I percorsi verso le indipendenze nazionali tra movimenti africani, colonialismo e istanze internazionali

L’imperialismo coloniale e la missione civilizzatrice

I percorsi verso le indipendenze nazionali tra movimenti africani, colonialismo e istanze internazionali - GEOPOLITICA.info

Nell’ottocento si consolidano in occidente nuovi e rinnovati contesti in campo ideologico, culturale, economico, scientifico, tecnologico ed industriale, che nel complesso inducono le giovani entità statuali europee a proiettarsi oltre i propri confini in maniera determinata ed estremamente aggressiva.

Il fiorire in Europa di ideologie nazionaliste, correlato al processo di formazione degli Stati nazionali, ha infatti segnato in maniera sostanziale la politica estera di questi Stati di nuova formazione, in cui è facile riscontrare, quali tratti comuni, il desiderio di supremazia, la brama di potere e l’aspirazione a formare imperi grandiosi. La cieca fiducia nel progresso scientifico e “morale” della civiltà europea aveva fatto nascere la volontà di diffonderne i valori anche al di fuori del continente ed anche se avesse richiesto imposizione ed uso della forza. È con queste premesse che nella seconda metà dell’ottocento le potenze che tradizionalmente si erano fronteggiate sul suolo europeo ritengono maggiormente conveniente indirizzare le proprie aspirazioni espansionistiche verso nuovi territori, scoprendo così un rinnovato interesse nei confronti del vicino continente africano.

Fino al 1870 la sfera di influenza degli europei si limitava a comprendere nel complesso il 10% del territorio africano e la loro presenza era circoscritta lungo le coste, dove avevano stabilito punti d’approdo funzionali ad attività commerciali. Se si considera che, all’alba del XX secolo, oltre il 90% del continente era stato posto sotto il diretto controllo degli occidentali, appare evidente la rapidità con la quale, nel giro di neppure trent’anni, questi ultimi si insediano in Africa.

Molteplici furono i fattori che favorirono la colonizzazione, tra questi alcuni possono essere definiti di natura pratica, come ad esempio gli sviluppi nella scienza medica che condussero alla scoperta dei vaccini, indispensabili per avanzare verso le zone più interne del territorio africano. Altri fattori possono essere invece considerati di natura strutturale, tra questi: sia l’evoluzione del sistema capitalistico dalla forma mercantilistica a quella finanziaria e la conseguente necessità di trovare nuovi e più remunerativi mercati in cui investire i capitali, sia la rivoluzione industriale ed il crescente bisogno di materie prime, delle quali i suoli europei erano sprovvisti. La differenza culturale, inoltre, risultò determinante nel favorire l’avanzata degli europei poiché giocava nettamente a loro favore: la padronanza di strumenti giuridici, come ad esempio il contratto, dei quali gli africani non avevano esperienza e soprattutto di cui non intuivano portata ed effetti, permise agli europei un insediamento inizialmente per lo più privo di resistenze.

L’evento con il quale convenzionalmente viene fatta coincidere l’avanzata degli europei in Africa è la conferenza di Berlino degli anni 1884-85. In tale occasione, coerentemente con le abitudini dell’epoca secondo le quali l’arte diplomatica era alla base dei rapporti tra le potenze, il cosiddetto “concerto europeo” si era riunito per stabilire le condizioni che avrebbero regolato la presenza occidentale in Africa, promuovendone le attività commerciali tramite l’adozione di norme condivise per l’utilizzo sia dei mercati esistenti che di quelli ancora da sfruttare. A Berlino vennero inoltre stabilite un insieme di regole comuni, che tutte le potenze presenti in Africa erano tenute a rispettare, in quella che si profilava sempre più come una vera e propria conquista del continente. Nonostante questo fenomeno venga ricordato come “scramble for Africa”, proprio per sottolineare la brama di potere che muoveva gli europei nell’acquisire porzioni di territorio sempre più estese, la spartizione che ne conseguì fu assolutamente pacifica, conseguenza della volontà, manifestata delle potenze europee in occasione di tale conferenza, di prevenire eventuali contenziosi e di regolarli in base agli strumenti previsti dalla diplomazia dell’epoca. Tali dichiarazioni d’intento si concretizzarono nella definizione, nell’atto finale della conferenza, di alcuni articoli nei quali si dichiarava esplicitamente che per consolidare una sfera di influenza sarebbe bastato semplicemente che la potenza interessata lo avesse comunicato alle altre. Veniva in questo modo data una legittimazione giuridica alla conquista del continente africano, che si andava caratterizzando per l’esproprio della sovranità dei territori conquistati che venivano portati sotto il diretto controllo della nazione occupante, sotto le forme giuridiche di protettorati o colonie. Nel protettorato venivano teoricamente lasciate alcune forme di autonomia alle istituzioni politiche locali, mentre nel caso delle colonie il controllo veniva esercitato esclusivamente dalla potenza occupante. In realtà si tratta sostanzialmente di una differenza terminologica, dal momento che, nei fatti, tra le due forme giuridiche non vi era alcuna differenza.

