Destinati alla guerra?

Considerazioni a partire dalla lettura del libro “Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?” Fazi, 2018, pp. 518 di Graham Allison

Destinati alla guerra? - GEOPOLITICA.info Graham Allison autore del libro (Repubblica.it)

Proprio in questi giorni, il dossier Stati Uniti-Cina è tornato all’attenzione delle cancellerie di mezzo mondo ed è oggetto di dibattito della più vasta opinione pubblica. Agli osservatori più accorti, infatti, non sarà sfuggito che l’inasprimento dei rapporti tra le due superpotenze non è altro che la cartina di tornasole del grado di profondità strategica della loro azione politica, l’una volta a consolidare, l’altra a revisionare l’attuale ordine mondiale. Stante l’enorme massa gravitazionale degli attori in questione, il movimento dell’uno e la risposta dell’altro non possono che produrre fibrillazioni e tensioni percepibili sull’intero globo; mentre un eventuale scontro armato tra i due potrebbe degenerare in un olocausto termonucleare, con ogni probabilità esiziale per la stessa sopravvivenza della specie umana.

La crescente ostilità tra Stati Uniti e Cina è sotto gli occhi di tutti, tanto che negli ultimi mesi, si è tornati a parlare e a scrivere di guerra economica, di contesa sugli armamenti, di corsa allo spazio, di contromisure commerciali e ritorsioni diplomatiche tra il dragone asiatico e l’aquila americana. Insomma, spirano venti di guerra. Fredda per il momento. Ma comunque non di una guerra qualsiasi, bensì di una guerra per la totalità, la cui posta in gioco è il primato in un nuovo ordine mondiale. È così che l’umanità si ritrova posta innanzi a questioni, tendenze, e contraddizioni già viste e affrontate nel passato: corsi e ricorsi storici che sembrano riproporsi con sorprendente ciclicità sul proscenio della storia.

Ma la guerra è davvero il nostro destino? Non c’è nulla di predeterminato nel nostro futuro: in quanto uomini, siamo chiamati a scegliere. O, almeno, questa è la tesi centrale di Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi Editore, 2018, 25 euro), l’ultima fatica di Graham Allison, direttore dell’Harvard Kennedy School’s Belfer Center e già consigliere e assistente alla Segreteria della Difesa sotto ogni presidenza americana, da Reagan a Obama. Un libro in perfetto stile anglosassone, la cui prosa -asciutta e analitica- non tradisce le aspettative generate da un titolo che sembra condensare in sé introduzione, svolgimento e conclusione.

L’analista americano parte da lontano, dalla guerra che sconvolse la Grecia del V secolo a.C. tra Sparta – potenza terragna egemone del mondo ellenico – e Atene, che ne minava il primato economico e militare per mezzo di una potente flotta navale. «La crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto», così Tucidide – testimone diretto dei fatti – ricostruisce le ragioni dello scontro armato tra le due maggiori città-stato del mondo greco. Allison – a capo del Thucydide’s Trap Project – insieme al suo gruppo di lavoro individua sedici casi della Storia in cui l’avanzata di una nazione di grande rilievo ha intaccato il ruolo di uno Stato dominante. Spagna e Inghilterra nel XVII secolo; Francia e Gran Bretagna nel tra XVII e XVIII ; ma soprattutto la rivalità tra Germania e Regno Unito, che – a cavallo dei secoli XIX e XX – portò allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Ce ne è abbastanza per avanzare un teorema: «Quando una potenza in ascesa minaccia di spodestarne un’altra al potere, la sollecitazione strutturale che ne deriva rende lo scontro violento la regola, e non l’eccezione»; e il suo corollario: la lunga marcia del «più grande attore della storia del mondo», la Cina, rappresenta una minaccia reale, concreta e attuale all’egemonia economica, politica e militare che gli USA esercitano sull’intero globo terracqueo: il pericolo di una escalation bellica tra le due superpotenze non è più tema da futurologi e scenaristi. Anzi, strateghi degli apparati militari e decisori politici hanno la responsabilità di affrontare qui ed ora ciò che, altrimenti, per Allison, sembra un destino già segnato: la guerra su larga scala.

Per il professore americano, infatti, il primato dell’economia cinese su quella statunitense è già una realtà e a questo presto seguirà una crescente assertività anche sulle questioni internazionali. Insomma, la Cina, che con la guida di Xi Jinping ha assunto ancora di più il ruolo di una vera e propria potenza con ambizioni globali, sfida la pax americana, o, meglio, l’imperium americano, cioè quel sistema di regole economiche e di prassi internazionali che – dalla fine della guerra fredda – garantisce agli USA il dominio incontrastato sull’intero pianeta. Il volume di Allison ci offre l’occasione di riflettere sul declino della parabola statunitense e su quella che appare come una crisi della loro presa sul mondo. Un dominio che però, nonostante il momento, gli Stati Uniti non sembrano disposti a condividere con nessuno. Non con gli alleati europei, che anzi sono stati richiamati più volte all’ordine, né tanto meno con lo sfidante asiatico che viene percepito come una vera e propria minaccia. Quando in ballo ci sono gli interessi strategici che determinano la potenza e la prosperità della madrepatria gli americani non sono disposti a cedere di un centimetro.

