinese e “saliva” sulla Luna. Il modo in cui ci siamo saliti però lo hanno deciso sempre gli americani.

Il presente e la scommessa italiana

Lo scorso aprile, da una rosa iniziale di 11 proposte tecniche, la NASA ha annunciato i tre finalisti e vincitori del contratto preliminare per lo sviluppo del prossimo Lander lunare. Insieme a SpaceX e Blue Origin figura anche Dynetics capo-cordata di 25 sotto-contattori tra cui figurano anche le aziende aerospaziali italiane di punta, tra cui proprio Thales Alenia Space scelta dalla compagnia statunitense proprio per la fornitura della struttura pressurizzata del nuovo modulo lunare Human Landing System – HLS. Non solo. La commessa nel suo complesso prevedrebbe anche la fornitura  dell’intera struttura primaria, dei portelloni di accesso ed uscita per le attività extra-veicolari, i finestrini, ed il sistema termico e di protezione contro i micrometeoriti. Una bella sfida per il consorzio che, così come i suoi due diretti competitors, dovrà affrontare a dicembre 2020 la cosiddetta Critical Design Review (CDR) dalla quale, ufficialmente, uscirà un solo ed unico vincitore, il quale vedrà subito assegnarsi dalla NASA il contratto per la realizzazione dei primi due modelli di volo, il cui lancio all’atto di oggi è previsto per le missioni lunari del 2024 e del 2026.  Siamo scesi -forzatamente- dal Palazzo Celeste, per salire sul treno in corsa americano che punta dritto alla Luna, ma con nessuna garanzia (almeno non sulla carta) che, alla fine dei giochi, sarà il consorzio capitanato da Dynetics ad ottenere l’acquisizione della commessa finale.

La sottoscrizione dei cosiddetti Artemis Accords costituisce per l’Italia l’unica scelta possibile per perseguire nel suo unico obiettivo: esserci ad ogni costo. Tuttavia, sono solo due i modi di imbarcarsi in questa avventura: da veri attori protagonisti, nel caso in cui il prossimo dicembre Dynetics si aggiudichi l’ambito contratto, oppure come attori non protagonisti in caso contrario. Qualora infatti Dynetics non si aggiudicasse il contratto finale, l’Italia dovrà -praticamente- ripartire da zero dal punto di vista politico. Dovrà in qualche modo cercare di vedersi riconoscere -attraverso precisi e nuovi accordi- dal “Prime Contractor” vincente (uno tra Space-X, Blue Origin ed appunto Dynetics), alcuni dei “pacchi di lavoro” (Work Packages, WPs) che le consentano di ritagliarsi un ruolo il meno marginale possibile, soprattutto dal punto di vista industriale.


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Una “compensazione” quindi non ancora concretizzata data all’Italia come “premio figurativo” per essersi ri-allineata alle “imposte” scelte statunitensi, rinunciando di fatto all’indipendenza strategica di accesso umano diretto allo spazio. Strategia americana che, in un’ottica di competizione anti-cinese, tende non solo a recuperare il fascino sbiadito nei confronti di Roma, ma che cerca di legare ancor di più a sé attraverso l’assegnazione di rilevanti commesse industriali, come la recente commessa vinta da Fincantieri per la costruzione delle future fregate americane -anche qui però con significative condizioni- e quella degli elicotteri con Leonardo. “Compensazioni” che portano ora a chiedersi se gli americani manterranno davvero le promesse anche in campo spaziale, ammesso che ne abbiano mai fatte, o che questa sia solo una strategia per sedurre l’Italia strappandola a Pechino, per poi di nuovo scaricarla “a cose fatte” come accadde in passato per la commessa dell’aereo da trasporto tattico C-27J “Spartan” dell’allora Alenia Aeronautica, o della mancata commessa plurimiliardaria per la sostituzione dei suoi T-38 (programma T-X) con quello che, ad oggi, è il velivolo da addestramento militare più avanzato presente sul mercato mondiale, l’M-346 di Leonardo. L’Italia sottoscrive gli Artemis Accords con l’aspirazione –forse speranza– di vedersi riconosciuto un ruolo di primo piano all’interno del programma Artemis come singola nazione, e non come membro dell’eterogeneo mondo dell’Agenzia Spaziale Europea. Per scoprire quindi quale dei due ruoli il nostro Paese ricoprirà, non bisognerà aspettare a lungo: dicembre è dietro l’angolo!

Andrea D’Ottavio,
Geopolitica.info