Dai primi “trattati ineguali” dell’Ottocento a un’apertura diplomatica pionieristica nel Duemila, il singolare rapporto tra Italia e Corea del Nord si snoda tra dialogo politico, presunte attività di spionaggio e i recenti fatti legati all’ambasciata romana, fino alla chiusura quasi totale imposta dalla pandemia.
Nonostante possa apparire singolare, tra i numerosi auguri e felicitazioni che Sergio Mattarella ricevette appena eletto Presidente della Repubblica Italiana, nel 2015, vi fu anche un messaggio da parte della KCNA (Korean Central News Agency), l’agenzia di stampa pubblica della Corea del Nord. Secondo quanto riportato, “Kim Yong-nam, presidente del Presidium della Suprema assemblea del popolo della Corea del nord, ha inviato domenica un messaggio di congratulazioni a Sergio Mattarella sulla sua elezione a presidente della Repubblica italiana”. Con “la convinzione” di un rafforzamento delle relazioni tra i due Paesi, si augurarono “successi al presidente della Repubblica italiana nel suo lavoro di responsabilità per la prosperità del paese”. Più recentemente, Roma e Pyongyang hanno intrattenuto importanti rapporti di natura diplomatica, commerciale e politica. Relazioni presenti, come si vedrà, almeno dall’Ottocento e proseguite in modo alterno nel corso del Novecento e nei primi decenni del XXI secolo, che tuttavia, dopo il COVID-19, sembrerebbero essersi interrotte.
Dall’Ottocento fino alla Guerra di Corea
Le relazioni bilaterali nascono, inizialmente, nel corso dell’Ottocento, complice l’espansione coloniale verso l’Asia da parte delle principali potenze occidentali. La debolezza della dinastia cinese dei Qing, come anche l’ascesa del Giappone durante il periodo Meiji, portarono l’Italia, insieme ad altri Stati europei, e non solo, ad interessarsi sempre più delle vicende dell’Asia Settentrionale, approfittando delle trasformazioni politiche e sociali per ottenere vantaggi commerciali nello scenario regionale. I cosiddetti “trattati ineguali” riguardarono anche la Corea, terzo Paese dopo Cina e Giappone con cui l’allora Regno d’Italia aprì relazioni diplomatiche negli anni Ottanta dell’Ottocento. Nel 1884, Roma e Seul (al tempo Hanseong), per firma di Ferdinando De Luca e Kim Byeong-shi, aprirono ufficialmente, dopo molti e precedenti tentativi falliti da parte italiana, reciproci canali diplomatici.
Sebbene l’interesse per la Corea fosse notevole, data la volontà di Roma di essere una tra le prime Nazioni occidentali a negoziare un trattato con il Regno di Joseon, le mire giapponesi sulla penisola determinarono l’interruzione del dialogo consolare. Ciò fu dettato dalla perdita dell’indipendenza da parte del governo coreano conseguente l’annessione dell’intera Corea ai possedimenti territoriali dell’Impero del Giappone e dello spostamento verso Tokyo di ogni sovranità sulla penisola.
Un rinnovato interesse per quest’ultima l’Italia lo avrà durante la Guerra di Corea. Tramite la partecipazione al conflitto, Roma auspicava di ottenere da Washington l’entrata all’interno delle Nazioni Unite. Nonostante una proposta di invio di truppe, il parlamento impiegò circa un anno per decidere, frenato dall’opposizione delle forze di sinistra al contributo militare avanzato dalla Democrazia Cristiana, al governo. Nel 1951 si raggiunse un compromesso: furono inviati sei medici e sette infermieri tramite un ospedale da campo gestito dalla Croce Rossa. Una scelta che si rivelò fortuita, poiché l’ospedale divenne un punto di riferimento per l’assistenza e le cure mediche, ricevendo apprezzamenti sia dalla Presidenza della Repubblica di Corea sia dalla Corea del Nord, che ne lodò il ruolo pacifista. L’episodio è ricordato anche nel prestigioso Fatherland Liberation War Museum di Pyongyang.
