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Il progetto della difesa europea può avere senso e futuro solo se concertato con la NATO. L’intervista a Gabriele Natalizia.

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Domenica 19 febbraio si è chiusa la Conferenza sulla Sicurezza a Monaco di Baviera, in questa edizione a quasi un anno dall’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina. Ricerca della pace ed equilibri internazionali, ma anche – e soprattutto – geopolitica sono stati i punti in agenda sui tavoli diplomatici che hanno ospitato i leader internazionali. La 59esima edizione della Conferenza quest’anno fa parlare di sé non solo per le contingenze storiche in cui si svolge, ma anche per i nuovi scenari che potrebbero delinearsi, da qui ai prossimi mesi. Per capire cosa sta già succedendo e cosa potrebbe succedere Elania Zito, all’interno della sua newsletter Bubble, ne ha parlato con Gabriele Natalizia, professore di Sicurezza e Politica Internazionale al Dipartimento di Scienze politiche della Sapienza Università di Roma e coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

In occasione della Conferenza sulla Sicurezza a Monaco, la Polonia conferma il suo pieno supporto all’Ucraina, con l’intento di costruirsi un’identità come potenza militare a tutti gli effetti. Come può cambiare gli scenari geopolitici dell’Ue questa presa di posizione?

La Polonia è uno tra i pochi Paesi che – già dal 2019 – rispetta il Defence Investment Pledge, con cui al summit di Varsavia del 2014 gli alleati si sono impegnati ad arrivare a spendere entro il 2024 almeno il 2% del loro PIL in difesa e il 20% di quest’ultimo in major equipment, sviluppo e ricerca. Il governo di Mateusz Morawiecki, peraltro, ha annunciato che per il 2023 vuole quasi raddoppiare la spesa militare, portandola al 4%. Si tratta, ovviamente, di spesa in relazione al PIL. Per intenderci, nel 2022 l’Italia ha speso in difesa l’1,54% del suo PIL, che però ammonta al triplo di quello polacco. Resta comunque un dato molto indicativo della percezione di (in)sicurezza che si ha in Europa orientale rispetto alla postura revisionista della Federazione Russa. L’incremento della spesa militare polacca va a sommarsi allo sdoganamento politico prodotto dall’aggressione russa all’Ucraina, uno dei tanti effetti indesiderati della guerra per Mosca. Prima del 24 febbraio 2022, infatti, Varsavia era finita in un cul de sac soprattutto in ambito UE, dove veniva spesso accusata di realizzare politiche illiberali, soprattutto in tema di diritti civili, e di tenere una posizione intransigente in materia di migranti. Oggi, invece, è tornata a esercitare un grande peso politico, essendo allo stesso tempo il Paese attraverso cui transita il grosso dei rifornimenti a Kiev e che accoglie più di ogni altro i profughi ucraini.

L’Ungheria di Orban sembra così rimanere isolata in Europa. C’è la possibilità, con Varsavia in gioco come protagonista e l’Ucraina sempre più verso l’Ue, che si configuri un nuovo asse oltre a quello franco-tedesco?

Oggi non è nell’interesse polacco stabilire un asse con l’Ungheria. Anzitutto perché proprio ora che Varsavia è stata riammessa nel “salotto buono” della politica internazionale – si veda l’importanza data a Morawiecki nella Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – e non è nel suo interesse riassociarsi a Budapest, che ha rallentato il processo di adesione di Svezia e Finlandia e si è opposta alla sanzioni sul gas russo da cui è fortemente dipendente (circa l’85%). In secondo luogo, perché i due Paesi insieme sono troppo “leggeri” – in termini militari, politici ed economici – per una qualsiasi forma di bilanciamento dell’asse franco-tedesco all’interno dell’UE. Più logica sarebbe una collaborazione con l’Italia a questo scopo, ma al momento i due Paesi hanno priorità diverse e non del tutto conciliabili, che hanno avuto importanti riflessi anche in fase di stesura del Concetto Strategico 2022 della NATO.

Già con il progetto di una Comunità politica europea, ma soprattutto con il suo discorso alla Conferenza, Macron ha rimesso la questione della difesa in cima all’agenda europea. Sono forse maturi i tempi per una sovranità europea in questo senso?

Il progetto della difesa europea può avere senso – nonché un futuro – solo se concertato con la NATO – quindi anche con gli Stati Uniti – e sviluppato in senso complementare a essa. Non dovrebbe, pertanto, andare nella direzione che gli vorrebbe imprimere il presidente francese, quella di un’Europa della difesa a trazione francese – Parigi è l’unica potenza nucleare del continente – che afferma la sua autonomia anzitutto rispetto all’alleato americano (poco si riflette a chi si riferisce Macron quando parla di un’Europa che deve essere “autonoma”, ossia agli Stati Uniti). Piuttosto la difesa europea assume senso se intesa “all’italiana”, «non come autonomia da qualcuno, ma autonomia di agire da soli se necessario». Questa seconda accezione dell’autonomia strategica, peraltro, sarebbe pienamente compatibile con la richiesta di burden sharing che ormai da qualche anno arriva da Washington e con la volontà di quest’ultima di spostare parte delle sue risorse a presidiare il quadrante Indo-Pacifico in funzione di contenimento della Repubblica Popolare Cinese. Ad ogni modo, la guerra in Ucraina ha reso evidente che non esiste sicurezza in Europa senza lo sforzo americano, soprattutto dopo il grande taglio alle forze armate europee seguito alla fine della Guerra fredda, e che come ha più volte ribadito il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg «un esercito europeo già esiste e si chiama NATO».

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