La Geopolitica e le Relazioni Internazionali

La nascita dell’idea di nazione, l’affermazione dell’uguaglianza giuridica degli individui e la levée en masse prodotte dalla Rivoluzione francese hanno generato una profonda trasformazione della società politica, che si è tradotta nel graduale ampliamento dei soggetti coinvolti nella gestione della cosa pubblica e nell’attività di indirizzo delle decisioni politiche. Successivamente il sorgere degli Stati-nazione e lo scontro titanico della Prima guerra mondiale, hanno rappresentato un salto di qualità nella mobilitazione di uomini, nel ricorso alla propaganda e nell’utilizzo di risorse materiali. In altre parole si è venuto a concretizzare un progressivo dilatamento degli spazi di significato non solo della “politica”, ma anche delle questioni ricomprese nella categoria del “politico”.

La Geopolitica e le Relazioni Internazionali - GEOPOLITICA.info

A differenza della politica interna, che già prima dell’irruzione delle masse sulla scena pubblica aveva costituto un oggetto privilegiato dell’analisi scientifica, la politica internazionale negli ambienti accademici risultava affrontata solo indirettamente e con un alto livello di astrazione quale oggetto degli studi di teoria politica, diritto internazionale e storia diplomatica. Sul perseguimento del cosiddetto “interesse nazionale”, riformulazione ottocentesca del concetto di “ragion di Stato”, gravava la tradizionale prospettiva per cui le scelte dei governanti nella sfera internazionale dovessero rimanere avvolte nella cortina di fumo degli arcana imperii. Di conseguenza il suo studio restava limitato alla ristretta cerchia dei cosiddetti “consiglieri del principe”, ossia i diplomatici e i componenti del governo. L’ampliamento degli effetti generati dalle scelte internazionali degli Stati sulla società civile, tuttavia, ha incentivato l’incremento dell’attenzione pubblica sulla politica internazionale e favorito il sorgere di un ambito disciplinare autonomo, seppur eterogeneo per i metodi utilizzati e per i settori disciplinari di provenienza dei suoi membri, incentrato sulla sua analisi.

A cavallo tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, l’incontro tra le diverse sensibilità della politologia, della storia e della geografia, unita alla volontà di definire e legittimare le strategie internazionali degli Stati, ha favorito l’affermazione della Geopolitica, un approccio scientifico che analizza la politica internazionale attraverso il suo rapporto con la dimensione spaziale. Sulla scorta dell’immagine hobbesiana del Leviatano, gli studiosi di Geopolitica hanno descritto lo Stato alla stregua di un “organismo vivente”, identificandolo con il corpo della nazione. Un’immagine sostenuta dalla crescente complessità dell’organizzazione statale, contraddistinta dalla specializzazione d

ei suoi enti e dal legame stabilito con gli attori economici nazionali. Non di rado questa prospettiva ha coinciso con la presentazione dello Stato quale un attore unitario e razionale e, di conseguenza, consapevole degli obiettivi da perseguire in un’arena internazionale popolata da unità simili.

Prendendo in considerazione il rapporto tra lo Stato, un’organizzazione animata dalla volontà di accumulare potere, e lo spazio, la dimensione dove prendono forma le dinamiche politiche, la Geopolitica è stata descritta come lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita. Nella prospettiva di Yves Lacoste, più incline a considerare quali strumenti di analisi non solo il potere di coercizionee gli attori statuali, ma anche il potere di persuasione e gli attori non statuali, la Geopolitica si profila come «l’individuazione e il confronto sistematico delle percezioni e dei convincimenti che ogni gruppo politico ha nei riguardi dello spazio, derivanti non da una valutazione razionale e oggettiva dei propri interessi, ma dai suoi valori e ideologie, dalla sua cultura e dalla sua esperienza storica». In una prima fase la Geopolitica ha conosciuto uno sviluppo parallelo nel Regno Unito, dove prendendo le mosse dallo studio dei fattori che avevano permesso l’affermazione dell’Impero britannico, ha contribuito alla formulazione di strategie volte a preservare il dominio inglese sui mari, e in Germania, dove è risultata funzionale a presentare in chiave deterministica prima il “destino imperiale” dell’Impero guglielmino e poi l’espansione verso il Grossraum (grande spazio) orientale del Terzo Reich. In questa prospettiva la Geopolitica è divenuta una rappresentazione che i soggetti politici, statali e non, hanno dei rapporti internazionali in funzione dei propri interessi, dei loro valori e della visione del loro futuro e di quello del mondo.

