La democrazia taiwanese resiste al pressing cinese

Nel 70mo anniversario della Repubblica popolare cinese il governo di Pechino ha rilanciato la sua usuale retorica contro l’indipendenza di Taiwan. Accompagnando però le dichiarazioni alla rivendicazione di due nuovi – ma più apparenti che reali – successi nei confronti di Taipei: la “conquista” dell’alleanza diplomatica di due Stati insulari del Pacifico strappati alle relazioni ufficiali con Taiwan. Si è trattato prima delle Isole Solomone e poi Kiribati. “La Cina – ha detto il portavoce del governo comunista – è impegnata a sviluppare relazioni amichevoli con i paesi di tutto il mondo sulla base della politica della Cina unica. Riprendere i legami diplomatici con Kiribati non solo gioverà ai due popoli, ma contribuirà anche alla pace, alla stabilità e alla prosperità regionali”.

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Parole altisonanti che mirano a trasmettere l’idea di una Taiwan ormai ridotta in un angolo e isolata dal resto della comunità internazionale. Le cose sono in realtà meno scontate di quanto la Cina cerchi di far credere. A favore di Taiwan continua a giocare la ferma e prospera alleanza con gli Stati Uniti. Ultima prova è stata l’approvazione, nei giorni scorsi, da parte della Commissione per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti del Taipei Act (Taiwan Allies International Protection and Initiative Initiative), volta a sostenere la presenza internazionale di Taiwan.
La legge, che nasce da una iniziativa trasversale a firma del senatore repubblicano Cory Gardner e del senatore democratico Chris Coons, esprime il sostegno degli Stati Uniti al governo di Taipei. Durante la discussione in Commissione, sono stati sottolineati proprio i casi delle Solomone e di Kiribati come emblematici della necessità di vigilare sulla sicurezza di Taiwan. Inoltre è stata sottolineata la necessità di proteggere Taiwan perché non ci si trovi davanti a una nuova Hong Kong (sulla cui difficile situazione proprio da Taipei nei giorni scorsi è arrivato un richiamo forte alla comunità internazionale).

Una manifestazione a Taipei in supporto delle proteste pro democrazia ad Hong Kong

Il disegno di autorizza il governo americano a sostenere l’adesione di Taiwan alle organizzazioni internazionali in cui non sia richiesta la statualità e a difendere lo status di osservatore di Taiwan in altre organizzazioni internazionali. L’Isola, proprio a causa del boicottaggio cinese, è ormai regolarmente esclusa dal ruolo di osservatore presso l’Organizzazione mondiale della sanità e l’ICAO.

La Cina è consapevole di quanto il supporto degli Stati Uniti a Taiwan, sostanziatosi in altri atti approvati dal Senato e dal Congresso di Washington, sia forte. Proprio quest’anno gli Usa hanno inoltre approvato il programma di vendita a Taiwan di nuovi jet F-16, di missili stinger e di tank in funzione difensiva. Non a caso le parole del governo cinese sul Taipei Act hanno evidenziato grande nervosismo. “L’approvazione dell’atto da parte della Commissione del Senato degli Stati Uniti ha gravemente violato il diritto internazionale e le norme delle relazioni internazionali, oltre ad avere gravemente interferito negli affari interni della Cina”, ha detto un portavoce cinese, aggiungendo che Taiwan è parte della Cina e che le questioni relative all’Isola sono affari interni del paese. E’ seguita l’usuale esortazione agli Usa “a comprendere chiaramente la situazione, a smettere di portare avanti azioni negative e ad intromettersi nella questione di Taiwan, per evitare di minare ulteriormente le relazioni Cina-Stati Uniti e la pace e la stabilità attraverso lo Stretto”.
Non ci sono dubbi che la Cina, ancor più motivata dalle ormai vicine elezioni presidenziali e parlamentari che si terranno a Taiwan nel prossimo gennaio,  cercherà di ridurre ulteriormente il numero degli alleati di Taiwan. Il capo dell’Ufficio di sicurezza nazionale (NSB) di Taiwan, Chiu Kuo-cheng, ha confermato al Parlamento taiwanese che la Cina avrebbe in animo di attirare a sé altri due alleati diplomatici di Taiwan prima delle elezioni. Si vocifera in particolare di Haiti. Chiu ha affermato che l’NSB sta monitorando tutti i potenziali scenari, tra cui quello che vedrebbe la Cina congegnare misure ancora più severe per Taiwan, come limitare i voli delle compagnie aeree dell’isola, tagliare i legami finanziari o abrogare l’accordo quadro di cooperazione economica sino-taiwanese.

Scenari complessi e certo delicati per Taiwan. Tuttavia la lucidità e la capacità di analisi con cui Taiwan sceglie di portare nel pubblico dibattito scenari del genere dimostrano la forza e la grandezza di un Paese che, proprio per la sua capacità di rappresentare nel mondo il volto democratico del mondo cinese, rappresenta una spina nel fianco della Cina comunista. Non  a caso proprio oggi (lunedì 7 ottobre) si svolge (si è svolto) a Taipei il primo forum sulle Isole del Pacifico, co-organizzato da Taiwan e dagli Usa, con l’obiettivo di esplorare le opportunità per i due Paesi di lavorare insieme nella regione per consolidare i legami di Taiwan con i propri alleati del Pacifico. Oltre ai rappresentanti di Taiwan e degli Stati Uniti, presenti anche inviati dal Giappone, dalla Nuova Zelanda, dall’Australia, dal Canada e da alcuni paesi europei. Un fronte composto da alcune delle principali democrazie del mondo consapevoli di quanto Taiwan rappresenti un baluardo imprescindibile di libertà e sviluppo sociale nell’Estremo Oriente.