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Le strade alternative della diplomazia italiana in Africa: il caso della Comunità di Sant’Egidio

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La mediazione internazionale dei conflitti interni è un tema in continua evoluzione, in particolar modo dalla fine della Guerra Fredda. La presenza sempre maggiore di attori non-statali come organizzazioni non governative (ONG), membri della società civile e associazioni religiose ha comportato un ampliamento dei cosiddetti “Tracks of Diplomacy” (ToDs), le diverse forme della diplomazia funzionali alla risoluzione di un conflitto intra e interstatale. Il ruolo della Comunità di Sant’Egidio, associazione internazionale d’ispirazione cattolica, è quello di contribuire alla coesistenza delle fazioni in lotta e al riconoscimento dell’altra parte come soggetto politico attivo. La creazione di legami profondi tra i membri delle comunità presenti sul territorio, unito al sostegno delle classi meno fortunate, ha comportato numerosi successi per la diplomazia multilaterale italiana.

I negoziati multilaterali e la diplomazia parallela

I “Tracks of Diplomacy” (ToDs), tradotti in italiano come tracciati della diplomazia, sono le vie attraverso le quali è possibile negoziare la cessazione di un conflitto di carattere interno  o internazionale. Il Track 1, per esempio, considera esclusivamente come parte mediatrice i funzionari governativi di uno Stato terzo, mentre il Track 2, definito anche diplomazia parallela, tiene anche conto di organizzazioni internazionali, ONG e di qualsiasi attore considerato esterno al conflitto (Montville, 2006). La peculiarità di questo  negoziato multilaterale è la capacità di concludere un accordo che tenga in considerazione le istanze e i bisogni della società civile, la prima vittima nel caso di conflitto o di una pace negoziata in modo approssimativo. 

Uno dei casi più eclatanti di un accordo di pace portato avanti in modo superficiale riguarda la guerra civile in Angola. Gli accordi di Bicesse, firmati nel 1991 dal presidente José Eduardo Dos Santos, leader del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), e dal capo dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), Jonas Savimbi, tentavano di creare un sistema politico multipartitico espresso tramite elezioni presidenziali. Il negoziato, accelerato sotto la pressione di Stati Uniti e Portogallo, durò solo sei settimane e lasciò molte tematiche in sospeso. Le presidenziali, tenutesi il 30 giugno 1992, sfociarono nella ribellione dell’UNITA per brogli elettorali e nella conseguente repressione da parte della compagine governativa, che diede inizio ad un massacro (Morozzo della Rocca, 2014). 

Il fallimento delle trattative in Angola può essere imputato a diversi fattori, di carattere politico, economico e militare. Quello che risulta evidente, tuttavia, è che un negoziato portato avanti esclusivamente da funzionari governativi di uno Stato terzo può concludersi in un insuccesso. Soprattutto nel caso in cui gli interessi del Paese terzo sono prioritari rispetto alla stabilità politica e sociale del territorio vessato dalla guerra civile. A questo proposito, numerosi studi hanno appoggiato od osteggiato la diplomazia multilaterale: secondo alcuni, la presenza di diversi attori in un negoziato di pace può essere controproducente ai fini della risoluzione del conflitto (Daley, 2007); secondo altri, l’ampliamento dei soggetti all’interno di una struttura negoziale può determinare in un esito positivo, limitando il conflitto nel tempo e nella gravità (Regan & Aydin, 2006).

Quale che sia la risposta, è importante sottolineare come dalla fine della Guerra Fredda il numero di attori non-statali interessati alla mediazione dei conflitti è aumentato sensibilmente. Questa tendenza ha confermato, da un lato, la necessità di accordi di pace che tengano conto di tutte le istanze presenti nel territorio, mentre dall’altro ha evidenziato come esistano soggetti interessati alla risoluzione dei conflitti per motivi esclusivamente umanitari. Uno di questi attori è la Comunità di Sant’Egidio, un’associazione laica d’ispirazione cattolica fondata a Roma nel 1968. 

La comunità di Sant’Egidio e le iniziative di pace e sviluppo

La Comunità Sant’Egidio, costituita dal liceale Andrea Riccardi insieme ad alcuni suoi compagni di scuola, nasce come un’associazione laica operante nel rapporto tra la fede e il mondo laico. La Comunità, presente in 73 paesi di cui 29 africani, ha come  missione primaria la protezione dei poveri e dei marginalizzati, spesso vittime dell’instabilità politica che contraddistingue gli Stati dove Sant’Egidio agisce. La Comunità opera attraverso una fitta rete di relazioni sociali composta da associazioni locali e preti missionari, con l’obiettivo di creare un legame profondo tra le istituzioni e la società civile. 

Per portare avanti il suo scopo principale, dalla fine degli anni ’80 Sant’Egidio si è specializzata nella mediazione internazionale dei conflitti interni, contraddistinguendosi per la capacità di confrontarsi con i  gruppi di potere e la popolazione. La comprensione profonda delle necessità delle fazioni contrapposte si affianca alla flessibilità dell’azione della Comunità, portata avanti sulla base di principi fondamentali come la comunicazione e l’accettazione dell’altro. Le iniziative della Comunità si caratterizzano per la loro equidistanza tra le parti, al fine unico di aiutare le vittime del conflitto, gli indigenti.

Tra i risultati ottenuti dalla Comunità, il caso più eclatante è il negoziato e la firma del trattato di pace per il Mozambico. Dopo un anno e mezzo di negoziati, nell’ottobre 1992 si firmarono gli accordi di Roma, che sancivano la fine delle ostilità tra la compagine governativa guidata da Joaquim Chissano (FRELIMO) e i ribelli della Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), con a capo Alfonso Dhlakama. L’accordo generale di pace concludeva una guerra civile durata diciassette anni, stabilendo la consegna di armi e materiale bellico alle forze dell’ONU, la pacificazione di zone rurali e l’integrazione dei ribelli nell’esercito nazionale mozambicano. 

