Londra e il Democracy Dilemma

Con il risultato referendario del 23 giugno scorso, gli inglesi hanno indicato la volontà di recidere i legami che dal 1973 hanno reso il Regno Unito membro, prima della Comunità Economica Europea, infine dell’Unione europea. Almeno in apparenza Londra pare così aspirare ad uno splendido isolamento. Ma la geografia politica del voto rivela quanto il Regno di Elisabetta II sia, su questo tema, in realtà diviso tra le diverse compagini nazionali che storicamente lo compongono. Irlanda del Nord e Scozia hanno infatti espresso un chiaro –Remain-. Ciò apre scenari del tutto inediti, che potrebbero perfino (ri)mettere in discussione le conseguenze del referendum, ponendo la democrazia britannica dinnanzi ad un bivio

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L’Epic Fail di Cameron

Per un paradosso della politica (e oramai della storia), l’autore di quella che si prospetta come la prossima fuoriuscita del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’Unione europea è lo stesso che negli ultimi mesi ha strenuamente tentato di impedirlo, ovvero il Primo Ministro del Governo di Sua Maestà britannica, il Right Honourable Mr. David Cameron. Fu Cameron infatti, nel 2014, a minacciare per primo un referendum con cui i britannici sarebbero stati chiamati a decidere della permanenza o meno del Regno Unito nell’UE. A dargli man forte era intervenuta la stampa britannica (tra cui il prestigioso “Financial Times”) con una forte campagna anti UE. Un linea che, date le premesse, appariva destinata ad essere seguita sino in fondo e non invece (come poi si è rivelata) una azzardata tattica negoziale con l’eurocrazia. Nel febbraio scorso, il dietrofront. Le trattative di Bruxelles con Londra per uno status speciale all’interno dell’Unione avevano dato i loro frutti. Il 2 febbraio, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in una lettera ai membri del Consiglio, affermava: “Keeping the unity of the European Union is the biggest challenge for all of us and so it is the key objective of my mandate. It is in this spirit that I put forward a proposal for a new settlement of the United Kingdom within the EU”. Le concessioni dell’UE nei confronti di Londra si erano concretizzate, tra gli altri, in un documento dal titolo Draft Decision of the Heads of State or Government, meeting within the European Council, concerning a New Settlement for the United Kingdom within the European Union. Quattro i punti sui quali l’UE si diceva disposta a considerevoli aperture: economic governance, competitiveness, sovereignty, social benefits and free movement.

Per Cameron, l’azzardo negoziale sembrava avere avuto successo. Se non fosse stato per un particolare. Il (perverso) meccanismo referendario era già in moto e stava alimentando, oltre ogni previsione, i sostenitori del -Leave-.

 

Effetto contagio?

 

Ora, la questione che aleggia a Bruxelles è se vi sia il rischio concreto che la Brexit possa tradursi anche in Frexit, Nexit, Itaxit. Alcuni commentatori la ritengono una possibilità da non doversi scartare a priori, almeno considerando le posizioni ufficiali dei partiti, cosiddetti, euroscettici presenti nel Parlamento europeo e costituenti il gruppo ENF (Europe of Nations and Freedom), tra cui il movimento italiano Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Almeno per l’Italia, tuttavia, questa eventualità è ostacolata dalla disposizione contenuta nell’articolo 75 della Costituzione, che prevede, tra le altre materie, l’inammissibilità delle consultazioni referendarie per le leggi “di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Di tale natura infatti sono gli accordi che legano la Repubblica Italiana alla membership UE. Ciò nonostante, ovvero proprio in virtù di tale impedimento, è presente nel Parlamento italiano un Disegno di Legge Costituzionale d’iniziativa popolare (N. 545, comunicato alla Presidenza del Senato dalla Lega Nord in data 11 aprile 2013) recante disposizioni per l’Introduzione del principio di ammissibilità per i referendum abrogativi sulle leggi tributarie e di ratifica dei trattati internazionali. Assegnato alla 1a Commissione permanente Affari Costituzionali, esso, dopo due Sedute in Commissione (25 novembre 2014, 8 aprile 2015) è ancora in attesa di vaglio procedurale in seno all’Assemblea, benché la Lega (8 luglio 2015) abbia richiesto la procedura d’urgenza. Richiesta respinta nella seduta dell’Aula n. 481 del 9 luglio 2015.

