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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaDeep sea mining: competizione per gli abissi

Deep sea mining: competizione per gli abissi

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Il tema dell’approvvigionamento delle risorse, ciclicamente ripreso negli ultimi anni, si rinnova con un nuovo ma allo stesso tempo vecchio elemento: il deep sea mining. Scoperte per la prima volta durante la seconda metà dell’800, queste risorse, suddivise in noduli polimetallici, depositi di solfuri e di manganese, da sempre fanno gola alle industrie minerarie di molte nazioni sviluppate e non data la loro abbondante presenza in acque internazionali. 

In particolare, i noduli possono contenere in varie percentuali parti di Manganese, Cobalto, Ferro, Silicio, Rame, Nickel e Alluminio mentre nei depositi di solfuri si trovano in gradi di purezza accettabili Rame, Piombo, Zinco, Argento e Oro. Il potenziale valore economico di questi elementi del fondale marino ha determinato un interesse precoce da parte dell’industria: a partire dalla seconda metà anni ’60, iniziò una serie di operazioni esplorative nella frattura oceanica Clarion-Clipperton dove effettivamente vennero stimate riserve minerali per circa 7.5 Miliardi di tonnellate di Manganese, e rispettivamente 340, 265 e 78 milioni di tonnellate di Nickel, Rame e Cobalto. Nonostante i promettenti ritrovamenti, i limiti delle tecnologie dell’epoca e la scarsa attrattività commerciale di tali giacimenti fecero sì che l’interesse verso tali risorse scemò. D’altro canto, negli anni l’attività di esplorazione continuò e ben presto furono identificate molteplici concentrazioni di questi elementi in praticamente tutti i fondali oceanici, con fasce particolarmente ricche nel Pacifico, nell’ Atlantico centrale e nell’oceano Indiano. Nella seconda metà degli anni 2000 la Nautilus Minerals divenne la prima società a intraprendere un’attività di esplorazione e sfruttamento dei noduli polimetallici in Papua Nuova Guinea, evento simbolo del rinnovato interesse economico, ma il progetto fallì per un mix tra la mancanza di un chiaro procedimento legislativo internazionale, i timori per l’impatto ambientale di questa attività e la bancarotta dell’azienda. Oggi, con nuove tecnologie a disposizione e una crescita esponenziale nella domanda di questi minerali, a cui si sono aggiunte anche le famigerate Terre Rare, la domanda sull’opportunità o meno di sfruttare queste risorse è di capitale importanza.

Fonte: frontiersin.org (https://doi.org/10.3389/fmars.2017.00418)

Opportunità e criticità

Il nuovo corso industriale ed economico dato dalla necessità di abbattere le emissioni clima-alteranti è il principale attore dietro il rinnovato interesse verso queste risorse. Da diversi studi infatti è chiaro che la domanda di determinate risorse minerarie fondamentali crescerà dalle 2 alle 3 volte entro il 2030, rispetto ai livelli attuali. La problematica è acuita dalla limitatezza delle supply-chain globali, spesso concentrate in poche aree sia per quanto riguarda l’estrazione dei minerali che per la loro raffinazione. Va da sé che la possibilità di recupero di queste materie prime in aree internazionali quali i fondali oceanici, soggetti al diritto del mare delle Nazioni Unite e all’International Seabed Autority, ente preposto dall’ONU in materia (ISA), permetterebbe l’agognata diversificazione delle fonti di approvvigionamento e la prevenzione dell’uso di questi minerali come strumenti geopolitici, dato il possibile allargamento delle riserve disponibili. Per capire la magnitudo di queste nuove vie di approvvigionamento sono necessari alcuni numeri: secondo recenti stime la disponibilità oceanica di elementi come Tellurio, Cobalto e Manganese è più alta anche per decine o centinaia di ordini di grandezza rispetto a quella continentale. Non casualmente, l’ISA ha nel tempo rilasciato ben 30 licenze di esplorazione, suddivise per area geografica (Pacifico, Atlantico e Indiano) e per tipologia (Noduli polimetallici, Solfuri polimetallici e crosta oceanica) a società o governi rappresentanti una larga fetta dei paesi industrializzati. Nel dettaglio, le licenze si dividono tra: Cina (5), Corea (3) Giappone (2), India (2), Federazione russa (3) Francia (2), Germania (2), Polonia (1), Regno Unito (2) e diverse nazioni dell’area del Pacifico. Se i vantaggi di questa attività sono piuttosto visibili ed includono una semplificazione logistica, dato il trasporto prevalentemente marittimo e un minor impatto socioeconomico rispetto all’attività mineraria terrestre, i timori a riguardo dei danni ambientali causati da uno sfruttamento massiccio di queste risorse si sono ingranditi man mano che la comunità scientifica ha condotto ricerche sul tema. Tale impatto si può suddividere in 5 categorie: danni diretti alla fauna e flora marina, distruzione dell’ecosistema ed estinzione di specie animali, impatto sul settore ittico e sulla sicurezza alimentare, impatto sulle coste e contribuzione all’effetto serra. Questi possibili danni ambientali sono legati alle attività necessarie per il settore come l’estrazione dai fondali dei noduli, con conseguente spostamento di enormi quantità di sedimenti anche nelle acque meno profonde e il conseguente impatto su vastissime aree di ecosistema marino per altro ancora poco studiato e conosciuto. D’altro canto, la raffinazione di queste materie grezze dovrà necessariamente avvenire sulle coste più vicine: se non attentamente controllata, questa può provocare gravi crisi socioeconomiche nelle aree coinvolte, come attualmente si osserva in diversi territori coinvolti da una importante attività industriale.