Solo qualche decennio dopo la diffusione delle prime teorie geopolitiche, nell’ambito della Scienza politica ha ottenuto autonomia scientifica lo studio delle Relazioni internazionali. Tale disciplina, secondo Carlo Maria Santoro, si prefigge lo scopo di studiare la politica internazionale intesa «come il complesso degli eventi politici che scaturiscono dall’interazione fra unità politiche all’interno del contesto internazionale». Il concetto-oggetto delle Relazioni internazionali non è la politica estera di uno Stato o la semplice sommatoria delle politiche estere di un certo numero di Stati, ma quello di “sistema internazionale”. Quest’ultimo, cui viene attribuita un’esistenza autonoma rispetto agli attori che lo compongono, deriva la sua eccezionalità dal principio regolatore anarchico che ne connota la struttura e la distingue dalla dimensione domestica, ordinata e gerarchica. L’anarchia internazionale, da intendersi come assenza di un’autorità deputata a garantire l’ordine nell’ambiente internazionale, determina una condizione di incertezza e insicurezza che influenza l’azione degli Stati imponendo loro l’obiettivo primario della sopravvivenza (Cesa, 2007, pp. 25-26). Dalla comune volontà di affrontare in maniera sistematica lo studio delle dinamiche collegate alla natura del sistema internazionale, alla sicurezza degli Stati e alla guerra, sono emerse due principali tradizioni di pensiero:

  1. Dopo la conclusione della guerra del 1914-1918 ha visto la luce la scuola “liberale”, chiamata anche “idealista”. I suoi principali esponenti sono stati Alfred Zimmerm, Philip Noel-Baker e David Davies, la cui riflessione partiva dalla constatazione che la portata distruttiva della guerra nell’età contemporanea ne aveva irrimediabilmente reso disfunzionale il ricorso. Non consideravano, inoltre, la condizione di anarchia e la conflittualità come connaturate ai rapporti internazionali, ma causate dalla miopia dei governanti e dall’egoismo degli Stati. L’idealismo si è così rivolto verso l’individuazione delle condizioni e delle procedure in grado di incrementare la cooperazione a scapito del conflitto, fornendo alla teoria kantiana della “pace perpetua” un  supporto empirico e scientifico. In tal senso sono state avanzate alcune proposte: la diffusione di principi etico-politici universali, l’influenza “pacifista” dell’opinione pubblica sui governi e, soprattutto, la creazione di organizzazioni internazionali. Quest’ultima idea ha trovato il suo più importante riscontro concreto nel progetto riformista del presidente americano Woodrow Wilson e nella fondazione della Società delle Nazioni. Negli anni successivi al 1945, nell’ambito di questa tradizione, si è sviluppata la corrente “funzionalista”, che ha rilanciato il dibattito sulla possibilità di una progressiva integrazione politica attraverso il moltiplicarsi di agenzie specializzate nella risoluzione di problemi concreti. Secondo autori come David Mitrany e Ernst Haas la funzione positiva svolta da queste agenzie avrebbe fatto guadagnare loro la lealtà delle popolazioni, segnando il tramonto dell’autorità statale e la nascita di un’organizzazione politica globale (M. Koenig-Archibugi, 2007, pp. 107-111).
  1. Il precipitare degli eventi politici nel corso degli anni Trenta e Quaranta, al contrario, ha favorito l’ascesa della scuola “realista”. Riformulando le idee di Tucidide, Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, il realismo ha denunciato il carattere prescrittivo delle posizioni idealiste, accusate di utopismo, e affermato l’immutabilità della natura anarchica della politica internazionale e l’importanza dell’analisi dei rapporti di forza tra le unità per una corretta comprensione delle dinamiche del sistema internazionale. Questa prospettiva ha negato l’efficacia dell’azione delle organizzazioni internazionali, confermata dal fallimento della Società delle Nazioni nel prevenire lo scoppio della Seconda guerra mondiale, e ribadito l’assoluta centralità dello Stato, considerato l’unico attore in grado di agire sia legittimamente, che effettivamente, nell’evento dirimente della vita internazionale: la guerra. Il realismo, i cui maggiori esponenti sono stati Edward Carr, Hans Morgenthau ed Henry Kissinger, si è così prefisso lo scopo di studiare la politica internazionale in funzione del comportamento concreto degli Stati e non in base a un loro comportamento auspicabile (Cesa, 2004, pp. 13-16). Nel secondo dopoguerra, parallelamente al realismo “ortodosso”, si è sviluppata la “scuola inglese”, che pur sottolineando le conseguenze di un ambiente anarchico sui rapporti di forza internazionali, ha enfatizzato la possibilità che la presenza di un’identità tra gli Stati possa portare al rispetto di alcune regole fondamentali e, quindi, all’attenuazione del grado di disordine internazionale. Sulla base di questo ragionamento Martin Wight e Hedley Bull hanno tracciato una distinzione tra una società internazionale, in cui gli Stati membri riconoscono il loro comune interesse nell’adeguarsi alle norme che hanno contribuito a istituire, e un sistema internazionale, dove gli Stati sono costretti a prendersi in considerazione solo in funzione di calcoli fondati sulla politica di potenza.

