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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaMarib, capolinea del dialogo tra l'Arabia Saudita e l'Iran

Marib, capolinea del dialogo tra l’Arabia Saudita e l’Iran

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La battaglia per la città di Marib in Yemen si avvicina a compiere un anno. Le forze del movimento Ansar Allah, comunemente note come Houthi, sono sempre più vicine alla roccaforte governativa. Il conflitto yemenita, spesso dimenticato dalla stampa internazionale, è in realtà chiave per comprendere le più ampie dinamiche regionali, e le tensioni tra l’Iran e i suoi molteplici avversari.

La corsa a Marib

La città di Marib, capoluogo dell’omonimo governatorato, si trova al centro dello Yemen settentrionale. Inizialmente una piccola cittadina da poche decine di migliaia di abitanti, nel corso del conflitto Marib è divenuta un rifugio per più di 600.000 Internally displaced people (IDP). L’intero governatorato è giunto ad ospitare circa 3 milioni di persone. Dal febbraio scorso la città, controllata dal governo internazionalmente riconosciuto, è però divenuta il principale obiettivo militare degli Houthi. L’importanza politica ed economica di Marib risiede principalmente nella presenza nel suo territorio di ricchi campi petroliferi e gassiferi, nonché di una diga sul fiume Dhana.

Dal 2020 gli Houthi hanno quindi lanciato una serie di operazioni militari volte ad accerchiare la città, avanzando largamente nei governatorati di Sanaa, al-Jawf e al-Bayda. In parallelo allo strumento militare il movimento zaydita sciita ha approcciato diverse tribù locali, con l’obiettivo di rompere la loro alleanza con il Presidente Abdrabbuh Mansur Hadi.

La coalizione militare alleata al governo yemenita ha reagito alle offensive degli Houthi intensificando la sua campagna aerea nel paese. I caccia dell’aviazione reale saudita hanno ucciso migliaia di miliziani di Ansar Allah, colpendo il movimento anche nelle sue basi nel governatorato di Sanaa. Gli Houthi non accennano però a fermarsi, e proprio nelle ultime settimane si sono ulteriormente avvicinati al capoluogo della provincia.

Le preoccupazioni internazionali

L’eventuale presa di Marib da parte di Ansar Allah potrebbe innescare l’ennesima grave crisi umanitaria in Yemen. La città, sempre più isolata, rischia di trovarsi sotto assedio nel caso cadesse anche l’autostrada N5, la quale collega la provincia ai territori meridionali e orientali ancora sotto il controllo delle forze anti-Houthi. La precaria sicurezza alimentare della popolazione residente rischia quindi di aggravarsi maggiormente. Inoltre, il probabile esodo della popolazione civile, se permesso dagli Houthi, porrebbe sotto ulteriore stress gli altri governatorati, a loro volta già in condizioni disperate.

A preoccupare gli osservatori internazionali è infine la sicurezza di coloro che in questi anni da Marib, in veste militare o civile, si sono opposti ad Ansar Allah. I miliziani Houthi sono infatti soliti detenere arbitrariamente blogger, giornalisti, attivisti o semplici dissidenti.
Il 18 settembre scorso il gruppo ha giustiziato nove uomini, tra cui un minore, accusati di essere co-responsabili della morte di Saleh al-Sammad, ex-leader di un organo politico affiliato ad Ansar Allah. Nel corso del processo, viziato di irregolarità e condannato dagli USA, dall’ONU e dall’UE, sono stati inoltre condannati a morte Donald Trump e il principe saudita Mohammed Bin Salman. In generale, gli Houthi sono responsabili di molteplici violazioni dei diritti umani internazionali.

La comunità internazionale, in testa l’ONU, da diversi mesi sta quindi facendo pressioni su Ansar Allah, come anche sui governativi, perché venga sospesa la battaglia per Marib.
Come spesso accade però, nelle “guerre per procura” gli attori sul terreno non prendono in completa autonomia le loro decisioni.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran viene spesso criticato dagli Stati Uniti e dagli alleati mediorientali dell’Occidente per il suo supporto alla ribellione degli Houthi. Il sostegno militare iraniano non è però l’unica ragione dietro le vittorie militari di Ansar Allah; la compagine governativa, che gode di un simile se non più importante sostegno estero, è profondamente divisa e invisa alla popolazione yemenita.
Inoltre, una larga parte della forza militare Houthi è di natura locale. Nel corso degli anni il movimento ha infatti assorbito diverse unità dell’esercito governativo entrando in possesso dei loro arsenali; inoltre, Ansar Allah beneficia spesso del supporto di alcune tribù locali.

Ciononostante, l’Iran è un alleato chiave per la milizia. Attraverso i suoi articolati network di contrabbando i pasdaran iraniani hanno fornito ad Ansar Allah armi leggere, missili anti-carro e sofisticati droni. Inoltre, grazie al sostegno militare della repubblica islamica gli Houthi hanno sviluppato un arsenale missilistico non indifferente, con cui da anni impegnano le difese aeree dell’Arabia Saudita. Al riguardo, il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha in passato evidenziato come la componentistica dei missili utilizzati dagli Houthi per attaccare il regno saudita sia in parte di provenienza iraniana. Ufficialmente l’Iran nega però il suo coinvolgimento al fianco di Ansar Allah; nell’agosto del 2018 l’allora generale iraniano Nasser Sha’bani rivendicò però il ruolo delle IRGC dietro un attacco, da parte degli Houthi, contro alcune petroliere saudite. E proprio un generale delle IRGC in Yemen, Abdul Reza Shahlai, sopravvisse inizialmente ad uno strike aereo statunitense nel gennaio del 2020. Secondo l’emittente statale iraniana IRNA, che ritirò però in un secondo momento la notizia senza ulteriormente confermarla, Abdul Reza Shahlai era in realtà Hassan Irloo, conosciuto come l’ambasciatore di Teheran a Sanaa. Shahlai, o Irloo, è poi morto il 19 dicembre scorso, presumibilmente dopo essersi ammalato di Covid-19. L’Iran ricopre quindi un ruolo rilevante in Yemen, e la speranza saudita di poter giungere ad una risoluzione del conflitto passa forzatamente per Teheran.

