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05/09/2025
Stati Uniti e Nord America

Detenzioni da miliardi di dollari

di Lara Pizzo

Negli Stati Uniti la detenzione amministrativa dei migranti è diventata un settore redditizio: grandi operatori privati gestiscono la maggior parte dei posti letto ICE, sostenuti da appalti federali e da politiche che hanno privilegiato l’esternalizzazione delle funzioni detentive. Le conseguenze sui diritti umani e sull’accountability pubblica restano al centro del dibattito.

Negli Stati Uniti la detenzione amministrativa dei migranti è diventata un settore redditizio: grandi operatori privati gestiscono la maggior parte dei posti letto ICE, sostenuti da appalti federali e da politiche che hanno privilegiato l’esternalizzazione delle funzioni detentive. Le conseguenze sui diritti umani e sull’accountability pubblica restano al centro del dibattito.

La gestione dei migranti in custodia ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) si è progressivamente spostata verso il settore privato, trasformandosi in un mercato con margini rilevanti. Oggi la stragrande maggioranza delle persone detenute è custodita in strutture gestite da società for-profit. Questa scelta di policy, consolidata nel tempo e solo parzialmente corretta da interventi federali limitati al Department of Justice (DOJ), ha creato incentivi economici potenti e una catena di appalti che va dalla gestione dei centri alla sorveglianza elettronica.

Le implicazioni etiche e giuridiche sono tutt’altro che teoriche. Rapporti indipendenti documentano decessi evitabili in custodia ICE e criticità sistemiche nell’accesso alle cure e alle tutele, mentre sul piano internazionale pesa il fatto che gli Stati Uniti non abbiano ratificato la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, un elemento rilevante quando si parla di famiglie e minori in detenzione.

Il business delle detenzioni

I principali attori dell’industria della detenzione migratoria negli Stati Uniti sono GEO Group e CoreCivic, entrambe società quotate a Wall Street che negli ultimi anni hanno beneficiato di miliardi di dollari in contratti federali. Solo nel 2022, GEO Group ha ottenuto 1,05 miliardi di dollari da contratti con ICE, mentre CoreCivic ha riattivato strutture già in disuso come il South Texas Family Residential Center di Dilley, capace di ospitare più 2.400 persone. Questo centro è stato spesso criticato per la detenzione prolungata di famiglie e minori.

Il governo federale ha programmato di mantenere circa 100.000 posti letto attraverso appalti semplificati e procedure accelerate di assunzione, confermando la natura strutturale di questo sistema. Parallelamente, i colossi privati hanno diversificato i propri investimenti, espandendosi nel settore della sorveglianza elettronica: dai braccialetti GPS ai software di monitoraggio, strumenti anch’essi forniti in convenzione con ICE.

Dal 2017 in avanti, la crescita di questo comparto ha avuto riflessi anche sul mercato finanziario. GEO Group, in particolare, ha visto raddoppiare il valore delle proprie azioni con l’insediamento dell’Amministrazione Trump, ottenendo nel 2020 un contratto da 1 miliardo di dollari per la costruzione del più grande centro ICE sulla costa orientale. CoreCivic ha seguito un percorso simile, consolidando la propria posizione come secondo operatore nazionale.

In questa prospettiva, la detenzione non appare come una misura temporanea di gestione dei flussi migratori, ma come un settore consolidato dell’economia statunitense, sostenuto da meccanismi di finanziamento e investimenti tipici del mercato azionario.

Politica e norme

Credere che il sistema delle detenzioni migratorie private nasca con l’Amministrazione Trump è un errore. Già da decenni gli Stati Uniti hanno fatto largo ricorso all’esternalizzazione della custodia a società private. Tuttavia, la linea di tolleranza zero introdotta nel 2017 ha rappresentato un’accelerazione decisiva, aumentando drasticamente il numero di arresti e la domanda di posti letto in strutture ICE. Non a caso, George Zoley, fondatore di GEO Group e repubblicano registrato, definì le politiche di Trump “un opportunità senza precedenti” per espandere i servizi dell’azienda.

Sul piano politico, GEO Group e CoreCivic hanno investito milioni di dollari in donazioni elettorali, soprattutto a candidati repubblicani. Tra i contributi più significativi sono presenti i 500.000 dollari al Trump Victory Fund donati da GEO Group, a conferma del legame stretto tra interessi privati e decisioni pubbliche.