Un terreno inesplorato

La partita, in termini politico-diplomatici, non si profila facile per entrambi i protagonisti. Se per Cameron si tratta infatti di gestire la complessa situazione interna, per l’UE l’aspetto delicato è rappresentato dal processo negoziale con un Paese che, per la prima volta nella storia dell’Europa unita, avrebbe deciso di abbandonare la casa comune europea, benché il caso sia previsto dai trattati. Sono due gli articoli rispetto ai quali sia Londra che Bruxelles dovranno confrontarsi: l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE) e l’articolo 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In particolare, l’articolo 50 del TUE, al comma secondo, afferma che: “Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso […]”. Sebbene Londra non abbia ancora chiesto l’applicazione dell’articolo 50, l’UE si è già mossa a tal riguardo, affermando (per mezzo del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker) che non saranno ammessi colloqui con Londra sino alla richiesta ufficiale di attivazione della clausola contenuta nel TUE. La presa di posizione di Juncker è stata ribadita dal Parlamento europeo, riunitosi in seduta plenaria straordinaria (28 giugno), con la Risoluzione (2016/2800 RSP) e dal Consiglio europeo durante la riunione informale dei 27 Stati membri tenutasi a Bruxelles il 29 giugno, al termine della quale è stata rilasciata una Dichiarazione in sette punti, in cui si afferma (punto 2) che: “E’ necessario organizzare il recesso del Regno Unito dall’UE in modo ordinato […] Spetta al governo britannico notificare al Consiglio europeo l’intenzione del Regno Unito di recedere dall’Unione […] il più rapidamente possibile. Nessun negoziato è possibile prima della notifica”.

Nuova leadership per i Conservatori inglesi

Il risultato del 23 giugno, (-Leave- 51,9%, 17.410.742 voti; -Remain- 48,1%, 16.141.241 voti), rivela quanto il Regno Unito sia politicamente lacerato. Irlanda del Nord (56%) e Scozia (62%) hanno infatti votato per restare nell’UE, così come Londra, che all’interno dell’Inghilterra (53% per il -Leave-), ha scelto il -Remain- (60%). Il governo scozzese avrebbe timidamente rivelato di essere intenzionato a intavolare trattative con Bruxelles per tradurre in termini pratici il proprio 62% a favore del -Remain-, se necessario chiamando di nuovi gli scozzesi al voto per decidere sull’indipendenza da Londra, che si trova così dinnanzi a un Democracy Dilemma: sacrificare l’unità dello Stato per salvare il rispetto della democrazia, oppure, viceversa, ripudiare la volontà popolare del 23 giugno e far sì che il Regno possa chiamarsi ancora Unito. Solo gli sviluppi dei prossimi mesi potranno risolvere questo dubbio amletico.

Pare altresì difficile ritenere che il (futuro) negoziato UK-UE non possa risentire delle dinamiche interne al Partito Conservatore inglese. Boris Johnson (ex Sindaco della Grande Londra -da non confondere con il Lord Sindaco della City of London-), forse intravisto uno spiraglio che gli avrebbe potuto consentire di scalzare Cameron dalla guida dei Tories (e quindi portarlo al numero 10 di Downing Street), aveva abbracciato la Brexit, tanto da oscurare (quasi del tutto) il leader dell’UKIP (United Kingdom Independence Party), Nigel Farage, euroscettico della prima ora. L’ambizione di Johnson è stata tuttavia ridimensionata. Il 30 giugno scorso in conferenza stampa ha annunciato di non volere competere per la guida del Partito Conservatore, lasciando così via libera a Theresa May, Segretario di Stato per gli Interni.