L’imperialismo coloniale, come fu definito, fu un fenomeno che vide l’applicazione lucida e sistematica di un sistema di controllo violento, fondato sulla negazione dei diritti e della dignità delle popolazioni sottomesse. Pur nell’evidenza della sua natura, in occidente il colonialismo veniva tuttavia giustificato da argomentazioni anche di carattere umanitario e filantropico, oltre che economico. Il caso forse più emblematico fu quello dello Stato Libero del Congo, nato da un’iniziativa di Leopoldo II, re del Belgio, il quale, con la scusa della creazione di un’associazione filantropica, organizzò un sistema di sfruttamento intensivo delle risorse del Congo, attraverso il lavoro forzato dei suoi abitanti. I metodi utilizzati dall’amministrazione belga e le vessazioni che i congolesi subirono furono disumani e degradanti al punto che, una volta note all’opinione pubblica internazionale, venne organizzata una campagna anti-leopoldiana.

La violenza utilizzata dal sistema coloniale traeva la sua giustificazione “scientifica” nella teoria evoluzionista della specie, esposta da Charles Darwin in “L’origine della specie” del 1859. Tale ideologia si affermò con grande rapidità, influenzando sia le teorie delle scienze naturali, sia quelle socio-antropologiche, dando origine alla corrente evoluzionista dell’antropologia. Secondo l’evoluzionismo sociale, l’evoluzione storica era da considerare come un cammino lineare e progressivo, uguale per tutte le società, le quali avrebbero percorso, raggiunto e superato varie tappe, ad ognuna della quale corrispondeva uno stadio dell’evoluzione della società migliore del precedente. Trovandosi, la società europea ad uno stadio successivo rispetto alle altre, aveva il dovere di adoperarsi per accelerare il loro sviluppo. É in questo periodo che si consolida l’idea della “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, esposta da Kipling nella poesia “Il fardello dell’uomo bianco” del 1899, secondo la quale era compito dell’occidente portare la fiaccola della civiltà e del progresso a quei popoli che vivevano nel buio delle loro società arretrate e primitive. Probabilmente fu anche perché si sentivano legittimati dall’esistenza di un background scientifico di livello superiore, che gli Europei con estrema violenza e cieca determinazione obbligarono le popolazioni sottomesse ad abbandonare le proprie credenze ed usanze per adottare quelle occidentali, maggiormente moderne e sintetizzabili nel paradigma delle tre C: Cristianità, Civiltà e Commercio. Unicamente riuscendo a cogliere la razionalità intrinseca al progetto di colonizzazione, si possono spiegare le atroci forme di violenza, asservimento, segregazione e di umiliazione che gli europei posero in essere nei confronti degli africani.

Le politiche coloniali

Tra le potenze europee che da subito, ed in maniera “importante”, si lanciarono alla conquista dell’Africa furono Portogallo, Spagna, Francia e Gran Bretagna prima, Belgio, Germania (solamente fino alla I guerra mondiale) e Italia successivamente.

