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TematicheItalia ed EuropaDieci anni di geopolitica di Papa Francesco

Dieci anni di geopolitica di Papa Francesco

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Papa Francesco, eletto esattamente dieci anni fa, nel corso del suo pontificato ha più di altri papi proposto una visione geopolitica alternativa rispetto a quella consueta – eurocentrica e, ancor di più, romano centrica – che normalmente è stata proposta dai vertici del Vaticano. Questo carattere geopolitico si è potuto vedere fin dal primo istante del suo papato, dalla scelta del nome che rimanda all’attenzione verso gli ultimi, ed è visibile concretamente e dal punto di vista comunicativo ancor oggi.

La geopolitica nella storia della Chiesa

La Chiesa cattolica da sempre propone una propria visione geopolitica che si estrinseca, al giorno d’oggi, attraverso quei meccanismi diplomatici, di comunicazione politica e di legami istituzionali che possiamo ricondurre nell’alveo del soft-power. Al pari di grandi potenze mondiali, che esprimono però la propria potenza anche con la coercizione fisica, il Vaticano ha ancora oggi uno sguardo globale, forse più e meglio di molti grandi Stati. Lo ha fatto storicamente e continua a farlo tuttora in un mondo globalizzato o, per meglio dire, di “mondi globali” (è, questa, l’espressione utilizzata da Giacomo Marramao). Ciò è stato valido in misura maggiore a partire dalla prima modernità, corrispondente alla primordiale forma di globalizzazione. Basti pensare al ruolo dei Papi nella stipulazione di trattati che delineavano le prime linee globali all’indomani della scoperta dell’America: la Raya, nel 1494, fu tracciata prima con la mediazione di Papa Alessandro VI e ratificata poi da Giulio II tra le due massime potenze dell’epoca, Spagna e Portogallo. Il gesto più simbolico della primissima modernità e della prima globalizzazione vide protagonista il Pontefice, che continua a essere una rilevantissima figura di riferimento nel mondo d’oggi, ritenuto l’ultimo e più compiuto stadio della globalizzazione, come ben evidenziato da Carlo Galli.

Già Papa Giovanni Paolo II aveva improntato il suo pontificato su una chiarissima strategia geopolitica, rivolta prevalentemente verso Est e a rimarcare la centralità dell’uomo di contro alle ideologie imperanti della seconda metà del Novecento. Se, proprio in virtù della dottrina della Chiesa e della crucialità della religione, era riuscito a infliggere colpi mortali al sistema sovietico, fino all’abbattimento del Muro di Berlino (perché di abbattimento si trattò, non di un semplice “crollo”, come genericamente viene inteso), la successione a Papa Benedetto XVI aveva rappresentato un ritorno evidente al perno dell’Europa continentale del cristianesimo.

Sia nella sua prospettiva dottrinale, sia in quella più marcatamente geopolitica, Joseph Ratzinger ha infatti sottolineato a più riprese il legame geografico tra la tradizione cattolica degli ultimi secoli e l’identità europea, tanto che su questo tema ha pubblicato saggi e pronunciato discorsi, focalizzandosi sulle “Radici cristiane dell’Europa” (2004) e sul tema dell’“Europa nella crisi delle culture”, non disdegnando di delineare le differenze sostanziali con l’Islam, in quello che forse è il più noto discorso geopolitico di Benedetto, tenutosi a Ratisbona il 12 settembre 2006, in cui – contrariamente a quanto normalmente si pensa – il perno del suo discorso era tutto sul rapporto tra ragione, scienza e fede e sulla identità europea del cristianesimo.

La geopolitica delle “periferie del mondo”

Salito al soglio pontificio, Papa Francesco ha fin dalle sue primissime parole rivolte al popolo cristiano e al mondo intero, inteso sottolineare il carattere profondamente geografico della sua impostazione ideale e “strategica”. Anche nel caso del suo papato, come nei due precedenti, il luogo di origine ha dato un’impronta indelebile alla sua impostazione comunicativa e di proiezione globale, sia in senso populistico sia in senso geopolitico. Affacciato dal balcone di Piazza San Pietro, appena eletto Papa, Bergoglio esordì dicendo che “il dovere del Conclave era dare un vescovo a Roma: sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”. Anzitutto, quel “vescovo di Roma” e non Papa, col quale si è paradossalmente autodefinito nelle prime fasi del suo papato: paradossalmente, perché è stato in realtà uno tra i pontefici più attenti alla dimensione globale del Vaticano.

E poi quel “quasi alla fine del mondo”. Con quest’espressione l’appena eletto Papa intese – più o meno volontariamente – sottolineare quanto fino al momento della sua elezione la logica cartografica del Vaticano fosse stata quella del cartografo cinquecentesco Mercatore: la centralità posta dai vertici cattolici era tutta sul continente europeo e sui paesi del primo mondo, esattamente come il cartografo fiammingo aveva, con la sua proiezione, dato il massimo rilievo al perno europeo e alle forme dei continenti piuttosto che alla loro estensione territoriale, imprimendo nella mente degli europei l’idea che i paesi del continente africano o sudamericani fossero relegati a un ruolo del tutto marginale per i destini mondiali. Bergoglio con quella frase volle portare l’attenzione del Vaticano alle “periferie del mondo”, tema questo che non casualmente sarà uno dei cardini del proprio mandato.