L’obiettivo fondamentale era riuscire a trasformare il conflitto militare in competizione elettorale, sulla base di regole democratiche. Le elezioni presidenziali del 1994, vinte dal FRELIMO di Chissano, hanno sancito la fine del conflitto militare e hanno dato una struttura democratica al Mozambico di oggi. La popolazione mozambicana, nonostante le diffuse condizioni di povertà, ha avuto la forza di ricostruire il proprio paese, sostenuta dall’ONU, dalle ONG e dalla Comunità Sant’Egidio. Quest’ultima, sotto l’egida delle Nazioni Unite, nel 2002 ha aperto il primo centro per la terapia antiretrovirale in Africa, nel quadro dell’iniziativa Disease Relief through Excellent and Advanced Means (DREAM), un progetto oggi presente in 10 paesi africani con più di 50 centri clinici che adottano il modello. Un’eccellenza tutta italiana, come confermato dalla visita del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella il 6 luglio 2022 al centro di Zimpeto: per l’occasione, il Capo di Stato ha sottolineato i rapporti “intensissimi” che intercorrono tra il Mozambico e l’Italia.

Gli accordi di pace in Mozambico sono stati il risultato di un’attenta e paziente negoziazione condotta dalla Comunità e sostenuta dalle Nazioni Unite. Tuttavia, in alcuni casi la diplomazia parallela di Sant’Egidio è stata considerata controproducente: l’eccessiva presenza di attori non-statali all’interno della struttura negoziale ha comportato, ad esempio, la rottura dei negoziati che, nel 2008, avrebbero portato ad una tregua tra il governo dell’Uganda e i ribelli guidati da Joseph Kony. Come sostengono alcuni autori, la frammentazione e la dispersione nel tavolo delle trattative potrebbe determinare un’impasse sfavorevole alla risoluzione del conflitto, come nel caso del fallimento del cessate il fuoco durante la guerra civile in Burundi (Daley, 2007). 

L’azione della Comunità Sant’Egidio, in ogni caso, è oggi portata avanti dai suoi rappresentanti sul territorio, che lavorano a contatto con diverse realtà, dai partiti politici ai gruppi di potere, dalle forze armate alla società civile. Un’iniziativa determinante ai fini dello sviluppo dei paesi africani è, ad esempio, il programma Birth Registration for All Versus Oblivion (BRAVO!). Circa il 40% dei bambini che nascono ogni anno non vengono registrati alla nascita: questo comporta la negazione dei servizi essenziali, lo sfruttamento lavorativo e sessuale, l’assenza di documenti ufficiali. L’obiettivo del programma BRAVO! è quello di promuovere la registrazione anagrafica dei bambini al momento della nascita, contribuendo al miglioramento dell’amministrazione locale e affinando le statistiche utili per alcuni programmi internazionali, come i Sustainable Development Goals onusiani. 

Le sfide attuali: i processi di pace e la democratizzazione

La Comunità Sant’Egidio ad oggi è impegnata su numerosi fronti. In primo luogo, è importante sottolineare l’iniziativa Scuole della Pace, un progetto portato avanti grazie alle opere di volontariato che sostiene e aiuta le famiglie nell’inserimento del bambino in un percorso scolastico. I centri sono completamente gratuiti e si occupano, tramite un approccio olistico, del recupero scolastico e della prevenzione della devianza. Le difficoltà dovute al contesto sociale e familiare del bambino vengono così limitate, consentendo a migliaia di bambini e adolescenti di studiare. 

In secondo luogo, continuano senza sosta i processi di pace e democratizzazione in alcuni Paesi africani. Il Sud Sudan, ad esempio, è uno dei casi di attualità su cui Sant’Egidio lavora dal 2013, anno in cui è iniziata la guerra civile. La situazione composita all’interno del Paese complica ulteriormente i negoziati di pace, data la frammentazione politica e le numerose fazioni a confronto. Nel settembre 2018, dopo diversi mesi di negoziato posti in essere da Sant’Egidio, il partito di governo SPLM e i partiti di opposizione hanno firmato l’Accordo per la cessazione del conflitto in Sud Sudan. L’intesa aveva come punto cardine un periodo di transizione in cui risolvere problemi derivanti dalla formazione di un esercito nazionale e dalla creazione di un governo di unità. Questo periodo transitorio non è ancora concluso e le divergenze politiche tra i due principali leader, il presidente Salva Kiir e Riek Machar, non accennano a esaurirsi. Ciononostante, la Comunità Sant’Egidio ha portato avanti la sua iniziativa: il 12 gennaio 2020 è stata firmata la dichiarazione di Roma, in cui le parti si sono impegnate al rispetto della fine delle ostilità e al continuo dialogo politico, ai fini del raggiungimento della pace e stabilità. 

Il ruolo della Comunità Sant’Egidio, in ultima analisi, risulta quello di facilitare il processo di democratizzazione e sostenere i poveri e le famiglie nelle loro esigenze. La soggettività di un attore non-statale come la Comunità consente ad essa di penetrare nella società civile, creando legami profondi tra la popolazione e migliorando le condizioni di vita sul territorio. La presenza di soggetti come Sant’Egidio nei negoziati di pace risulta essere dunque funzionale alla buona riuscita delle trattative, come visto nel caso mozambicano e come espresso dalla diplomazia e dallo Stato italiano.

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