Nel giro relativamente di pochi anni questi paesi portano in Africa sistemi amministrativi completamente nuovi, che accorparono i diversi gruppi presenti sul territorio entro sistemi politico-istituzionali di chiara matrice europea, introducendo nuovi modelli economici che prevedevano il pagamento di un tributo da parte delle popolazioni sottomesse nella stessa moneta del paese europeo colonizzatore imponendo, di conseguenza, un’economia monetaria fino ad allora sconosciuta. Un aspetto comune agli insediamenti europei fu la formazione delle cosiddette “colonie di popolamento”, che sorgevano sui territori ritenuti migliori ed erano popolate da consistenti gruppi di europei, in seguito all’allontanamento forzato delle popolazioni indigene che precedentemente le occupavano. Inoltre, dopo l’insediamento, l’amministrazione coloniale cominciava a pretendere la riscossione dei tributi e in un primo momento, gli africani reagiranno con resistenze armate prontamente soppresse nel sangue, dimostrando l’abissale disparità nella tecnologica delle armi da fuoco europee.

Le modalità con cui venivano amministrate le colonie erano diverse a seconda della “filosofia” di dominio alla quale erano ispirate; tuttavia, tutte conducevano i colonizzati in una condizione di sudditi e non cittadini della colonia europea, e come tali costretti a lavorare, spesso nelle forme del lavoro coatto, per pagare il tributo loro imposto. La Francia attuò una politica centralizzata che impose alle colonie una ripartizione del territorio corrispondente con quella della madrepatria: vennero pertanto istituiti cercles, subdivisions e cantons, senza tenere in considerazione la geografia del territorio. Secondo tale politica, basata sulla diffusione della cultura e dei valori francesi, gli africani avrebbero potuto, in forma squisitamente teorica, aspirare ad ottenere lo stesso trattamento di un cittadino della Repubblica francese, a patto di rinnegare le proprie identità a favore di quella della madrepatria. Il principio alla base di questa logica era quello cosiddetto dell’assimilazione, secondo il quale le popolazioni sottomesse avrebbero dovuto non solamente fare propri gli usi e i costumi della madrepatria ma anche interiorizzarne i valori: l’africano che avrebbe cancellato ogni traccia delle proprie origini e sposato in tutto e per tutto i valori della cultura francese prendeva il nome di évolué. Un ruolo fondamentale per la piena realizzazione di questo proposito fu ricoperto dalle scuole, nelle quali si insegnava la lingua e la cultura francese. Il modello di amministrazione inglese era invece basato su un principio differente: allo scopo di controllare al meglio i territori occupati, veniva attuata un’amministrazione di tipo indiretto (la indirect rule), che prevedeva cioè il coinvolgimento dei “capi tribù” locali ai quali veniva assegnato il compito di gestire gli affari per conto della madrepatria, primo tra tutti riscuotere le tasse. Questo sistema di governo incontrò in un primo momento minori resistenze da parte delle popolazioni indigene che riconoscevano l’autorità dei capi tradizionali, la cui posizione però diventava sempre più ambigua: erano delle figure considerate autorevoli prima dell’arrivo dei colonizzatori ma, piegandosi poi al volere degli oppressori, perdono a poco alla volta il consenso da parte della popolazione locale in quanto rappresentavano un “ingranaggio fondamentale del sistema di amministrazione inglese”. Al di là dei metodi di amministrazione che ciascuna potenza attuò, un minimo comune denominatore nel loro operato riguarda l’organizzazione di una economia di sfruttamento, definita “economia della estroversione”. Si trattava della realizzazione di un sistema ideato e perfettamente idoneo allo sfruttamento di un territorio nel quale veniva individuata una risorsa mineraria o agricola di cui la potenza occidentale necessitava. Questo tipo di sistema ha portato a dotare i territori maggiormente ricchi di risorse, di reti infrastrutturali, lasciandone invece completamente sprovvisti quelli improduttivi, una delle cause della presenza, nell’Africa dei nostri giorni, di economie duali e diversificate.

Le guerre mondiali

Un ruolo decisivo nei processi di decolonizzazione lo ricoprirono le guerre mondiali. In quella occasione gli eserciti coloniali furono infatti arricchiti dalla presenza di combattenti africani; nei primi anni del novecento la professione militare rappresentava, di fatti, forse l’unica possibilità per un africano di emanciparsi dalla terribile condizione nella quale verteva.