Il vuoto dialogo tra l’Iran e l’Arabia Saudita

E proprio con l’obiettivo di giungere ad un accordo sullo Yemen delle delegazioni di funzionari sauditi e iraniani si sono più volte incontrati negli scorsi mesi. Secondo la stampa regionale le parti avrebbero discusso un «meccanismo di soluzione a lungo termine del conflitto yemenita», nonché in generale come ravvivare le relazioni tra le due capitali.

Le fonti diplomatiche iraniane hanno spesso utilizzato toni molto positivi per descrivere il dialogo con le loro controparti saudite. Dello stesso parere non è però Abdallah Al-Mouallimi, Rappresentante Permanente dell’Arabia Saudita all’ONU. Mouallimi ha infatti affermato che l’Iran «sta giocando» con il regno saudita, lamentando quindi la mancanza di gesti e proposte concrete da parte dell’entourage iraniano.
In Yemen appunto, nonostante i molteplici incontri in Iraq tra Riad e Teheran, l’offensiva Houthi verso Marib non accenna a fermarsi, come neanche gli attacchi missilistici verso il regno saudita stesso. Al contrario, Riad recentemente ha dovuto addirittura chiedere agli Stati Uniti un rifornimento di intercettori per i propri sistemi di difesa aerea Patriot.

La scorsa primavera Ansar Allah ha rifiutato una proposta di cessate il fuoco offerta dall’Arabia Saudita. Per il movimento armato lo stop ai raid aerei sauditi non era infatti sufficiente, come non lo erano le proposte di condivisione delle risorse nazionali con i governativi di Hadi. Gli Houthi, consci del loro vantaggio militare, chiesero invece che prima venisse rimosso il blocco imposto da Riad alle infrastrutture aeree e marittime yemenite, e solo in un secondo momento il movimento avrebbe quindi discusso la possibilità di giungere ad un cessate il fuoco. Secondo l’analista Peter Salisbury dello International Crisis Group, l’allora obiettivo saudita fu proprio quello di evidenziare la scarsa disponibilità degli Houthi ad abbassare le armi. Il movimento zaydita infatti non sembra essere interessato a negoziare, a meno che non venga riconosciuta la sua posizione di forza.

Conclusione

L’intransigente postura degli Houthi non è quindi solo figlia dei successi militari del gruppo o di esclusive dinamiche locali. Il rapporto di Ansar Allah con l’Iran è altresì importante. Teheran, infatti, molto raramente si è dimostrata disponibile a mettere in discussione la propria politica estera, del quale il movimento zaydita è un importante componente.

Nonostante l’opposizione degli Stati Uniti e principali alleati, l’Iran continua infatti a sostenere attivamente il regime di al-Assad in Siria, assieme ad un’ampia galassia di gruppi armati non-statali sparsi per l’intera regione mediorientale, tra cui rientrano Ansar Allah, Hezbollah in Libano e diverse milizie in Iraq, nonché Hamas e la Jihad Islamica in Palestina. Su queste formazioni, con le dovute differenze data l’unicità dei vari contesti, Teheran dispone spesso di un’importante influenza. 

Nel frattempo, gli alleati regionali degli Stati Uniti non sembrano in grado di poter risolvere in autonomia, o senza il solido sostegno di Washington, le loro crisi con Teheran. La coalizione militare capitanata dall’Arabia Saudita in Yemen si è rivelata un completo fallimento, ed è sempre più incapace di frenare le avanzate di Ansar Allah. Riad è anzi da anni oggetto di fortissime critiche da parte di diversi Stati della comunità internazionale e altrettante ONG, in quanto la sua campagna in Yemen è costellata di molteplici violazioni dei diritti umani internazionali. Infine, I missili e droni forniti dalle IRGC agli Houthi si confermano una vera e propria spina nel fianco per l’Arabia Saudita; per quanto le difese aeree del regno riescano ad abbattere con grande efficienza le molteplici minacce contro cui sono poste, ciò avviene a un prezzo non irrisorio, soprattutto se comparato alle ben più economiche risorse impiegate dagli Houthi e dall’Iran.

In conclusione, la battaglia di Marib e lo scenario yemenita evidenziano come l’Iran stia acquisendo sempre più fiducia e confidenza nelle sue operazioni estere, e non sia realmente interessato a giungere a una risoluzione pacifica del conflitto. Al contrario è più realistico pensare che la repubblica islamica continuerà a finanziare e a sostenere i suoi asset all’estero, partecipando al tempo stesso ai forum, pubblici o privati, di dialogo intra-regionale, ma senza rivoluzionare il suo posizionamento poi all’interno dei diversi conflitti.


Fabrizio Chevron
Geopolitica.info

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