Dialogo Cina-Vaticano: a un passo dalla svolta?

I rumors di questi giorni si rincorrono da varie fonti, ancora una volta, in attesa di un annuncio tante volte atteso e mancato: quello di un accordo che implichi un riconoscimento dei rispettivi ruoli tra la Chiesa cattolica e il governo comunista di Pechino. Eppure le linee guida della superpotenza cinese, guidata da Xi Jinping, prospettate dal 19° congresso del Partito comunista, hanno generato una sequela di leggi e regolamenti di carattere sempre più restrittivo dei residui spazi di libera espressione di individui e comunità, soprattutto quelli religiosi: la realizzazione del “sogno” neoimperiale e neoimperialista per la Cina del XXI secolo passa infatti attraverso il controllo capillare di ogni organismo presente sul territorio. 

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Quattro anni fa era stato inaugurato un nuovo corso di dialogo – peraltro avviato da decenni ma paralizzato dalle pretese di parte cinese – nei confronti delle autorità di Pechino che Papa Francesco ha più volte supportato con sue dichiarazioni: attraverso periodi di attività, più o meno riservata, il filo di una soluzione è sembra concretizzarsi in svariate occasioni, come in questi ultimi giorni. Anche l’autorevole Wall Street Journal, il 14 settembre, riportava la notizia che il mese corrente avrebbe forse portato un accordo storico, peraltro con un incipit del suo articolo di fondo che riassumeva il nodo sconcertante della questione: “Immaginate che il Papa deleghi a Trump la nomina dei Vescovi negli Stati Uniti”. Tuttavia anche in questo frangente si notava come le resistenze non fossero facili da superare, non tanto da parte vaticana – dove con l’attuale pontificato si conferma una linea che appare ad ogni costo aperturista  – quanto piuttosto dal lato cinese.
Qui il coté istituzionale, rappresentato dagli ambienti del ministero degli Esteri, è tra gli sponsor dell’opportunità di portare a casa un accordo con Papa Bergoglio, mentre le organizzazioni statali e di partito (dove, come sempre in quel tipo di regimi, il partito prevale su tutto), che in questi anni hanno dominato le comunità in ambito sociale e spirituale (ministero degli Affari religiosi, il Fronte unito e l’Associazione cattolica patriottica, che “sovrintendono” la vita dei milioni di cinesi cattolici) oppongono una strenua resistenza. Esse controllano 5 milioni di fedeli che, ufficialmente, non riconoscono la primazia del Papa, a fronte di una Chiesa “sotterranea” fedele alla Santa Sede – sottoposta, nei decenni, ad ogni genere di sofferenze – assai più numerosa, che conterebbe 7 milioni di credenti (secondo altre stime arriverebbe a raddoppiare questa cifra). 
Le questioni sul campo rimangono grosso modo sempre le stesse: da parte di Pechino, riconoscere nel Papa – un Capo di Stato straniero – il vertice di una comunità religiosa, composta da cittadini cinesi, al quale la Cina non vuole riconoscere il potere di nomina dei Vescovi, che deve rimanere esclusiva del regime, ma solo una sorta di successiva “ratifica”. Dall’altro, per la Chiesa cattolica, riportare sotto l’autorità papale la composizione episcopale in terra di Cina, come avviene in tutto il mondo e, anche, ad Hong Kong grazie ai Trattati con il Regno Unito, e a Taiwan dove la libertà religiosa, per tutte le fedi, è rispettata e tutelata. Qui si entrerebbe nel secondo nodo della questione, che è precondizione del governo di Pechino per le relazioni diplomatiche con il governo comunista: la “One-China policy”, ovvero l’esclusività dei rapporti diplomatici bilaterali, ma l’accordo di cui si specula attualmente riguarderebbe, appunto, la questione centrale delle nomine episcopali e, per ora, non altro. Eppure il governo di Taipei, come emerso nuovamente durante la visita “ad limina” al Papa della sua Conferenza episcopale taiwanese, avvenuta nella scorsa primavera, è un esempio di libertà, di rispetto e di promozione dei diritti umani nell’intera area Asia-Pacifico, e il mezzo milione di cattolici dell’Isola si avvia a celebrare solennemente il Congresso eucaristico previsto per il prossimo anno, al quale è stato invitato Papa Francesco.

Il contesto di questa delicata partita a scacchi avviene, inoltre, sullo sfondo degli effetti della “sinicizzazione” a cui è sottoposta l’elaborazione teologica e dottrinale delle comunità cattoliche cosiddette patriottiche. È, in qualche modo, una forma di sincretismo religioso che, come ai tempi del gesuita Matteo Ricci, tentava una maggiore penetrazione nella società cinese attraverso l’integrazione di elementi di confucianesimo, taoismo, buddismo. Ora, però, il condizionamento avviene attraverso rigidi criteri ideologici-partitici, espressione del verticalismo totalitario e ateo del Partito comunista. La natura stessa del cattolicesimo è così messa in discussione. La partita tra Vaticano e Cina comunista sembra dunque evidenziare molte e complicate difficoltà con la previsione di tempi assai lunghi per la loro soluzione.