Da quel momento in poi, Bergoglio ha tracciato un solco nuovo nella geografia del Vaticano. O meglio, ne ha dato una diversa rilevanza. Se infatti la Chiesa ha da sempre posto attenzione, attraverso opere missionarie e mediante missioni caritatevoli, ai diseredati del mondo, Papa Francesco ha voluto “decentralizzare” ancor di più lo sguardo cattolico. In questa operazione non solo ha influito la sua specifica provenienza argentina, ma anche la sua provenienza missionaria: è il primo gesuita eletto Papa, e proprio per questo più di altri si è mostrato attento alla dimensione globale della diffusione cattolica, nonostante quel “vescovo di Roma”.

Un gesuita dalla proiezione globale

È questa scala di riferimento che ha improntato l’azione dei gesuiti nella storia, fin dall’atto che ha istituito la Compagnia di Ignazio di Loyola nel 1540, ad opera di Papa Alessandro Farnese, Paolo III. La loro presenza fu ufficializzata nei ranghi ecclesiastici con l’obiettivo esplicito di evangelizzare nel mondo, per essere il braccio operativo delle missioni evangeliche: quel mandato primigenio della Compagnia sembra essere stato incarnato a suo modo da Bergoglio. Il tratto “diplomatico” proprio dei gesuiti lo si è letto anche nelle parole talvolta sibilline e che tanto dibattito hanno suscitato nel decennio di pontificato di Bergoglio. I viaggi in aereo hanno simbolicamente rappresentato il terreno ideale di discorsi tenuti a braccio e che hanno prodotto le maggiori reazioni (si pensi solo al “pugno” contro chi insulta la madre o il “chi sono io per giudicare un gay”). Non è un caso se quei discorsi siano stati pronunciati proprio in quella “terra di nessuno” che è lo spazio aereo, dove ogni distanza si annulla e dove ogni confine geografico tra gli Stati viene superato, quasi in un atto liberatorio e svincolato da ogni concretezza terrena.

Durante il suo papato, Francesco ha tentato dunque di imprimere un vento de-europeizzante, spostando il fuoco dell’attenzione mondiale, e del mondo cristiano in particolare, sui paesi del terzo mondo e su quelle realtà percepite come marginali: inedita e storica – ancorché molto dibattuta – è stata ad esempio la decisione di aprire la porta santa per il Giubileo straordinario del 2015 non a Roma, ma nella Repubblica Centrafricana. Così come sono già rimaste nella storia le parole pronunciate nel 2014 a proposito dell’ascesa dello Stato Islamico, quando affermò che si stava configurando una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, ben individuando il carattere globale e frammentario dell’azione terroristica dell’ISIS.

Ambiente e migranti

Un altro aspetto “geografico”, più volte richiamato da Bergoglio, è quello ambientale. La sua prima enciclica, su cui molto si è dibattuto, è stata la “Laudato sì”: un piccolo – e a dire il vero non molto originale – trattato di sostenibilità ambientale, in cui il Papa riprendeva la cura del creato e facendola propria, sebbene con scarsi riferimenti biblici o dottrinali e argomentazioni proprie di mondi ben distanti dalla Chiesa: questa, almeno, una delle diverse accuse rivolte al Papa.

Un ulteriore tema, che pure ha attirato le attenzioni mediatiche di realtà prima assai lontane dalla Chiesa, è quello sociale e ancor di più dei migranti, tanto da portarlo spesso a entrare a gamba tesa nel dibattito – in questo caso prevalentemente italiano o europeo – relativo alle politiche di accoglienza e alla gestione dei flussi in ingresso. Nota è rimasta la definizione di “globalizzazione dell’indifferenza”: un’accusa contro le divisioni sociali del nostro mondo e contro le politiche migratorie. C’è da chiedersi, nell’ottica cattolica, quanto questi avvicinamenti abbiano prodotto reali conversioni e quanto, inoltre, questo spostamento geopolitico dell’attenzione vaticana verso le periferie del mondo, ribadito anche attraverso le politiche di bando alla messa in latino, le nomine vescovili e ancor di più in quelle cardinalizie, oltre che nel riconoscimento della Chiesa nazionale cinese, sia riuscito nell’intento di una reale diffusione del messaggio evangelico. Vi è da chiedersi quanto tale strategia geopolitica, in altre parole, non stia contribuendo progressivamente a “svuotare” quel nucleo geografico europeo e occidentale del cattolicesimo. Su questo aveva puntato Benedetto XVI – e, con un diverso approccio, lo stesso Giovanni Paolo II – per un recupero delle posizioni dottrinali di base e, con esse, di quelle geografiche perse nei decenni di secolarizzazione che hanno improntato tutto il Novecento e una consistente parte dell’età moderna.

Alessandro Ricci

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