Con lo scoppio della I guerra mondiale i nativi delle colonie, ormai integrati negli eserciti coloniali, diedero un apporto determinante, combattendo strenuamente nelle trincee. Il contatto diretto con l’uomo bianco e la condivisione di momenti di estrema difficoltà, contribuirono a modificare la percezione che gli africani avevano di sé stessi e dei loro oppressori: dal momento che ebbero modo di constatare la stessa vulnerabilità nell’uomo bianco, veniva messo in dubbio il falso mito della sua superiorità e, allo stesso tempo, maturava la consapevolezza che non sussistevano differenze tali da giustificare i gravissimi abusi ai quali erano stati sottoposti.

A conclusione della I guerra mondiale si veniva affermando in maniera evidente il ruolo chiave degli Stati Uniti nella promozione dei principi di libertà dall’oppressione e di autodeterminazione. In particolare, l’8 gennaio 1918 il presidente Wilson nella dichiarazione dei quattordici punti faceva riferimento alla regolazione di tutte le rivendicazioni coloniali, tema assai caro agli americani, essendo stati i primi, più di cento anni prima, a pretendere ed ottenere l’indipendenza dalla madrepatria inglese. Grazie anche all’intensificarsi dei collegamenti e allo sviluppo delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione, queste ventate di rinnovamento sociale e culturale arrivarono alle colonie, dove cominciava a prendere piede un dissenso sempre più forte riguardo le forme di dominazione esercitate dalle potenze coloniali, sollevando numerose istanze per la concessione di maggiore autonomia.

Nel suo discorso in quattordici punti, il presidente americano preannunciava inoltre l’imminente formazione della Società delle Nazioni, la prima organizzazione intergovernativa il cui principale obiettivo sarebbe dovuto essere il mantenimento della pace tra le nazioni e la salvaguardia del benessere di tutti i popoli. Tramite il sistema dei mandati, le ex colonie degli imperi tedesco e ottomano, potenze uscite sconfitte dal conflitto, venivano affidate, dal nuovo organismo internazionale, a Francia e Gran Bretagna, affinché esse seguissero le ex colonie nei percorsi verso l’autonomia. Tuttavia, nella pratica questi istituti giuridici non assicurarono alcun benessere e sviluppo alle nazioni che ne furono oggetto, diventando di fatti nuovamente colonie. Nonostante il loro fallimento, è comunque importante rilevare come la Società delle Nazioni e il sistema dei mandati furono espressione di un mutato atteggiamento e dell’affermarsi di nuove concezioni che segnarono il passaggio in una nuova epoca. È’ infatti possibile riscontrare un cambiamento anche nel lessico fino a quel momento in uso: non appariva più opportuno parlare di imperialismo, ma bensì di impero, e nei discorsi pubblici veniva dichiarato che i territori coloniali non erano sotto una forma di dominazione, ma piuttosto di dipendenza. Il ruolo dell’opinione pubblica internazionale si faceva dunque maggiormente incisivo anche se, in Europa era ancora solo una minoranza di pubblico che si opponeva all’impero, mentre la maggioranza guardava ad esso con orgoglio e soddisfazione. Mentre Francia e Gran Bretagna si resero conto che era necessario accordare alcune concessioni alle colonie (seppur in maniera graduale e in forma molto limitata), Belgio e Portogallo non furono disposte a concedere alcun cambiamento, continuando a sopprimere nel sangue ogni forma di dissenso.

Il totale stravolgimento dei tradizionali assetti avvenne tuttavia a seguito della seconda guerra mondiale, quando oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione Sovietica si preparava a ricoprire un ruolo dominante nella politica internazionale. Le due superpotenze, seppur con diverse motivazioni, fecero sentire la loro voce affinché le potenze europee, che ormai occupavano una posizione subalterna, si decidessero ad abolire gli istituti coloniali e permettessero alle popolazioni sottomesse di imboccare il percorso che li avrebbe finalmente condotti all’indipendenza.

In Africa francesi ed inglesi procedevano con il lento processo di devoluzione dei poteri, apportando riforme importanti, ma contestualmente provando a restaurare il controllo che a poco a poco sentivano di perdere; il termine “impero” non rientrava più nel lessico in uso a livello internazionale, dunque gli inglesi trasformarono il loro in un “Commonwealth”, e i francesi in un’“Unione Francese”, ma nonostante ciò si aveva piena fiducia che la dominazione sulle colonie potesse durare ancora per molto. Questa fiducia era motivata anche dall’ambivalenza dell’atteggiamento americano; quando, infatti gli USA intuirono la gravità dello scontro che si stava profilando con l’URSS, decisero di sfruttare alcune delle colonie europee in funzione anti-sovietica.

