Dialogo inter-religioso e multilateralismo. Cosa ha significato la visita del Pontefice in Iraq? Intervista a Francesca Mannocchi

Il viaggio di Papa Francesco in Iraq è stato un evento di portata storica, nonostante le innumerevoli e diverse difficoltà che permangono nel paese. Prospettive future e impressioni del primo viaggio di un Pontefice in territorio iracheno, ne parliamo con la giornalista e reporter italiana Francesca Mannocchi, reduce dal suo ultimo reportage proprio in occasione del viaggio del Pontefice in Iraq.

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A due anni dalla Dichiarazione di Abu Dhabi, che ha segnato l’inizio del dialogo con il mondo sunnita, il Papa ha aperto anche al mondo sciita in uno storico incontro con il Grand Ayatollah Al-Sistani. Qual è il valore del suo messaggio di fratellanza?

L’incontro con al-Sistani a Najaf è stato l’incontro più importante del viaggio di Papa Francesco. Per la sua portata religiosa, naturalmente, ma di più per quella politica. L’incontro è stato anche un incontro di simboli. Najaf è la città luogo di pellegrinaggio per la moschea Imam Ali, il terzo sito sacro dei musulmani sciiti dopo la Mecca e Medina. Bergoglio è stato ricevuto nella modesta casa di Al-Sistani, dopo aver camminato per trenta metri, in un vicolo stretto, tra cavi elettrici che pendevano e imponenti misure di sicurezza.

L’istantanea di Al-Sistani e Papa Francesco seduti uno di fronte all’altro, 90 anni il primo, 84 il secondo, uno in abito nero, l’altro nel bianco della tonaca, racconta lo sforzo di Bergoglio nel proseguire la sua strategia di dialogo e di allacciamento dei rapporti nel mondo musulmano, una politica che però aveva finora realizzato quasi solo con interlocutori del mondo sunnita.

Najaf è stata la tappa più politica dei tre giorni iracheni di Bergoglio, che ha proseguito con il mondo sciita il processo di dialogo con il mondo musulmano che aveva visto compiersi una tappa cruciale ad Abu Dhabi nel 2019, durante la prima visita nella penisola arabica da parte di un pontefice, quando Papa Francesco firmò una dichiarazione di Fraternità umana con il Grande Imam di Al Azhar, Ahmed Al-Tayeb, considerato una delle massime autorità dell’Islam sunnita, che si era distinto per una presa di distanza forte dai fanatismi. Quell’accordo equivaleva a un accordo di pace del capo della Chiesa cattolica romana e di un influente figura sunnita che chiedeva la fine di “odio, violenza, estremismo e fanatismo cieco” in nome della religione.

Incontrando al-Sistani, il Papa marca un passaggio fondamentale anche col mondo sciita, conoscendo quanto le parole di Sistani siano importanti nel determinare gli eventi in Iraq. Nel corso degli anni, le dichiarazioni di al-Sistani hanno infatti più volte mostrato la capacità di influire sui processi politici. Nel 2019 il suo sostegno alle manifestazioni anticorruzione ha portato alle dimissioni dell’allora Primo Ministro al Mehdi, nel 2014 fu la sua fatwa a spingere decine di migliaia di giovani uomini a combattere contro l’Isis. Il reclutamento fu essenziale per la sconfitta dei miliziani di al Baghdadi ma ha determinato che le milizie, fortemente sostenute dall’Iran, consolidassero il loro potere, aggravando il livello di corruzione del paese e minando così la sua stabilità.

L’incontro è stato ancor più significativo perché al-Sistani rappresenta la scuola di Najaf, in contrasto con quella di Qom, in Iran. Al-Sistani spinge per una separazione netta tra politica e religione, a differenza della Hawza rivale, quella iraniana, al-Sistani vuole uno Stato solido, con istituzioni affidabili.

Al-Sistani riceve pochissime persone, la visita di cortesia del Papa avviene dopo il rifiuto del leader sciita di incontrare Embrahim Raisi uno dei possibili successori di Khamenei, la massima autorità politica e religiosa in Iran. La scelta di incontrare Papa Francesco e sottolineare in un comunicato che i cristiani in Iraq debbano vivere in pace in un quadro giuridico che garantisca loro protezione, rende Sistani l’interlocutore giusto di Papa Francesco nel cercare di affermare la presenza dei cristiani non solo in nome della religione ma come affermazione di piena cittadinanza, in uno Stato laico che garantisca il pieno esercizio dei diritti. Un risultato diplomatico, dunque, così importante per gli equilibri non solo iracheni ma di tutta la regione.

“Nessuno sia considerato cittadino di seconda classe”, con queste parole il Santo Padre ha invitato a non dimenticare le minoranze e le donne, quali componenti più vulnerabili del tessuto sociale iracheno. Questo appello avrà il potere di sensibilizzare il governo alle istanze dei più fragili?

Difficile prevedere cosa cambierà effettivamente nei prossimi mesi. è certamente significativo che le parole del Papa rivendichino per la comunità cristiana non solo il diritto di professare una religione e di essere protetti ma anche il diritto alla cittadinanza. Il pontefice sa che il primo problema per i cristiani oggi è l’accesso al lavoro e che questo, ben prima della sicurezza, impedisce a molti di tornare a casa. Il senso politico dei suoi incontri è anche questo. Parlare dei cristiani come cittadini e non solo come fedeli.

Papa Francesco è stato il primo Pontefice a recarsi in Iraq. In occasione di questo pellegrinaggio, le milizie sciite hanno sospeso ogni azione militare, ma come ha reagito la società civile?

Alcune milizie sciite hanno dichiarato una sospensione delle attività militari per tre giorni. Difficile fare un discorso generico per l’intera società civile. Possiamo certamente raccontare la comunità cristiana che da mesi si preparava a questo incontro. Sia a Qaraqosh, che a Baghdad che a Mosul e naturalmente Erbil, dove la messa finale ha visto 10 mila persone in ascolto del Papa allo Stadio di Erbil. Per le comunità cristiane è stato un grande gesto di speranza. Certo le sfide che l’Iraq aveva fino a due settimane fa resistono.

La comunità internazionale è stata chiamata a svolgere un ruolo di pacificazione in Iraq e in tutto il Medio Oriente “senza imporre interessi politici o ideologici”. Secondo lei, l’appello del Papa potrebbe contribuire ad avvicinare ulteriormente l’Italia e l’Europa all’Iraq, anche alla luce della possibile nomina italiana per la missione NATO proprio sul territorio iracheno?

Credo che l’Europa debba con urgenza farsi carico di problemi sospesi dalla fine della guerra di Mosul. Faccio, in particolare, riferimento all’enorme problema dei campi profughi e soprattutto quelli che ospitano famiglie ritenute vicine a Daesh. Il governo iracheno ha annunciato senza preavviso la chiusura di undici campi profughi lo scorso dicembre, lasciando aperte e attive solo le aree che ospitano familiari di membri, soldati o sostenitori dell’Isis morti in guerra. Queste persone sono rifiutate dalle comunità di origine. Chi ha provato a tornare a casa è stato cacciato, minacciato. L’aiuto internazionale, a mio avviso, deve ripartire da qui. Dalle pacificazioni tra comunità.