Alcuni iniziali contatti
Il seguente periodo della Guerra Fredda, con l’Italia parte integrante del blocco occidentale, non permise l’apertura di relazioni diplomatiche eguali tra Seul e Pyongyang. Se infatti già nel 1956 l’Italia e la Corea del Sud avevano stabilito reciproche relazioni diplomatiche, dando inizio a proficui scambi economici e commerciali, lo stesso non avvenne con Pyongyang. Anzi, ad oggi tra Italia e Corea del Nord non vi sono attive relazioni consolari. Ciononostante, in passato — e anche in tempi più recenti — non sono mancati contatti di vario tipo, portati avanti soprattutto dal Partito Comunista Italiano (PCI) e dal Partito Socialista Italiano (PSI). Il PCI mantenne buoni rapporti con il Partito del Lavoro di Corea fino alla fine degli anni Ottanta, mentre il PSI, nello stesso periodo, sviluppò affinità ideologiche con Kim Il-sung, favorite dalla linea politica indipendente di Craxi e dall’impegno di Pietro Nenni verso il dialogo con i partiti socialisti non allineati. Questi contatti si intensificarono grazie anche alla presenza di rappresentanti nordcoreani alla FAO di Roma.
Centrale in questo periodo fu Ugo Intini, giornalista e figura storica del PSI, che, grazie a conoscenze con personalità nordcoreane presenti alla FAO, ottenne la possibilità di intervistare Kim Il-sung a Pyongyang. L’intervista, pubblicata sul quotidiano L’Avanti, ebbe un certo successo. Tra i socialisti, la Corea del Nord era vista di buon occhio non solo per la distanza da Mosca, soprattutto dopo la rivoluzione ungherese del 1956, ma anche per la sua produzione ideologica. La Juche, ideologia di Stato della Corea del Nord, era infatti percepita, data la sua forte accezione sull’indipendenza e sull’autonomia politica ed economica, come un pensiero politico in opposizione alla presenza degli interessi statunitensi nel sistema burocratico e di governo italiano. Inoltre, lo stesso Kim Il-sung elogiò, nei suoi scritti, la linea politica indipendente del PSI e il suo interesse per la Corea. Interesse che, però, a seguito del crollo dell’URSS, dell’avvio di un sistema di potere dinastico in Corea del Nord e dell’irrigidimento della postura militare di Pyongyang sulla questione nucleare, portò, di fatto, al naufragio dei rapporti.
Nuovo dialogo, questa volta a livello governativo e non partitico, fu tentato dall’Italia durante l’ultima decade del XX secolo, quando la Corea del Nord si trovò in difficoltà dal punto di vista economico e umanitario a causa della fine del supporto finanziario sovietico e del collasso del settore agricolo, con una carestia diffusa in tutto lo Stato. Tali eventi permisero all’Italia e ad altri Paesi di promuovere alcuni contatti finalizzati alla spedizione di aiuti umanitari e derrate alimentari, con il fine di evitare che il Paese sprofondasse ancor di più nel caos politico, economico e sociale. Malgrado la presenza della FAO, Palazzo Chigi non sembrò avvalersi della vicinanza con i contingenti diplomatici nordcoreani all’interno dell’organizzazione e, sebbene l’aiuto italiano possa probabilmente essere stato apprezzato, il nostro Paese era solo uno dei tanti donatori che si erano fatti avanti e Pyongyang, all’epoca, non risultò verosimilmente interessata a concentrarsi su altre questioni che non la propria stabilità interna.
