Diplomazia italiana e demining action in Sudan: Il Caso della Presidenza del Mine Action Support Group

La dimensione “interculturale” adottata dalla nostra ambasciata di Khartoum sta contribuendo in maniera determinante al successo del programma di sminamento condotto da un organismo delle Nazioni Unite.

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Il biennio 2016-2017 rappresenta un momento importante per l’Italia, e non solo per la membership nel Consiglio di Sicurezza ONU e la Presidenza del G7. L’Italia, nell’ambito  di UNMAS, l’organismo onusiano che si occupa di sminamento e bonifica territoriale in Paesi afflitti da guerre, presiede il Gruppo dei donatori (MASG).

È un’attività particolarmente congeniale alla diplomazia italiana che esercita con autorità a livello internazionale una funzione peculiare al suo attivismo nelle relazioni internazionali, vale a dire un ruolo pivotale che in qualche modo sappia combinare armonicamente le priorità di UNMAS (e cioè il completamento delle proprie attività in aree prestabilite del paese), le necessità del governo beneficiario (nel caso in questione, il Sudan) e le aspettative del gruppo dei donatori che finanziano le attività sul campo.

Per svolgere una presidenza delicata come questa, in un paese complesso come il Sudan, non basta la disponibilità, l’apporto finanziario e l’attivismo. C’è bisogno di cromosomi interculturali che in qualche modo sappiano mantenere costantemente vivo il dialogo, l’ascolto attivo, il rispetto reciproco, l’equilibrio comunicativo  tra le parti in gioco.

Di più, c’è bisogno di un “regista” che in qualche modo “cum-prenda” inclusivamente le differenti dimensioni culturali in gioco, ed alchemicamente riesca a sublimarle in una serie di risultati pratici, come il rispetto degli impegni, delle tabelle di marcia, della reciproca fiducia, e della collaborazione a trecentosessanta gradi tra i vari attori.

L’Italia nello scacchiere internazionale ha sempre dato grande prova di ciò, distinguendosi per la capacità di lasciare aperte porte di dialogo con interlocutori complessi, laddove altri partner europei non vi sarebbero riusciti. Pensiamo, solo per fare alcuni esempi, alla Russia, alla Libia, all’Eritrea, alla Somalia tutti dossier in cui il ruolo italiano sottocoperta nel tessere una tela relazionale ed inclusiva con la comunità internazionale si manifesta nella sua crucialità giorno dopo giorno.

Il Sudan, rappresenta in questi mesi un altro piccolo capolavoro italiano, fatto di pazienza, di osservazione partecipata e di collaborazione costante ed attenta con il Programma UNMAS a Khartoum, con le istituzioni sudanesi e con il gruppo dei donatori (tradizionali e non tradizionali).

L’attenzione della comunità internazionale resta alta. I finanziamenti per le operazioni di sminamento e bonifica, tra mille contrazioni continuano ad affluire. Il governo sudanese si fida e talvolta riesce anche ad affidarsi alla progettazione onusiana impegnata in questo momento nelle aree orientali del Paese, con particolare riferimento allo stato di Kassala al confine con l’Eritrea. I donatori, specie quelli non tradizionali, cominciano ad interessarsi maggiormente e a dialogare con le rispettive capitali alla ricerca di contributi finanziari.

Nessun arcano particolare. Solo “diplomazia interculturale” in azione e cioè la capacità di captare l’importanza del rispetto di alcune priorità locali  – insite nella dimensione valoriale sudanese e quindi islamica – e di collaborare con UNMAS a renderle parte integrante delle attività sul campo ogni giorno, per non perdere il momentum particolarmente favorevole creatosi con le istituzioni centrali e periferiche sudanesi.

Pensiamo al rispetto del tempo islamico, dilatato e divino, e quindi alla necessità di reagire con elasticità e pazienza ai prevedibili macro e micro ritardi delle attività da implementare sul campo.

Pensiamo al concetto di gerarchia, e quanto sia importante in Sudan individuare e dialogare con chi effettivamente rappresenta un decision maker per evitare di perdersi in aspettative non legittimabili da semplici intermediari.

Pensiamo all’informalità, specie se applicata all’ambito conviviale, un ingrediente cruciale in Sudan attraverso cui è possibile sbloccare ostacoli burocratici e sormontare diffidenze radicate negli ambienti istituzionali periferici sudanesi.

O ancora, come immaginare un programma umanitario internazionale in Sudan, come quello di UNMAS, senza prevedere costanti aggiornamenti e condivisioni di informazioni prima, durante e dopo ogni attivita programmata dall’ente onusiano con le istituzioni governative del Paese, così attente a mantenere gestibili i complessi equilibri in Sudan tra potere politico, militare e securitario?

Ecco, attenzione a tutto questo significa cooperare interculturalmente, significa dotarsi coscientemente di attitudine interculturale, ingranaggio cruciale oggi per una diplomazia proiettata nel futuro.

L’emersione volontaria e consapevole di una dimensione interculturale nelle attività legate alle relazioni internazionali, ossia della capacità di sapersi incontrare al fine di sintetizzare virtuosamente differenti istanze, forse è una delle ultime speranze a livello globale per far sì che gli attori della politica internazionale sostengano un dialogo inclusivo tra culture che invece di fabbricare comparti stagni, gettino le fondamenta per una casa comune.

 

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