Il Def italiano tra Legge di Bilancio ed elezioni europee

Negli ultimi giorni, la stampa nazionale e internazionale s’è occupata delle strategie del governo gialloverde in materia di sviluppo economico, riportando le critiche che gli sono piovute addosso da Bruxelles. È utile, per capire meglio l’accaduto, passare in rassegna i passaggi chiave della vicenda.

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Il concetto di “Documento di economia e finanza”

Il “Documento di economia e finanza” (o “Def”) è uno strumento di pianificazione economica, usato dall’esecutivo per tracciare le proprie future politiche di spesa e investimento (v. legge 31 dicembre 2009, n. 196, come modificata dalla legge 7 aprile 2011, n. 39). Si divide in più sezioni, di cui la prima rendiconta il Programma di stabilità da sottoporsi all’Unione, la seconda riguarda l’analisi e le tendenze della finanza pubblica, laddove la terza indica le adottande riforme economiche.

Cosa contiene la nota d’aggiornamento varata dal governo

Al centro dell’attuale dibattito politico si trova la Nota d’aggiornamento del Def, deliberata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 27 settembre. Uno strumento che tradizionalmente si pone come semplice appendice del lavoro svolto in primavera, ma che ha assunto in queste circostanze maggiore peso politico in quanto il Def di aprile era stato redatto dall’ormai dimissionario governo Gentiloni: conseguentemente i veri contenuti propositivi sono emersi solo con la recente nota di aggiornamento. Nella parte descrittiva della programmazione di bilancio si legge, tra le altre cose, che: sarà introdotto il reddito di cittadinanza, associato alla ristrutturazione dei centri per l’impiego; si procederà a misure di pensionamento anticipato; verranno poste in essere, al fine d’attuare la cd. “flat tax” (fondata sull’idea di un’aliquota unica), delle agevolazioni fiscali; s’incrementeranno gli investimenti pubblici.

Il rapporto deficit/Pil quale fonte della polemica

In particolare, è il rapporto deficit/Pil a costituire la pietra della discordia tra Roma e Bruxelles. Il deficit esprime la misura in cui le uscite dello Stato superano le entrate, laddove il Pil riguarda le merci e i servizi prodotti da una nazione in un dato lasso di tempo; se si riferisce il primo al secondo, è per determinare fino a che punto il disavanzo sia preoccupante. La quota deficit-Pil che emerge dalla Nota è del 2.4% per il prossimo anno, che le istituzioni europee considerano eccessivo: la spesa dello Stato italiano, se valutata alla luce del prodotto interno lordo, andrebbe troppo al di là delle proprie entrate. Si teme il rischio di una crisi economica sulla falsariga di quella greca, che darebbe un brutto scossone agli equilibri del mercato unico.

Il botta e risposta tra l’esecutivo italiano e l’Unione europea

La polemica del governo con l’Unione ha assunto toni sempre più accesi. Da un lato Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici e finanziari, ha ammonito l’Italia che il valore del 2.4% porterebbe i suoi cittadini ad indebitarsi oltremisura, opinione spalleggiata dal vertice della Commissione UE Jean-Claude Juncker. Dall’altro, i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi di Maio dichiarano di non voler cedere dinanzi alla bocciatura europea del loro canovaccio di programmazione economica. Le rispettive posizioni si assestano sull’intento di suggellare una rottura col passato, allontanandosi dalla cd. austerità e dando una spinta interna alla crescita.

Quale l’utilità di far scaldare gli animi?

Lo scontro tra Roma e Bruxelles di queste settimane lascia trasparire la profonda distanza che separa il governo M5s-Lega dalla Commissione UE e dagli interessi che quest’ultima esprime: l’uno è portatore di una logica marcatamente sovranista, l’altra rappresenta lo spirito comunitario che fonda i trattati. Vale la pena di chiedersi se la sostanziale indisponibilità italiana ad aprire un dialogo sull’entità del deficit, almeno spiegandone le ragioni in modo obiettivo, possa ritenersi oggi una strategia proficua. Non si dimentichi, a questo proposito, che Roma sarà presto richiamata al tavolo delle trattative con i suoi partner, per discutere di dossier di cruciale importanza come la modifica delle regole di Dublino, o la riforma complessiva dell’architettura europea che attende la UE dopo la Brexit.