Aperture, chiusure e attività sospette
A dispetto delle difficoltà sperimentate nel corso degli anni Novanta, l’arrivo del nuovo millennio corrispose a una fase di vivaci rapporti tra Roma e Pyongyang, grazie anche a una serie di eventi favorevoli. In particolare, il lancio della Sunshine Policy da parte del presidente sudcoreano Kim Dae-jung, ove egli stesso spinse affinché altri Stati, e non solo Seul, si facessero avanti e stabilissero rapporti produttivi e di mutua assistenza con la Corea del Nord. In quello stesso periodo, l’amministrazione Clinton stava perseguendo un approccio maggiormente conciliatorio nei confronti del regime dei Kim, con la questione nucleare che appariva sulla via di soluzione con l’Accordo Quadro del 1994. Diventò quindi, in virtù di una situazione di maggiore dialogo, più semplice per l’Italia portare avanti una politica d’apertura considerata all’epoca pionieristica, anche grazie all’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini. Nel gennaio del 2000, con la “dottrina Dini”, Roma annunciò ufficialmente l’apertura di relazioni diplomatiche con Pyongyang, primo Paese del G7 e tra i più importanti attori a livello europeo a compiere tale passo.
Le ragioni di tale strategia non sono state tuttavia solo di natura fortuita. Come lo stesso Dini chiarì in un’intervista rilasciata nel 2017, fu Washington a sostenere Roma nei negoziati per l’apertura diplomatica verso la Corea del Nord, ritenendola più adatta allo scopo in virtù dei passati contatti politici, della presenza del più grande partito comunista nel blocco occidentale, della sede FAO e di un’economia di tipo misto (che, “con la presenza di aziende a partecipazione pubblica e private”, rappresentava un “modello interessante” per i nordcoreani). Questi elementi furono valutati come punti a favore del nostro Paese per intrattenere relazioni con il regime dei Kim. Il supporto americano, considerato essenziale nella fase di massima apertura diplomatica, divenne però un problema con l’arrivo dell’amministrazione di George W. Bush, più intransigente verso il regime nordcoreano e meno disposta al dialogo. Il tentativo, da parte della sottosegretaria agli Esteri Boniver nel 2005, di mantenere, senza l’aiuto americano, i rapporti con Pyongyang fu sufficientemente positivo, almeno fino all’arrivo, nel 2008, della presidenza conservatrice sudcoreana di Lee Myung-bak, che riportò la Corea del Nord in un atteggiamento difensivo-aggressivo, coevo alla ripresa dei test missilistici e nucleari.
Sebbene il 2005 possa quindi considerarsi il termine della fase di più intenso dialogo tra l’Italia e la Corea del Nord, il Bel Paese rimase comunque un attore d’interesse per Pyongyang. Ciò è visibile da una serie di eventi sospetti che hanno riguardato tanto il governo italiano quanto quello nordcoreano. Ad esempio, la presenza di una spia nordcoreana a Roma, interna alla FAO. Dopo un anno dalle prime indagini, l’informatore fu allontanato dall’agenzia, senza però dichiarazioni o commenti a riguardo da parte della stessa. Inoltre, la stessa spia risultava registrata nel protocollo diplomatico della Farnesina, anche se sotto sanzioni francesi. Altro fatto peculiare è l’ambasciata nordcoreana in Via dell’Esperanto a Roma, non avente tuttavia un corrispettivo ufficio consolare italiano a Pyongyang. La stessa ambasciata fu poi al centro delle cronache internazionali per via della fuga dell’ambasciatore Jo Song-gil, che riuscì a raggiungere Seul con la moglie, ma senza la figlia, rimpatriata in Corea del Nord poco dopo.
Si può concludere che, al di là dei fallimenti dei primi anni Duemila e della questione dell’ambasciata, il nostro Paese mantenne comunque un certo grado di relazione con Pyongyang, soprattutto attraverso le visite di personalità e delegazioni appartenenti a vari partiti politici italiani. L’espulsione dell’ambasciatore nordcoreano in Italia nel 2017 non sembra, in tal senso, aver interrotto i rapporti bilaterali, che, sul piano economico, parvero comunque proseguire in forma estremamente ridotta, come già accadeva in precedenza. Dal 2020, però, la pandemia da COVID-19 e la successiva chiusura, per oltre cinque anni, di ogni tipo di contatto tra Pyongyang e l’estero potrebbero aver definitivamente chiuso un collegamento che, seppur altalenante e spesso condotto in maniera poco chiara, fu (o è) quantomai peculiare nel mondo delle relazioni internazionali.