Anche con l’arrivo dell’Amministrazione Biden, il quadro non è mutato radicalmente. Pur avendo promesso un approccio più umanitario e firmato l’Executive Order 14006 per porre fine all’uso di carceri private federali, la misura ha escluso le strutture ICE, che operano sotto il Department of Homeland Security (DHS) e non sotto il Department of Justice (DOJ). Di conseguenza, il ricorso alle prigioni private è rimasto elevato e, secondo l’ACLU, tra il 2021 e il 2023 la percentuale di detenuti ICE affidati a società for-profit è aumentata del 90%.

Questa apparente contraddizione tra discorso politico e pratiche effettive ha suscitato indignazione tra attivisti e organizzazioni per i diritti umani, evidenziata anche dalla lettera che a fine mandato di Biden quasi 200 organizzazioni hanno inviato alla presidenza per chiedere la chiusura dei centri di detenzione e il blocco dei piani di espansione prima dell’insediamento di Trump, a conferma di come la logica economica della detenzione privata continui a prevalere su tentativi di riforma.

Diritti e conseguenze

Le conseguenze del sistema di detenzione privata sono emerse con chiarezza in numerose indagini indipendenti. La American Academy of Pediatrics ha denunciato ripetutamente che la detenzione di minori, anche di breve durata, può provocare danni psicologici permanenti. Analogamente, il Comitato ONU per i diritti dell’infanzia ha definito questa pratica “incompatibile con l’interesse superiore del minore” e ha più volte invitato gli Stati Uniti a porvi fine. È significativo ricordare che Washington è l’unico Paese al mondo a non aver ratificato la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo.

I dati raccolti dall’ACLU sugli incidenti mortali avvenuti tra il 2017 e il 2021 sono particolarmente gravi: su 52 decessi registrati in custodia ICE, 31 si sono verificati in strutture gestite da CoreCivic e GEO Group. Secondo il rapporto, il 95% di queste morti sarebbe stato evitabile, poiché legato a ritardi nei soccorsi, negligenze mediche o eccessivo ricorso all’isolamento.

Alle violazioni delle condizioni materiali si aggiunge la questione dell’accesso alla giustizia. Molti centri ICE sono situati in aree remote, rendendo difficile per i detenuti comunicare con i propri avvocati o preparare una difesa. Anche altri aspetti meno visibili del sistema, come i servizi di ristorazione, rivelano criticità. Aziende appaltatrici come B&H International e My Own Meals hanno ricevuto contratti milionari, nonostante indagini costanti della ACLU riguardanti pasti di pessima qualità, contaminati o scaduti, con implicazioni sanitarie serie per i detenuti.

Il sistema statunitense di detenzione migratoria rivela un intreccio strutturale tra profitto privato e politiche pubbliche. Nonostante le promesse di riforma e un linguaggio più umanitario, le Amministrazioni che si sono succedute hanno continuato a sostenere, direttamente o indirettamente, l’espansione delle società private. Il risultato è un apparato che, lungi dall’essere una risposta emergenziale, si configura come un settore economico consolidato.

La concentrazione di risorse in contratti miliardari, l’uso crescente di tecnologie di sorveglianza e i servizi accessori come la ristorazione dimostrano che la detenzione non è più solo uno strumento di controllo migratorio, ma un mercato ramificato che genera incentivi economici difficili da ridimensionare. Sul piano dei diritti umani, tuttavia, i costi sono evidenti: danni psicologici ai minori, decessi evitabili, isolamento e limitazioni all’accesso alla difesa. La delega a soggetti privati non riduce la responsabilità statale, che rimane piena anche in base al diritto internazionale.

In assenza di un ripensamento strutturale, il modello attuale continuerà a riprodurre una logica di profitto incompatibile con la giustizia sociale. La sfida è dunque individuare alternative alla detenzione come programmi comunitari di accoglienza e monitoraggio meno invasivi e rafforzare la trasparenza e l’accountability del sistema, affinché la tutela dei diritti fondamentali non sia subordinata agli interessi economici. Tuttavia, l’esperienza dell’Amministrazione Trump mostra come le priorità politiche possano andare nella direzione opposta, privilegiando l’espansione del settore privato e la logica della detenzione a scapito dei diritti umani.

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