Nella fase conclusiva dell’impero, soprattutto dopo gli avvenimenti che determinarono la crisi del canale di Suez, fu evidente che le tradizionali potenze europee non avevano più la facoltà di dare seguito in maniera autonoma alle proprie aspirazioni, ma avevano l’obbligo di tenere da conto il parere e gli interessi degli Stati Uniti d’America. Quest’evento fu estremamente significativo della perdita di prestigio che le potenze coloniali avevano subito a seguito delle guerre mondiali; non possedevano più la forza ed i mezzi per mantenere intatte le loro posizioni e, conseguentemente, il sentimento di ossequiosa riverenza che avevano da sempre suscitato negli abitanti delle colonie africane cominciava a venire meno.

Il fenomeno della decolonizzazione

Il percorsi che hanno portato le colonie africane al raggiungimento delle indipendenze nazionali furono specifici per ogni paese, ma ebbero sicuramente molti tratti comuni.

Nel periodo tra le due guerre gli africani che avevano avuto la possibilità formarsi presso le università delle principali capitali europee, studiarono la storia e la filosofia occidentale, ripercorrendo il percorso che aveva portato all’affermazione dell’esistenza di diritti fondamentali validi per tutti gli esseri umani. Utilizzando gli strumenti che la cultura occidentale forniva, questi uomini iniziarono a portare avanti il dibattito anti-coloniale, sostenuti da quella minoranza di occidentali estremamente critica nei confronti dell’imperialismo e della civiltà che ne era espressione. La padronanza della lingua della potenza coloniale, permise a questi uomini di diffondere nei circoli letterari le tesi alla base della loro protesta; tramite la partecipazione a conferenze e congressi sostenevano con forza le loro istanze e trovavano, presso un pubblico più vasto e culturalmente preparato, maggiori adesioni. Ritornati poi nei loro paesi di origine, si impegnarono nell’organizzazione di attività di opposizione al potere coloniale e di riforma, creando organizzazioni politiche o mezzi di espressione come giornali e radio. La maggioranza della popolazione in Africa era analfabeta, dunque il movimento anti-coloniale che nasceva nel periodo tra le due guerre era rivolto maggiormente ai colonizzatori e coinvolgeva ancora poco i colonizzati. La formazione che gli africani avevano ricevuto in Europa non era stata limitata al profilo didattico, ma inevitabilmente aveva coinvolto anche quello culturale e per così dire “valoriale”; gli abitanti delle colonie li vedevano come “occidentalizzati” e dunque li percepivano lontani. Si stavano infatti formando delle élites locali che usando categorie e concetti occidentali rivendicavano indipendenza o perlomeno maggiore autonomia per i loro paesi.

Le tesi della protesta erano influenzate trasversalmente da ideologie transnazionali come il panafricanismo che auspicava all’unione del continente africano, poiché il colonizzatore l’aveva diviso per indebolirlo e governarlo in maniera più agevole. La logica machiavellica divide ut impera era stata applicata nella conquista del continente e l’ideologia panafricana mirava al superamento delle divisioni al fine di creare un’entità forte che potesse riscattarsi dagli abusi e dalle umiliazioni subite dai suoli popoli e dal suo territorio. Nel quinto congresso panafricano che si tenne a Manchester nel 1945, si affermò per la prima volta la forte volontà di indipendenza delle colonie; non bastava più la concessione di maggiore autonomia, si pretendeva l’indipendenza. Quest’evento fu estremamente importante per l’internazionalizzazione della questione coloniale e per l’identificazione dell’imperialismo quale forma di oppressione esercitata su società e popoli che avevano invece il diritto all’autodeterminazione.