In Europa sia la Geopolitica, che le Relazioni internazionali hanno conosciuto un grande sviluppo nel corso della prima metà del Novecento, mentre la seconda metà del secolo ha rappresentato un momento critico, anche se in misura evidentemente diversa, per entrambe le discipline. In questa fase la Geopolitica ha subito una vera e propria damnatio memoriae, non solo perché associata ai progetti espansionistici della Germania nazionalsocialista, ma anche in quanto vittima della logica di proscrizione in cui sono incappate le narrazioni politiche diverse da quella dello scontro tra i due blocchi. Le Relazioni internazionali, dal canto loro, hanno risentito in un altro senso dell’assetto bipolare sorto dopo il 1945. Il primato di Washington sugli Stati alleati dell’Europa occidentale si è tradotto nell’affermazione delle università, delle riviste scientifiche e dei think tank americani quali motori del dibattito sulle Relazioni internazionali, tanto che questa è stata considerata alla stregua di una “scienza americana”. Ne è derivata la marginalizzazione di autori europei del calibro di Carl Schmitt e Raymond Aron, causata dalla loro distanza dai temi verso cui la comunità scientifica d’Oltreoceano ha orientato la sua attenzione. L’americano-centrismo, inoltre, ha sostenuto la fiducia nelle tesi relative al superamento dei principi “classici” sui cui è stata fondata la politica internazionale europea, sovranità e non ingerenza, ad opera di nuovi valori, norme e istituzioni (Colombo, 2007, pp. 33-35).

Già nel corso della fase conclusiva della Guerra fredda, tuttavia, si è verificata un’inversione di tendenza. Il profilarsi del tramonto delle ideologie, l’emergere di fratture etno-nazionalistiche e l’incrinarsi della compattezza del blocco socialista ha permesso lo sdoganamento pubblico della Geopolitica e il suo affrancamento dagli studi geografici in favore di un parziale assorbimento nel settore politologico. Le Relazioni internazionali negli Stati Uniti hanno confermato la loro importanza, grazie all’analisi sistemica dell’interazione tra struttura e unità politiche di Kenneth Waltz e alle riflessioni su hard power, soft power e smart power di Joseph Nye. Contemporaneamente il margine di manovra crescente ottenuto dagli Stati europei di fronte alla crisi del blocco comunista e gli scenari collegati all’evoluzione della Comunità economica europea in una vera e propria unione, hanno rilanciato l’interesse nei confronti della disciplina sul nostro continente e, soprattutto, in Italia. La fine del bipolarismo, l’euforia sulla globalizzazione degli anni Novanta e la fase di “crisi” seguita ai bombardamenti contro la Serbia nel 1999 e all’attentato dell’11 settembre 2001 hanno definitivamente consacrato questa tendenza (Bonanate, 2009, pp. 6-8). Si sono così imposti all’attenzione pubblica temi, che stanno per trasformarsi in classici, come il confronto tra la teoria della “fine della storia” di Francis Fukuyama e quella dello “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington, la contestazione della legittimità dell’Onu e del monopolio della violenza degli Stati (Colombo, 2006), l’inevitabilità dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa (Parsi, 2003), e ancora, la politicizzazione della religione e la sua influenza sulla condotta delle unità politiche.

Articolo tratta da: La geopolitica e le relazioni internazionali, in C. Mongardini (a cura di), Pensare la politica. Per un’analisi critica della politica contemporanea, Bulzoni, Roma, 2012, pp. 297-302.