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Democrazia, elezioni e geopolitica in Africa sub-sahariana: intervista a Luca Attanasio

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Geopolitica.info ha incontrato Luca Attanasio, giornalista di Domani e curatore della newsletter “Afriche”, per meglio comprendere lo stato della democrazia in Africa e i più recenti sviluppi politici nel continente.

Quando si parla di democrazia e di Africa si tende a generalizzare con un atteggiamento per lo più ‘afropessimista’, descrivendo il continente come un insieme di paesi autoritari e senza la minima tutela dei diritti umani. Ma è davvero così? Quali esempi di democrazia o virtuose transizioni alle democrazie vi sono? Il Gambia può essere un esempio?

Purtroppo quando si parla di Africa si tiene raramente in considerazione il fatto che ci si riferisce a paesi e democrazie giovanissime. Da qui, si tende a dare per scontato che se certe democrazie non funzionano come ci si aspetta debbano funzionare, allora sono un fallimento. Ma molti di questi Stati fino a poco tempo fa erano sotto il giogo del colonialismo e si sono ritrovati a sperimentare cosa significhi vivere in un paese indipendente e in una democrazia dopo un processo di indipendenza estremamente rapido. Questo non significa giustificare il malgoverno in Africa, ma è importante tenere a mente questi elementi quando si valutano e si giudicano le dinamiche politiche africane. Quando guardiamo all’Africa con un atteggiamento “afropessimista” è importante ricordare come i problemi dell’Africa contemporanea siano in larga parte un’eredità del colonialismo. Inoltre, con uno sguardo più attento, si possono notare vari esempi di democrazie o percorsi verso la democrazia che stanno dando notevoli frutti. Il Gambia è un meraviglioso esempio di come un piccolo popolo sia riuscito ad affrancarsi dal dittatore Yahya Jammeh, uno dei peggiori autocrati della storia recente. Nello stupore degli osservatori, tutto ciò è avvenuto democraticamente e tramite elezioni pacifiche, ma nessuno ne ha parlato. Il Gambia è un paese piccolo ma è un esempio fulgido di uno storico e incoraggiante risultato. Nelle recenti elezioni è stato confermato Adama Barrow e, anche se i problemi persistono, resta comunque un esempio di passaggio da una dittatura a una democrazia senza spargimento di sangue. Un altro interessante esempio di democrazia in Africa (e di cui si parla, anche in questo caso, troppo poco) è lo Zambia, paese con cui l’Italia ha rapporti sin dai primi mesi dell’indipendenza, rapporti tra l’altro ricordati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella recente visita nel paese. Lo Zambia è oggi una delle democrazie più compiute d’Africa. Hakainde Hichilema ha sconfitto il presidente uscente pur facendo parte di un’etnia storicamente emarginata e, è importante notarlo, ha vinto grazie a elezioni democratiche trasparenti e corrette. La lista degli esempi di democrazie ben assestate può allungarsi, basti pensare al Senegal, una democrazia consolidata in una regione sempre più delicata come quella a cavallo tra Africa occidentale e Sahel.

I risultati delle elezioni possono incidere notevolmente sulle direzioni che vengono prese da un paese in politica estera. In un momento storico in cui la guerra in Ucraina monopolizza il dibattito pubblico anche in merito all’Africa, quanto crede che possano incidere i risultati delle tornate elettorali previste per il 2022 sugli equilibri geopolitici e sulle alleanze tra i paesi africani e i partner europei, anche in seno alle organizzazioni internazionali?

