Luci ed ombre del decreto legge antiterrorismo

Il decreto legge 7/2015, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 19 febbraio 2015, è la risposta del Governo all’escalation di minacce di attentati in Italia da parte dello Stato Islamico.

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Nel testo del decreto, il Governo è intervenuto in modo deciso sia sul piano delle norme penali che di quelle di procedura, da un lato introducendo nuove figure di reato ed inasprendo le sanzioni per quelle preesistenti, dall’altro concedendo alle agenzie di informazioni per la sicurezza un margine di manovra più ampio e connotato da una maggiore discrezionalità.

Pur concedendo di trovarsi una situazione di urgenza, la scelta di utilizzare lo strumento del decreto legge in materia di politica criminale è assai discutibile si tratta di uno strumento provvisorio e caratterizzato da un’urgenza che mal si concilia con una riflessione approfondita. Nel caso specifico sono state introdotte diverse norme che comportano una significativa compressione dei diritti e delle libertà individuali, prima fra tutte la libertà di espressione.

Su un piano penale, il decreto ha esteso l’apparato repressivo previgente anche ai soggetti che vengano arruolati in organizzazioni terroristiche e a coloro che organizzano, finanziano o propagandano viaggi finalizzati al compimento di attività di terrorismo. Sotto altro profilo, il decreto ha parificato all’addestramento il più problematico comportamento dell’aver acquisito, anche autonomamente, le istruzioni per la preparazione o sull’uso di materiali esplosivi, armi o sostanze nocive o pericolose.

Rispetto alla normativa già in essere, il legislatore ha anticipato la repressione penale ad una serie di condotte soltanto prodromiche, ed in taluni casi meramente preparatorie, ad atti di terrorismo. L’antiterrorismo è, ovviamente, un settore del diritto penale in cui si tende a sanzionare condotte di pericolo invece che di danno, ma sembra che il Governo abbia anticipato la soglia di punibilità di tali reati in maniera piuttosto disinvolta.

In particolare, sottoporre a sanzione “comportamenti finalizzati alla commissione di condotte” di terrorismo desta serie perplessità, poiché introduce una valutazione assolutamente discrezionale sul confine tra atti preparatori – non punibili – ed inizio dell’esecuzione, penalmente rilevante. Un comportamento “finalizzato alla commissione di una condotta” può, senza eccessive difficoltà, essere strumentalizzato per situazioni in cui non vi sia alcun reale intento nocivo, né concrete capacità di offesa.

L’art. 2 del decreto ha introdotto, inoltre, un’aggravante per il fatto che venga commesso attraverso strumenti informatici o telematici, che trova applicazione tanto per le condotte di addestramento di cui all’art. 270-quinquies che ai reati di istigazione ed apologia.

Quest’ultima scelta appare discutibile, poiché invade con prepotenza la sfera della libertà di espressione, anche al di fuori di un effettivo allarme sociale o di adesione ad un’organizzazione – o ad un messaggio – intrinsecamente terroristico. A titolo di esempio, basti pensare che potrebbe essere considerata apologia a mezzo internet l’opinione favorevole – od il biasimo non sufficientemente incondizionato – espressa su un social network riferita ad esempio alle proteste No-Tav in Val di Susa, o a talune organizzazioni per la liberazione della Palestina. Il concetto di terrorismo, infatti, se da un lato si ricava dalle modalità delle azioni, dall’altro è condizionato dall’inserimento di un movimento nelle liste delle Nazioni Unite o di altre organizzazioni sovranazionali.

Il rischio, neppure tanto remoto, è che una normativa presentata come protezione da aggressioni esterne venga utilizzata, nei fatti, per reprimere le potenzialità espressive interne.

Il Governo ha inoltre introdotto l’obbligo, per i fornitori di connettività, di inibire l’accesso ai siti inseriti in un’apposita lista, nonché la rimozione del soggetto che si ritiene compia attività terroristiche per via telematica: i fornitori di connettività sono tenuti all’immediata esecuzione di quanto richiesto, senza però che al soggetto inibito siano concessi gli ordinari rimedi avverso tali provvedimenti.

L’art. 3 del decreto introduce ulteriori figure di reato relative alla detenzione abusiva ed alle omesse comunicazioni in materia di precursori di sostanze esplodenti, intervenendo su un piano di difesa preventiva, per impedire la fabbricazione domestica di sostanze esplodenti.

L’art. 4, invece, parifica al terrorismo l’attività dei cosiddetti foreign fighters, qualora si agisca a sostegno di un’organizzazione che persegue finalità terroristiche: in questo caso è ben comprensibile che la norma tende ad ostacolare la formazione bellica di ipotetici terroristi.

Per quanto attiene, invece, le misure introdotte in ambito processuale, l’intervento legislativo è volto al rafforzamento delle tutele e delle facoltà degli agenti delle forze di polizia e dei funzionari dei servizi di informazioni per la sicurezza.

In particolare, l’art. 6 introduce la possibilità per questi ultimi di avere colloqui personali con detenuti al fine di acquisire informazioni per la prevenzione di delitti con finalità terroristica di matrice internazionale, su autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.

L’art. 8 amplia la garanzia funzionale per i funzionari dei servizi di informazioni per la sicurezza anche ai reati di terrorismo. In altre parole, quando sono autorizzati al compimento di attività indispensabili alle finalità istituzionali di tali servizi, che altrimenti costituirebbero reato, non sono punibili per tali condotte: l’ampliamento dell’area di non punibilità ha il fine di garantire l’effettività della funzione istituzionale, che difficilmente può coesistere con la normativa generale.

Sotto altro profilo, il decreto garantisce, agli agenti che svolgano attività con identità di copertura, la possibilità che vengano mantenute tali identità anche nel corso dei procedimenti penali in cui siano chiamati come testimoni.

L’intervento legislativo sembra complessivamente frettoloso, e se dal punto di vista degli strumenti forniti alle agenzie di informazione e alle forze di pubblica sicurezza ha il merito di consentire con maggior efficienza allo svolgimento dei compiti istituzionali, sul piano delle norme sostanziali sembra eccessivamente orientato alla demonizzazione indiscriminata non solo del “nemico”, ma anche del semplice cittadino non sufficientemente entusiasta del sentimento condiviso.

Con l’effetto, assolutamente paradossale ma in fondo ironico, che una guerra in nome della libertà altrui viene combattuta, difesa e sostenuta dalla compressione della propria.