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Decoupling dagli Stati Uniti o egemonia monetaria internazionale del Dragone?

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La terza settimana di giugno 2021 Pechino prende una posizione netta nei confronti delle criptovalute, che hanno conseguentemente visto il loro valore diminuire del 50% rispetto a metà aprile: la banca centrale vieta le transazioni in valute elettroniche che non siano lo e-yuan. All’inizio di giugno, infatti, il Dragone ne ha emesso un quantitativo per un totale di 40 milioni (poco più di 5 milioni di euro) sotto forma di lotteria pubblica. Nel frattempo, continua l’esodo dei miners dal Celeste Impero, fatto che ha visto cadere il prezzo di schede grafiche del 60%, secondo il South China Morning Post.

Pechino, le criptovalute e l’integrazione regionale

La Repubblica Popolare non è nuova alla sperimentazione della propria criptovaluta, l’e-yuan; già nei mesi precedenti abbiamo avuto modo di vederne degli esempi. La novità rilevante, in questo caso, sta nel fatto che la banca centrale cinese abbia invitato gli istituti finanziari del Paese a reprimere l’utilizzo di criptovalute da parte dei propri clienti. In sostanza, la Cina sta premendo fortemente affinché le uniche monete elettroniche con cui effettuare transizioni all’interno del suo  territorio siano solamente le proprie.

A differenza della narrativa maggioritaria su Bitcoin e affini, le criptovalute che vengono utilizzate per traffici illeciti sono di un numero esiguo: infatti, la tecnologia sottostante queste monete, la blockchain, permette una rintracciabilità pressoché perfetta delle transazioni effettuate. Uno dei potenziali campi di maggior applicazione di queste nuove monete è rappresentato dalle transazioni internazionali; il fatto che possano essere scambiate tra cittadini di nazioni diverse senza dover affidarsi ad intermediari, ad esempio uffici di cambio, permette di ridurne notevolmente i costi.

L’avvento della Regional and Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’area di libero scambio (ALS) più grande in termini di volume di scambio, potrebbe, ipoteticamente, vedere il Dragone impegnato a utilizzarla come terreno di scontro per l’egemonia della propria moneta. Inoltre, non è da sottovalutare sia il fatto che la Cina domina il mercato dei dispositivi mobili del continente africano, che i nuovi modelli di telefoni cellulare cinesi hanno un e-wallet di serie per criptovalute: l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA) rappresenta l’ALS più grande in termini di Paesi coinvolti. Insomma, i piani di Pechino per l’egemonia monetaria sembrerebbero essere già in moto.

La rivalità con la potenza atlantica

La stretta di giugno sulle criptovalute, tuttavia, ha comportato degli svantaggi; già con il divieto di minare criptovalute nella Mongolia Interna il Dragone ha visto ridursi il numero di miners all’interno del suo territorio, ora la capacità estrattiva cinese si è ridotta addirittura del 90%, secondo il Global Times. Se da una parte l’attività di mining comporta dei costi a livello energetico e hardware, dall’altra rappresenta un mercato di componentistica elettronica in continua ascesa.

Il prezzo delle GPU, le schede grafiche dei computer, in parole povere, è crollato notevolmente a seguito della comunicazione della banca centrale cinese. La questione presenta variegate sfaccettature: da una parte, la più facile reperibilità di componentistica elettronica potrebbe aiutare a sopperire al crollo dell’offerta, permettendone eventualmente la riconversione, ma dall’altra vuol dire che una fetta ingente della domanda sta virando verso altri mercati, in particolare quello statunitense.

Negli ultimi mesi è scoppiata una corsa ai semiconduttori: i principali Paesi (e l’Unione Europea) coinvolti nella progettazione, fusione dei materiali e produzione di microchip hanno pianificato delle misure fiscali di incentivo sia allo sviluppo che alla manifattura di questi componenti. Tuttavia, un commento dell’Institute for New Economic Thinking sottolinea come i pacchetti fiscali messi in campo dal fronte anti-cinese possano costituire in realtà un terreno di competizione interno che potrebbe non danneggiare, per lo meno non direttamente, la Cina.

Confini sempre più grigi

Come l’esempio delle elezioni Groenlandesi, diventa sempre più complicato quantificare l’entità del decoupling tra le prime due economie del pianeta; in particolar modo se mentre, secondo DigiTimes Asia, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Co consacra le proprie produzioni di microchip al settore dell’automotive e alla multinazionale statunitense Apple, quest’ultima nel 2020 ha registrato 51 aziende cinesi sulle prime 200 fornitrici, secondo quanto riportato da Nikkei Asia.

Quali che siano le intenzioni delle prime due economie del pianeta, è difficile dire se effettivamente le catene globali del valore in essere tra di loro si stiano effettivamente rompendo.

Alessandro Vesprini,
Geopolitica.info

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