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I recenti sviluppi della difesa italiana. Intervista al Prof. Fabrizio Coticchia

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Nell’ultimo periodo la politica di difesa del nostro paese sembra avere imboccato un percorso di cambiamento rispetto al passato, in linea con il contesto europeo. I problemi, però, non mancano. Ne abbiamo discusso con Fabrizio Coticchia, Professore associato del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova ed esperto di politica di difesa italiana.

Qualche settimana fa il presidente Draghi ha affermato che bisogna aumentare le spese per la difesa. Nel Documento programmatico per il triennio 2021-2023 del Ministero della Difesa è stato evidenziato che i droni da ricognizione Reaper, in dotazione all’Aeronautica, saranno armati. Si parla anche di dotare di missili Cruise i sommergibili e le fregate della Marina. Quanto è cambiata la politica di difesa italiana rispetto agli anni passati?

Le frasi del Presidente del Consiglio rappresentano un aspetto rilevante di cambiamento. Attraverso lo studio delle parole di Draghi si possono fare due riflessioni rispetto al grado di tale cambiamento. La prima riguarda il grado di mutamento culturale che c’è stato, perché non è comune che un Presidente del Consiglio parli della necessità di un aumento delle spese militari e di acquisire nuovi armamenti, data un’opinione pubblica percepita come pacifista dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nei decenni passati abbiamo assistito ad una rimozione dei temi legati agli affari militari, la quale è perdurata anche dopo la fine dell’epoca bipolare. Questo cambiamento culturale riscontrato nelle dichiarazioni del premier può essere spiegato dal consenso e dall’ampiezza del supporto parlamentare che ha il governo che presiede, oltre al rilievo nazionale e internazionale che ha lo stesso Draghi, oppure è legato a una riflessione più ampia che sta facendo la classe politica connessa anche alle minacce che vengono percepite come tali in un’epoca post guerra al terrorismo e quindi alla necessità di dotarsi di strumenti tali da poter garantire la sicurezza nazionale.

La seconda riflessione riguarda il grado di cambiamento economico: negli ultimi anni, sotto la guida del Ministro della Difesa Guerini, si è assistito ad una maggiore attenzione riguardo l’aumento delle spese militari, in particolare verso quegli investimenti necessari alle forze armate per dotarsi degli strumenti adeguati a fronteggiare le varie minacce. I documenti strategici elaborati dal ministro hanno due elementi chiave: ripensare la posizione italiana nello scenario regionale, in linea con il focus rivolto verso il Mediterraneo allargato; rafforzare le capacità della difesa italiana puntando sull’industria. Rispetto ai decenni passati, nel Documento programmatico pubblicato qualche mese dal Ministero della Difesa si evince chiaramente l’intenzione di rafforzare le capacità militari della difesa italiana. Questi elementi di discontinuità appena analizzati sono accompagnati però da elementi di continuità. Si parla ancora poco e male della politica di difesa italiana e il Parlamento non è un attore particolarmente coinvolto, in linea con il passato. Infine, nonostante il rafforzamento della dimensione militare finalizzato alla difesa degli interessi nazionali, quello che manca ancora è una chiara e precisa definizione di tali interessi.

Il nostro strumento militare è afflitto da importanti problemi che ne riducono l’efficienza. La carenza di fondi appropriati per portare avanti i maggiori programmi di armamento e per garantire l’addestramento delle unità; lo squilibrio dei ruoli del personale e l’età troppo avanzata, soprattutto nell’Esercito; la scarsa prontezza operativa e l’obsolescenza di alcuni mezzi e sistemi d’arma, come il carro Ariete. Quale ritiene che siano le priorità del Ministero della Difesa per modernizzare ed efficientare le forze armate italiane?