Il Mining code: un cantiere aperto

Un ulteriore elemento da tenere in considerazione è la tutt’ora incompleta legislazione sull’effettivo sfruttamento delle risorse dei fondali. Dal 2011 l’ISA sta lavorando ad un regolamento unico che copra questo tipo di attività e se per quanto riguarda le licenze di esplorazione esiste una procedura ufficiale identificata tra il 2012 e il 2013, ciò non è vero per le seguenti attività economiche correlate. Una campanella d’allarme sugli effetti di questo prolungato processo normativo è rappresentata dalla richiesta fatta dall’isola di Nauru che, con il supporto di una compagnia mineraria canadese, ha fatto appello all’accordo del 1994 relativo all’implementazione della parte XI della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare che impegna l’ISA, su richiesta di una delle parti contraenti, in un effettivo dispiegamento procedurale e normativo sullo sfruttamento dei fondali. Nell’accordo del ‘94 è inoltre previsto un limite di due anni per adempire a questa richiesta, la cui scadenza era prevista per l’estate 2023. Durante il periodo estivo l’ISA ha lavorato per la stesura di una bozza definitiva di questo codice, ma le discussioni si sono arenate su divergenti vedute da parte dei paesi partecipanti, con un forte gruppo guidato da Francia, Cile e un’altra ventina di paesi che propende per un blocco temporaneo o un divieto per le attività estrattive ed altri come la Cina che invece vorrebbe procedere al più presto con l’avvio delle stesse. L’ISA, constatando l’impasse politico e mediatico, ha deciso di posticipare l’uscita del codice per il 2025, di fatto proseguendo un pericoloso vuoto normativo. Uno dei problemi principali legati alla costruzione di un codice è definire l’impatto di un’attività di per sé invasiva come l’estrazione mineraria in un ambiente scarsamente conosciuto e conseguentemente creare un processo che minimizzi i possibili danni di questa attività. Il rallentamento nello sviluppo di un chiaro e definito regolamento internazionale, per quanto necessario per consentire uno sviluppo in sintonia con l’obbligo della protezione ambientale, rischia però di incentivare i singoli stati a proseguire per la loro strada. Questa spinta, almeno per quanto riguarda le proprie zone economiche esclusive, è di fatto già iniziata come si sta osservando in Norvegia negli ultimi mesi. A novembre 2024, le discussioni sulla bozza del Mining code dovrebbero riprendere, e così la speranza di arrivare ad una regolamentazione chiara e stringente del settore.

Possibili sviluppi

L’interesse verso queste risorse, nonostante la tematica ambientale, rimane comunque piuttosto alto, soprattutto per stati in via di sviluppo come le nazioni pacifiche di Nauru, Tonga e Kiribati, così come per Messico e Brasile. Se per questi paesi la ricerca di risorse alternative a quelle terrestri può essere visto come un male necessario, così non è per la Repubblica Popolare Cinese che, nonostante un conclamato dominio nel settore estrattivo e di raffinazione, da un lato vuole mantenere il suo vantaggio strategico, mentre dall’altro necessita di nuove fonti di approvvigionamento per soddisfare l’enorme domanda interna. Non casualmente le notizie di nuovi coordinamenti scientifici e industriali nel campo del deep sea mining da parte di attori pubblici e privati emergono discretamente in maggior numero, data l’urgenza di porsi ai vertici di questa possibile corsa alle risorse. La massiccia presenza cinese in un settore per ora solo potenziale è un ennesimo segno dell’aggressiva politica di monopolio delle risorse strategiche per la transizione da parte di Pechino, che mira a mantenere questo stato di predominanza anche al di fuori della sua storica area di influenza. Proprio per questa ragione le nazioni Europee e Asiatiche più industrializzate potrebbero affrettare i tempi e consentire una maggior apertura per aumentare la disponibilità di risorse essenziali e alleviare così la dipendenza da fonti esterne, tendenza che nel caso Europeo è stata dichiarata nel Critical Raw Material Act. Gli sviluppi della crisi Ucraina hanno inoltre influito sulla dimensione della sicurezza degli approvvigionamenti e sia i singoli governi che l’Unione Europea stanno correndo ai ripari per quelle che sono già ora considerate come risorse strategiche. In tutto questo ad oggi si frappone ancora la mancanza di un’effettiva struttura di regole e prassi e le grida di allarme di numerosi scienziati, associazioni ambientaliste e persino governi che chiedono un concreto stop a qualsiasi attività per poter valutare attentamente i possibili impatti sull’ecosistema. Il proseguimento di queste attività è però solo rimandato dati gli alti interessi in gioco, e basterebbe un’altra crisi delle supply chain globali per rinforzare il “partito” dello sviluppo del settore. Le scelte che verranno fatte in tema nei prossimi due anni ci diranno qualcosa in più sull’incerto futuro degli oceani.

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