Quest’anno vi sono state e vi saranno una serie di elezioni cruciali in Africa, ad esempio in Senegal e in Kenya. Le elezioni sicuramente rappresentano il naturale percorso di alternanza al potere o, comunque, una via verso il pieno sviluppo della democrazia. I processi elettorali possono decretare avanzamenti molto importanti in queste giovani democrazie. I risultati sicuramente incideranno sulla politica estera dei paesi coinvolti, ma parlando di rapporti tra Europa e Africa il nodo cruciale è da ricercarsi altrove. È arrivato il momento di ripensare il rapporto tra Europa e Africa, in quanto esso è basato su uno squilibrio importante. L’ultimo incontro tra Unione Europea e Unione Africana a febbraio è stato un’occasione per capire che il rapporto può proseguire in modo fruttuoso solo se è paritario e che la retorica costruita attorno all’Europa civile e sviluppata che aiuta l’Africa a progredire non funziona più. Questo rapporto è frutto anche di una narrazione che va avanti da decenni e che tende a descrivere l’Africa e gli africani in modo erroneo e passivo. L’Africa è il continente più ricco di risorse al mondo e, come è noto, quest’ultime vengono sfruttate da altri paesi, molti dei quali occidentali, sui quali grava anche la reputazione di ex-potenze coloniali. Al di là, quindi, dei risultati elettorali, comunque importantissimi, è necessario comprendere che tale rapporto con l’Africa deve cambiare anche perché stiamo assistendo nel continente a una progressiva de-europeizzazione mentre new players, come Turchia, Cina, Russia ed Emirati Arabi Uniti, esercitano un’influenza sempre maggiore.

I recenti colpi di Stato verificatisi in Africa occidentale e nel Sahel hanno alzato il livello di preoccupazione su un fenomeno che sembra allargarsi a macchia d’olio in una regione già particolarmente delicata. Quali sono le cause dietro al grande supporto popolare per i militari saliti al potere e che tipo di riflesso possono avere questi golpe sulla politica estera di questi paesi?

Negli ultimi due anni, nel Sahel, si sono succeduti golpe militari a ritmi frenetici. L’idea che abbiamo in Occidente dei colpi di stato in Africa è molto chiara, soprattutto se ci soffermiamo sui numerosi golpe degli anni Settanta-Ottanta, spesso cruenti, che davano inizio a veri e propri conflitti. I recenti golpe, invece, presentano caratteristiche diverse. Sono stati tutti attuati senza spargimento di sangue, e questo è un elemento fondamentale. Inoltre, godono del favore del popolo. In Mali, ad esempio, così come in Burkina Faso, la popolazione è risultata sin da subito particolarmente incline ad accettare la presa del potere dei militari, contrariamente a quanto avvenuto per esempio in Sudan. I militari in Mali hanno intercettato una profonda insoddisfazione da parte della società civile relativa ad alcuni temi cruciali, uno su tutti il contrasto alla penetrazione jihadista nel paese. Anche le scelte messe in atto dalla giunta militare sono state accolte con compiacenza, basti pensare alla folla in tripudio dinnanzi alla cacciata dell’ambasciatore francese dal paese (episodio, tra l’altro, epocale). Anche qui, si è sviluppata l’idea di un Occidente avido e poco attento alle reali necessità delle persone. La presenza militare francese nella regione, volta a contrastare l’avanzata jihadista e costata moltissimo sia in termini di denaro che di vite umane, si è conclusa paradossalmente facendo registrare un aumento delle milizie estremiste. I militari non sono stati eletti, ma la popolazione ha accettato una tale presa del potere perché, alla luce dei palesi fallimenti delle operazioni europee nel favorire una situazione che garantisse sviluppo e sicurezza, si è preferito aprirsi ad una narrativa diversa, la quale ha permesso ad attori come la Russia, tramite il famigerato gruppo di mercenari Wagner, di prendere il posto degli europei, soprattutto in merito alle questioni legate alla sicurezza. L’Africa guarda sempre di più ai propri interessi, indipendentemente dagli attori coinvolti, e a Bamako, accanto alle bandiere maliane, sventolano quelle russe, con una popolazione che appoggia una giunta arrivata al potere non democraticamente. Con ciò non si vuole certo esaltare né giustificare la presa di potere con la forza, ma solo far notare che il vuoto e i fallimenti europei vengono inevitabilmente riempiti da attori e dinamiche diverse. Le sanzioni messe in atto dall’ECOWAS (Economic Community of West African States), imposte al fine di ottenere dalla giunta una data per le elezioni, hanno solo peggiorato le cose. Per una vera democrazia, d’altronde, non bastano le elezioni, e le organizzazioni regionali, che impongono sanzioni molto dure se non si fissa una data certa per il voto – in contesti dove non bastano le urne per garantire una democratizzazione, a meno che non vi sia un processo più profondo di natura politica e sociale – non fanno altro che allargare la frattura, fortificando il supporto ai militari e ai nuovi attori. Ritengo un fattore positivo che l’ECOWAS abbia di recente rivisto le sue posizioni e sollevato in parte le sanzioni verso i paesi golpisti propendendo per un atteggiamento maggiormente rivolto al dialogo. L’Europa può tornare a giocare un ruolo decisivo e fare da alternativa ai new players solo ed esclusivamente se mette fine una volta per tutte a una mentalità coloniale e opta finalmente per un atteggiamento volto a instaurare rapporti paritari. Diversa è la questione del golpe in Sudan, dove la popolazione odia i golpisti e dove i militari hanno interrotto quella che era una meravigliosa e incruenta transizione alla democrazia dopo gli anni terribili di Omar al Bashir. Ancora una volta, l’Africa è un continente grande e quando lo si giudica bisogna tenere conto di situazioni molto, molto eterogenee. Vi sono colpi di stato e colpi di stato, che variano in risultati e contesti.