Su questo punto va detto che molto dipende dalle prospettive politiche: da un lato abbiamo la rete dei pacifisti che non è favorevole ad un aumento delle spese militari; dall’altro ci sono diversi attori, molti dei quali legati all’industria militare, che richiedono maggiori investimenti. Si può discutere su quanto spendere per le forze armate, in base a quello che si vuole fare con esse. A mio avviso però si può discutere meno sul fatto che l’Italia spenda in maniera errata i soldi a disposizione per la difesa, non per errore politici odierni ma per l’eredità del passato legata al processo molto lento e faticoso di trasformazione delle forze armate italiane: passare cioè da quella macchina stanziale e poco efficiente tipica della Guerra Fredda, che era rivolta più a fornire un’occupazione ai membri delle forze armate e dimostrare al nostro alleato maggiore che l’Italia stava dando il suo contributo piuttosto che affrontare minacce concrete, ad una struttura diversa. Questa trasformazione è stata molto complessa e ha portato a notevoli risultati ma allo stesso tempo si è trascinata dietro un discreto fardello, che ritengo sia il problema principale, vale a dire lo squilibrio del bilancio della difesa a vantaggio delle spese per il personale, ancora troppo elevate. La riforma del 2012 avviata dal governo Monti, tesa ad avere un equilibrio fra spese del personale non maggiore del 50% rispetto alle altre spese complessive che sono legate all’esercizio e all’investimento, non è stata attuata. Anzi, le testimonianze di queste settimane in Commissione difesa da parte dello Stato maggiore evidenziano quasi il tentativo di andare oltre anche quella riforma dal punto di vista numerico, quindi di rivalutare la riduzione delle forze a 150.000 unità. Personalmente non credo che questa sia la soluzione giusta. È necessario intervenire sulla questione, nonostante le difficoltà collegate ad essa, come i forti squilibri presenti anche all’interno delle forze armate (abbiamo un numero elevatissimo di marescialli e un numero di generali più ampio di buona parte dei nostri dei nostri alleati) e una serie di inefficienze e duplicazioni che facciamo fatica a superare. Ci sono stati vari tentativi di riforma ma l’opposizione a questi ultimi ha avuto sempre la meglio. Bisognerà vedere se quel tipo di volontà politica che ha portato a quei cambiamenti citati in precedenza riuscirà a superare le varie resistenze e condurrà le diverse parti ad una condivisione sulla necessità di avere uno strumento militare maggiormente equilibrato. A mio avviso la riforma del 2012 era valida, così come era corretto il focus sulla interoperabilità delle forze, avviato dal Libro bianco della difesa del 2015, e fortemente ostacolato dalle varie anime della nostra difesa.

Riguardo il dibattito sulla difesa comune europea Roma ha ribadito la necessità di rafforzare le capacità di difesa e sicurezza dell’UE in stretta cooperazione con la NATO. Questa posizione si pone tra quella francese di una difesa europea autonoma dall’Alleanza (e dagli USA), e quella dei paesi dell’Est che vede nella NATO l’unica garanzia di difesa contro la Russia. Perché il nostro Paese ha assunto questa posizione? Ritiene che la scelta italiana possa influenzare in maniera negativa il nostro rapporto con la Francia?

Sono totalmente in linea con la posizione mediana che ha assunto l’Italia che reputo pragmatica rispetto allo stato della difesa europea. La letteratura individua tre possibili interpretazioni dell’autonomia strategica europea: fornire un maggiore contributo alla sicurezza regionale e internazionale; avere una sorta di assicurazione rispetto al fatto che gli Stati Uniti, a partire da Obama, si sono chiaramente dedicati al cosiddetto “Pivot to Asia”, quindi a focalizzarsi sulla minaccia cinese, il quale è stato ampliato con metodi e toni non amichevoli verso l’UE da parte dell’amministrazione Trump; una visione più radicale, sostenuta dalla Francia, che mira ad una reale indipendenza. Tutto questo però si scontra con quelli che alcuni autori evidenziano come i problemi principali per la difesa europea, cioè la mancanza di capacità militari e soprattutto una disarmonia strategica, in quanto i paesi europei hanno interessi e percezioni diverse, anche relativamente alle minacce. In aggiunta, l’approccio legato all’europeismo fa spesso confondere la posizione di realismo francese, che è quella di guidare la difesa europea, con la necessità di rafforzare il processo di sviluppo dell’Unione Europea nel suo complesso. L’Italia, come molti altri paesi europei, vede negli Stati Uniti l’alleato principale a cui fare affidamento e lo stesso vale per le forze armate che ritengono la NATO il punto di riferimento centrale. Bisognerà capire se, nel corso del tempo, la posizione italiana riuscirà a trovare una strada specifica all’interno dell’UE in connessione con la posizione assunta dalla Germania, simile a quella del nostro paese. Riguardo i rapporti con la Francia, questi sono stati difficili nel recente passato. La relazione con Parigi è stata abbastanza complicata, soprattutto dopo lo scoppio della crisi in Libia. Da una parte abbiamo la Francia che ha tentato di perseguire in maniera rigida i propri interessi nell’area del Nord Africa e del Sahel; dall’altro c’è l’Italia che, talvolta in maniera un po’cialtronesca, ha cercato di replicare con spunti di sovranismo, stando vicino al Movimento dei gilet gialli oppure insultando gli attori politici francesi. Negli ultimi anni però abbiamo assistito a un leggero miglioramento della situazione. All’interno del contesto europeo vedremo quanto l’Italia riuscirà a mantenere la sua posizione, fermo restando che non vanno confusi quelli che sono gli afflati europeisti con la volontà politica di guidare la politica di difesa europea per raggiungere i propri specifici interessi nazionali.

Andrea Recchia,
Geopolitica.info

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