Ma cosa spaventa davvero gli Stati Uniti? La possibilità che Pechino possa disegnare un ordine mondiale veramente multipolare, dove le priorità dell’agenda della comunità internazionale non rispondano alla tutela dei pilastri del potere americano. Su questo fronte, la leadership cinese vuole giocarsi pienamente la sua partita, e Xi Jinping non manca mai di ricordarlo. Gli sforzi per riconvertire le catene del valore della propria economia puntando sui settori a più alto valore aggiunto, gli investimenti sulla formazione, sulla tecnologia quantistica, sulle reti 5G, sui trasporti ad alta velocità e sul potenziamento della capacità spaziale non solo dimostrano la volontà di chiudere definitivamente i conti con “il secolo delle umiliazioni”, ma fanno assumere alla Cina la postura di una superpotenza che ha l’ambizione di affermarsi come baricentro e avanguardia del mondo. Come? Per un ossimoro della Storia – forse soltanto apparente – la leva diplomatica della più grande nazione comunista è l’enorme liquidità monetaria che Pechino sfrutta come capitale di investimento.

Anche se quando lo ritiene opportuno non manca di mostrare i muscoli, in questo momento storico l’avanzo di bilancio è la vera massa gravitazionale che rende la Cina capace di attrarre altri attori internazionali e di proporsi loro come alternativa seria, credibile e conveniente all’influenza statunitense. Il progetto delle nuove vie della seta (Belt and Road Initiative) è forse quello che rappresenta il vero fulcro del più grande sforzo geopolitico e geoeconomico che una nazione abbia mai tentato in tempo di pace, ma la Cina oggi è in grado di offrire ai propri partner commerciali anche canali di finanziamento paralleli e alternativi al sistema del Fondo Monetario e della Banca Mondiale.

Che l’iniziativa cinese risulti indigesta agli Stati Uniti non lo scopriamo oggi. Nella National Defence Strategy del 2018, dove – per la prima volta dopo anni sciagurati – gli americani abbandonano definitivamente l’idea che il terrorismo sia la maggiore minaccia alla sicurezza nazionale, si definisce la Cina quale “nazione nemica”. Insieme alla Russia di Putin, ça va sans dire. Ma qual è il limite oltre il quale gli americani non considerano lecito avventurarsi? Dopo la poco efficace strategia del containment portata avanti da Obama e Clinton nel Pivot to Asia, i dazi doganali di Trump ricordano a Xi che establishment, élite e deep America concordano sul fatto che in politica estera esiste solo una priorità: l’interesse americano to defend our way of life. Tradotto: che gli USA possano perdere la propria egemonia sul pianeta è eventualità nemmeno pensabile.

Gli alleati sono già stati ammoniti e anche l’Europa deve rendersene conto: l’America ha da pensare a cose serie e tutti sono chiamati a fare la loro parte. Più soldi alla Nato e meno accordi commerciali con la Cina, anzitutto. 5G Huawei is banned, per intenderci, anche se è più efficiente e costa meno di quello nordamericano. A qualcuno che si mostra più duro di comprendonio – come l’Italia che si appresta a ospitare Xi Jinping (dal 21 al 24 marzo a Roma) e che sembrerebbe intenzionata a diventare la prima potenza del G7 a entrare nei progetti della Belt and Road Initiative – si pensa pure di tirare le orecchie.

 Il punto dirimente oggi sembra essere esattamente questo: le élite europee cominciano a capire (guten morgen!) che i propri interessi strategici non coincidono più con quelli d’oltre Atlantico e che, anzi, l’alleato americano comincia a chiedere per sé più di quello che offre in cambio; e che quello che offre in cambio è comunque meno di quello che è disposta a mettere sul piatto la Repubblica Popolare pur di rafforzare il legame commerciale con l’Europa. Già. Perché il più alto progetto geopolitico di Pechino, il principale obiettivo da realizzare per fare del XXI secolo il secolo cinese, si chiama Eurasia, spauracchio di mackinderiana memoria, visto come fumo agli occhi dagli americani, che da sempre lo considerano come il più reale, grave e concreto pericolo per i loro interessi: l’unico che – se portato a termine – li ricaccerebbe nella loro “isola” in mezzo ai due oceani, sola e ai margini del centro dello sviluppo tecnologico e del commercio mondiale. Il punto di non ritorno che significherebbe l’estinzione degli Stati Uniti per come li abbiamo conosciuti fino a ora.

La più grande potenza talassocratica della storia ha bisogno del rimland europeo per esistere, vivere e prosperare. E, dunque, ancora una volta l’Europa – finis terrae – sembra essere di nuovo il limite invalicabile, l’oggetto e insieme lo spazio della contesa di due superpotenze, l’una terragna, l’altra marittima, che si affrontano per il dominio globale. Ancora una volta la mer contre la terre con il vecchio continente a fare da posta in gioco, oggetto – perché incapace di farsi soggetto – della contesa. E ancora una volta la Storia sembra volersi riproporre senza poter insegnare nulla, ma solo per annunciarci presagi di un nuovo futuro antico dagli esiti a oggi imponderabili.