Tunisia: una democrazia sotto assedio

Dopo l’attentato del 26 giugno sulla spiaggia di Sousse, rivendicato dallo Stato Islamico e costato la vita a 38 persone, il presidente Essebsisi rivolge alla nazione per annunciare lo stato d’emergenza: “L’Isis è alle porte, siamo in pericolo”.  Per le gravi falle nella sicurezza,  rimosso il governatore di Sousse e altre figure di spicco delle forze dell’ordine della regione.

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La strage di Sousse ha inferto un nuovo colpo alla giovane democrazia tunisina dopo l’azione terroristica del marzo scorso al museo del Bardo di Tunisi, in cui persero la vita 17 visitatori stranieri. Il nuovo attentato,ha riportato il Paese in un clima di insicurezza che rischia di mettere in ginocchio il paese. Si calcola che la fuga dei turisti dalla Tunisia e le disdette seguite a Sousse, determineranno la perdita secca di almeno 500 milioni di dollari nel settore turistico.

Chi è stato?

Dietro la strage, secondo alcune fonti del governo tunisino,  ci sarebbe una cellula del terrore e non semplicemente l’azione di un foreign fighter.Il ministro dell’Interno NajemGharsalli, ha annunciato la prima raffica di arresti di un gruppo di persone legate a vario titolo all’attentatore. Sette in tutto le persone fermate, tra cui due a Sousse, una a Tunisi e un’altra a Kasserine. Il killer della strage al resort, SeifeddineRezgui, si era addestrato in Libia con uno degli attentatori del museo del Bardo. Secondo le autorità tunisine, avrebbe agito sotto l’effetto di una sostanza stupefacente, il captagon. Quest’ultimo, genera in chi lo assume, uno stato di onnipotenza e di grande calma allo stesso tempo, con un effetto che dura fino a 48 ore. La droga, è molto diffusa e utilizzata il Libia e Tunisia.

Rezgui si era infiltrato in Libia 6 mesi fa insieme ad un gruppo di giovani estremisti, facendo perdere  le sue tracce. Lì si sarebbe addestrato in uno dei campi dell’Isis, procurandosi il kalashnikov con il quale ha poi compiuto l’assalto. Rientrato a Tunisi dopo 3 mesi,  ha annunciato il suo sostegno allo Stato Islamico sui social network. Proprio attraverso questi, è stato avvicinato da elementi dell’Isis, che lo hanno messo in contatto con una cellula dormiente attiva nella capitale tunisina.

Inoltre, il killer aveva lavorato come animatore nei resort di Sousse, il che spiega il motivo per cui il terrorista sapeva come muoversi perfettamente all’internodella struttura. Stando agli ultimi sviluppi dell’inchiesta, Rezgui, non sarebbe arrivato dal mare, ma si sarebbe recato sui luoghi del massacro a bordo di un’utilitaria probabilmente guidata dai suoi complici. Una volta in spiaggia, armato di Ak-47, avrebbe iniziato a sparare. L’azione sarebbe durata in tutto circa 20 minuti, nei quali il killer avrebbe avuto modo di tirare anche alcune granate, avendo cura di risparmiare i locali e colpire invece esclusivamente i turisti.

Le contromisure della Repubblica tunisina

Lo stato d’emergenza, sospendendo alcune garanzie costituzionali, permette all’esecutivo di gestire con più autorità situazioni difficili sul piano della sicurezza interna. Esso prevede  maggiore libertà nel dispiegamento dell’esercito e delle forze dell’ordine su tutto il territorio nazionale, oltre a imporre misure come il coprifuoco e la riduzione del diritto della gente di potersi riunire pubblicamente. L’ultima volta che in Tunisia era stato decretato lo stato d’emergenza era stato nel gennaio del 2011, colpo di coda del regime dell’ex presidente Zine El-Abidine Ben Ali di fronte alla protesta della cosiddetta “primavera araba” che aveva portato alla sua fuga all’estero. Completata anche la chiusura di tutte le 80 moschee a rischio radicalismo, su cui attività lo Stato non esercitava un pieno controllo.

 

L’ obiettivo dei jihadisti

Attaccare il resort di Sousse, significa sfidare apertamente la politica. Le spiagge di Sousse sono infatti tra le più frequentate dai turisti occidentali. La Tunisia è l’unico Paese arabo in cui il passaggio dalla dittatura alla democrazia si è concluso. “Stanno cercando di distruggere il Paese simbolo della primavera araba”, commenta Lina Ben Mhenni, storico blogger di riferimento della rivolta che nel 2011 ha portato alla caduta di Ben Ali. L’attacco terroristico, sembra quindi avere come obiettivo quello di destabilizzare politicamente il paese, colpendo la sua fonte economica principale, cioè il turismo.  Già dopo l’attentato del Bado, gli operatori del settore rilevavano un drastico calo di presenze straniere rispetto a un anno fa. Un’inversione di tendenza dopo Sousse, pare a questo punto impossibile.

Diffondere il panico tra la società civile, rientra pienamente nella tattica delle organizzazioni terroristiche come al-Qaida nel Maghreb Islamico (Aqim) e Isis, che dedicano molte attenzioni alla Tunisia.Dabiq (la rivista dell’Isis) numero 8, riportava in copertina la moschea di Kairouan (città d’origine di uno degli attentatori) e conteneva un’intervista a Boubakarel-Hakim, l’assassino del leader politico tunisino Mohammed Brahmi.

Possibili soluzioni

Nonostante i grandi passi in avanti (elezioni democratiche e nuova Costituzione),  la Tunisia ha ancora grandi problemi sia sociali che economici (bassa rappresentatività per le giovani generazioni nelle istituzioni politiche, elevata disoccupazione, bassi investimenti esteri, enormi diseguaglianze regionali est-ovest). In questo contesto, la lotta allo jihadismo risulta molto più difficile. La popolazione locale, così come in altre realtà regionali, è attratta dalla propaganda dei gruppi terroristici, che fanno leva proprio sul malessere generazionale dei giovani. I combattenti sono spesso alla ricerca di un riconoscimento, una sorta di rivincita nei confronti della vita nei luoghi in cui sono cresciuti.

Tunisi non è in grado di prevenire, né di contrastare il fenomeno jihadista da sola.Occorre quindi che l’occidente si faccia carico della transizione democratica e pacifica del paese, attraverso aiuti economici a sostegno di politiche sociali di lungo periodo. Oltre questo, sembra inevitabile l’aiuto in campo militare, nell’ottica di una maggiore cooperazione nel campo della sicurezza. Ciò però non basta. Serve investire sulla dimensione politica e connettere davvero economicamente la Tunisia all’Europa.