Il decennio nero degli italiani

Il primo capitolo del mio libro IL DECENNIO NERO DEGLI ITALIANI (sottotitolo: dal Porcellum al Rosatellum) – Quaderno n.1 dell’Associazione culturale “Liberalismo Gobettiano” edito da Avagliano – s’intitola il “Decennio grigio degli Eurocontinentali” e vuole essere uno sguardo allargato anche a ciò che nell’ultimo decennio è avvenuto nell’ Europa continentale.

Il decennio nero degli italiani - GEOPOLITICA.info

Nel corso della trattazione dell’intero volume, naturalmente, il discorso cade anche sui due Paesi Anglosassoni, Regno Unito di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America che rappresentano grande parte del mondo occidentale.

Dei due il secondo, per ragioni geografiche (ma forse  non solo), non ha mai fatto parte dell’Unione Europea (se ne avesse fatto parte, l’Unione avrebbe avuto, ovviamente, un altro nome); e il primo ne è uscito di recente con la cosiddetta Brexit.

Uno sguardo all’intero Occidente, mi sembra, utile, a questo punto, per capire meglio il nostro maledetto “decennio”. Ovviamente, nel presentare il libro il 24.5.2018 al centro “Da Feltre” userò un linguaggio il più possibile piano e comprensibile: da esso non mi discosterò anche in queste brevi note.

Una diversità tra la cultura dominante nella parte continentale dell’Europa, da un lato, e i due Paesi anglosassoni v’è sempre stata.

Il vecchio Continente, pur avendo le sue origini politiche nell’empirismo pragmatico dei Romani degli ultimi due secoli della Repubblica, s’è discostato nei tempi dell’Impero (e, ancor di più in quelli della sua rovinosa caduta) da quel luminoso esempio. E ciò, a causa prima di pacifiche migrazioni mediorientali (ebraiche e cristiane), osteggiate da Diocleziano ma poi vincenti, perché favorite dal bisogno di avere mano d’opera a buon mercato; e poi di violente invasioni barbariche germaniche.

L’essenza dei principi filosofici che erano alla base della grandezza della Roma Repubblicana era stata raccolta da Tito Lucrezio Caro nel suo prezioso “De rerum natura”, libro riportato in luce dalla paziente opera di ricostruzione filologica di un monaco negli anni dell’ultimo Medio-Evo.

Il volume, accolto con circospetta prudenza in Italia (per alcuni uomini di pensiero, coraggiosamente entusiasti, gli effetti erano stati disastrosi: Giordano Bruno al rogo, Galileo Galilei in galera, Niccolò Machiavelli vituperato), superò, invece, brillantemente le scogliere di Dover e consentì all’Inghilterra di costruire il proprio ordinamento sulla falsariga della res publica romana. Da Londra al Nuovo Mondo il passaggio fu conseguente: naturalmente, mutatis mutandis, per le diverse condizioni ambientali e umane.

Un Occidente, diviso tra due culture così eterogenee: l’una con radici ormai presso che esclusive giudaico-cristiane e l’altra con visioni di chiara derivazione greco-romana, ha coesistito come ha potuto, dopo l’epoca della frammentazione feudale, come entità unitaria astratta, solo grazie a uno sviluppo vertiginoso del capitalismo, a partire dei tempi della scoperta della macchina a vapore.

Il miracolo compiuto dal liberalismo (prima fisiocratico, poi mercantilista) ha fatto sì che le teorie idealistiche salvifiche (fascismo e comunismo) franassero, nel corso di un secolo definito “breve”, l’una dopo l’altra. Quando, però, il liberalismo è apparso vittorioso su tutto il “fronte Occidentale” s’è verificato il patatrac tra la parte Anglosassone e quella Euro-continentale.

Vediamo in che modo la frattura s’è manifestata.