Dopo la seconda guerra mondiale, gli orrori commessi nei campi di concentramento nazisti vengono resi noti dai mezzi di comunicazione dell’epoca e ciò provoca una sensibilizzazione maggiore dell’opinione pubblica riguardo la tematica dei diritti umani. Dopo la nascita delle Nazioni Unite si preparano i lavori per la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, che confermano questa tendenza. Nelle colonie questi eventi crearono enorme fermento e diedero nuova forza alle opposizioni alimentando l’organizzazione di proteste. Nelle grandi città africane infatti si organizzarono manifestazioni, si moltiplicarono giornali, riviste e radio, mentre le élites intellettuali continuavano la loro attività, riuscendo a coinvolgere livelli diversi della società; la stragrande maggioranza della popolazione che rimaneva analfabeta veniva resa cosciente grazie al ruolo svolto dal cinema che all’epoca era sia un mezzo di intrattenimento che di informazione di massa. I mezzi di comunicazione svolsero un ruolo determinante nel trasmettere in maniera estremamente rapida informazioni da un capo all’altro del mondo. Il ritmo con il quale avvenne la decolonizzazione lungo il continente africano, fu probabilmente funzione della rapidità con la quale si stavano susseguendo nel mondo cambiamenti ed innovazioni sotto il profilo sociale e culturale.

Al giorno d’oggi non sorprende il ruolo che i media ebbero nell’accelerare i percorsi delle ex colonie verso l’indipendenza, ma a quel tempo era forse più difficile intuirne la portata; basti pensare che nel 1958 la quinta repubblica trasforma l’”Unione francese” nella “Communauté”, sull’esempio del Commonwealth britannico, la quale però cessò di esistere solamente due anni dopo quando, dal 1960 al 1963 i paesi dell’Africa subsahariana si resero indipendenti. Sempre nel 1960 anche il Belgio decise di lasciare il Congo e gli inglesi fecero lo stesso: la Nigeria divenne indipendente nel 1960, il Tanganica nel 1961, l’Uganda nel 1962, il Kenya nel 1963, gli attuali Malawi e Zambia nel 1964. Gli episodi più violenti si riscontrarono nelle cosiddette colonie di insediamento, dove era maggiore la presenza dei bianchi, i quali non avevano la minima intenzione di rinunciare ai propri privilegi; forti scontri avvennero nell’odierno Zimbabwe che ottenne l’indipendenza solamente nel 1979.

Conclusioni

Questo breve elaborato si è proposto di illustrare come la decolonizzazione in Africa non sia stata un processo, “ma un insieme di attività e di eventi convulsi”, portati avanti da uomini, i quali hanno subito la mutilazione delle proprie identità e la cancellazione della loro storia.

Anche se può sembrare scontato, è importante ricordare che la decolonizzazione è esistita perché è stata preceduta da una colonizzazione e l’impronta che quest’ultima ha impresso sul continente africano rimane indelebile. L’indipendenza si rivendicava in opposizione alla forma di dominazione alla quale si era sottoposti. L’ingerenza di una cultura su di un’altra, nella forma di violenza sistematica che ha assunto nell’epoca dell’imperialismo coloniale, ha generato società ibride che incorporano elementi a loro totalmente estranei. La formazione, ad esempio, di associazioni quali i partiti politici o le organizzazioni sindacali, testimonia come istituti occidentali vengano integrati dagli africani ed utilizzati nella lotta anti-coloniale. Queste forme di integrazione possono essere state attuate consapevolmente sulla base del fatto che per combattere il nemico bisognasse imparare ad usare le sue armi o inconsapevolmente; in quest’ultima ipotesi sarebbe stata accettata naturalmente la validità del modello occidentale in confronto all’inadeguatezza dei propri modelli. Emblematica in questo senso è la formazione dei “movimenti di liberazione nazionale”; in Africa i confini nazionali sono stati arbitrariamente imposti dagli europei, senza tenere in alcuna considerazione la geografia dei luoghi, ma vengono accettati e rivendicati dagli africani nei percorsi di decolonizzazione.

L’imposizione di realtà politico istituzionali estranee al retaggio storico delle società africane, ma da queste accettate ed integrate, è una delle cause dei molti problemi che affliggono l’Africa contemporanea; ottenuta l’indipendenza e cacciata la potenza occupante, rimangono le sue sedi istituzionali, dove si insedieranno adesso gli africani che proveranno senza successo ad imitare gli europei. Molti autori infatti ritengono che la decolonizzazione sia rimasta incompiuta proprio perché ha rappresentato una semplice devoluzione di potere politico, la quale non è stata correlata dall’acquisizione di competenze e questo ha portato inevitabilmente ad un uso improprio di forme ed istituzioni ereditate dalla società occidentale.