L’Unione Africana ha negli anni fatto numerosi riferimenti allo sviluppo di regimi democratici e di metodi che favoriscano elezioni quanto più possibile trasparenti. Come crede che l’organizzazione panafricana possa agire per promuovere il raggiungimento di questi obiettivi, anche alla luce delle prese di posizione contro i regimi militari saliti al potere con gli ultimi colpi di Stato?

L’UA ha un ruolo fondamentale per il continente. I 55 Stati al suo interno possono sentirsi garantiti da questo organismo che, con un percorso complesso ma a mio avviso positivo, assicura una nuova stabilità continentale e un riferimento certo. Ovviamente, l’UA offre chiare indicazioni e fornisce linee guida per un percorso verso uno sviluppo democratico dell’Africa. Non solo l’UA, ma anche altri organismi, come l’ECOWAS, hanno un ruolo fondamentale in questo. Naturalmente, l’UA tende a mettere pressione a quei Paesi che abbandonano le vie democratiche per affidarsi a gestioni basate sulla forza e non sul confronto politico. È giusto e non si può derogare a questi principi fondanti. Allo stesso tempo, credo che in qualche modo sia il caso di trovare modi per aprire un dialogo con le giunte militari e le popolazioni, tentando di comprendere quali siano le ragioni del malcontento della società civile e agire di conseguenza, andando oltre il meccanismo delle sanzioni. Un elemento altrettanto importante è comprendere cosa si intenda davvero per democrazia. Ad esempio, è produttivo applicare sanzioni durissime chiedendo alle giunte solo ed esclusivamente elezioni? Una democrazia può essere ridotta alla mera tornata elettorale? L’elemento cruciale qui è comprendere come l’idea di democrazia, intesa come la interpretiamo in Occidente, sia incompleta. La democrazia in Africa potrebbe assumere forme e obiettivi diversi, e svilupparsi secondo un proprio percorso. Questo, attenzione, non significa che gli africani non siano “capaci” di formare Stati democratici. Più semplicemente, le vie verso la democrazia o le forme stesse che essa può assumere potrebbero essere diverse e proporre un modello diverso. Sarebbe davvero interessante su questo tema aprire un serio dibattito e approfondire la questione, sempre partendo dall’imprescindibile elemento che un continente come il nostro, che ha imposto per secoli un sistema brutale di colonizzazione, in alcuni casi genocidaria, non possa ergersi a giudice riguardo le democrazie africane. 

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