Gli Anglosassoni, resisi conto che con gli alti salari e il welfare, creati, non era più possibile competere con i prodotti manifatturieri di Paesi sotto regime dittatoriale o del terzo mondo, tutti con paghe lavorative da fame, hanno dato una svolta alla loro politica: si sono dedicati alla costruzione solo di manufatti di grande eccellenza qualitativa e soprattutto, grazie all’elettronica e al digitale, alla creazione di beni immateriali e alla fornitura di servizi perfetti. Per salvare il patto sociale alla base della pacifica e fattiva convivenza civile tra i propri consociati, hanno chiuso le proprie frontiere a personale non qualificato (abbastanza) per il nuovo tipo di attività produttiva; e per proteggere i propri lavoratori ancora necessari per la realizzazione di manufatti, hanno mandato alle ortiche il libero scambio mercantile di merci, realizzate da altri paesi in condizioni di poca libertà dei lavoratori (autoctoni o immigrati, comunque sempre asserviti e mal pagati).

Gli Euro-continentali non hanno potuto fare altrettanto, perché il gap tecnologico ha imposto loro di non poter passare alla fase cosiddetta post-industriale. Hanno dovuto mantenere faticosamente in piedi un’industria manifatturiera non più competitiva nei confronti di quella dei paesi tirannici o a basso sviluppo, ricorrendo a prestiti-capestro e subendo immigrazioni massicce (e spesso selvagge) di immigrati.

A questo punto, il patatrac iniziale, però, s’è esteso anche al mondo anglosassone: il polo finanziario e bancario s’è trovato esposto e obbligato a fare mutui a industrie Euro-continentali che non erano più in grado di restituire i crediti ricevuti.

I poteri occulti di Wall Street e della City hanno imposto le loro condizioni agli establishment anglosassoni e a quelli dell’Unione Europea: interventi statali in favore sia di massicce immigrazioni, per far calare, a lungo andare, i salari anche ai lavoratori “indigeni” sia delle Banche in crisi.

Gli establishment inglesi e statunitensi hanno risposto picche al diktat delle élite finanziarie sia con la Brexit sia con l’elezione di un osso duro come Donald Trump.

In definitiva, hanno reinterpretato, a modo loro, il liberalismo, respingendone o restringendone gli effetti globalizzatori e libero-scambisti (no alla globalizzazione “umana” che pone in crisi la convivenza pacifica garantita dal “patto sociale”; no a sacrifici dei contribuenti per sanare le crisi delle banche).

L’Unione Europea è rimasta, invece, incastrata nella morsa dei banchieri e ha imposto ai suoi membri l’austerità, assolutamente impeditiva di ogni crescita economica, ma ritenuta inevitabile per far fronte con i soldi degli Stati (e quindi dei contribuenti) alle crisi del sistema creditizio e alle spese per l’accoglienza degli immigrati; visti come gli schiavi del terzo millennio, necessari per far fronte al calo di competitività delle industrie manifatturiere per gli alti costi dei salari e del welfare.

Allora, c’è da chiedersi: esiste ancora un polo Occidentale unitario e compatto del mondo?

Questa domanda porrò ai presenti nella Sala Convegni “Da Feltre” il 24 Maggio prossimo.

Dal mio canto, oggi, ritengo che la risposta sia no. Potrà esserci unitarietà soltanto se e quando gli Eurocontinentali capiranno la gravità degli errori ideologici (religiosi e filosofici) commessi nel passato, discostandosi dal sano esempio della res publica romana e, più di recente, da quello dei paesi anglosassoni (post Brexit e post Trump) ed eviteranno, soprattutto, di perseverare in quegli stessi errori, aggiungendo agli effetti deleteri di un’immigrazione ancora più pericolosa delle precedenti per il suo ancora più intonso fanatismo religioso, la sottomissione al volere di un’Unione burocratica, eterodiretta dalle élite finanziarie e creditizie di Wall Street e della City, nell’imporre un’austerità disastrosa per gli Stati-membri  e diretta unicamente a favorire il sistema creditizio.

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