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NotizieI dazi di Trump: implicazioni e prospettive

I dazi di Trump: implicazioni e prospettive

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Sin dal suo insediamento alla Casa Bianca come Presidente degli Stati Uniti, le idee e la personalità di Donald Trump lo avevano fatto conoscere al mondo come un leader impetuoso ed irruento da parte del quale molte classi politiche si aspettavano mosse controverse che, nell’ottica del tycoon, avrebbero dovuto “rendere di nuovo grande l’America”, come insegna il suo noto slogan.

Tra le misure più discusse degli ultimi mesi rientra sicuramente la decisione di Trump di imporre una serie di dazi sull’alluminio e l’acciaio di importazione, con l’obiettivo di proteggere i lavoratori e le aziende americane, per dirla con le sue parole, e far sì che venga meno la convenienza delle importazioni di questi materiali rispetto alla produzione interna. Secondo Trump questo tipo di importazioni mette in pericolo la sicurezza nazionale, ed è proprio questa motivazione a costituire l’escamotage legislativo che gli ha permesso di avvalersi di un provvedimento del 1962 per legittimare l’imposizione dei dazi. In un mondo ormai del tutto globalizzato e fortemente interconnesso, soprattutto a livello economico, una simile decisione segna una rottura rispetto alla tendenza generale.

Non si tratta di una strategia senza precedenti, soprattutto per gli Stati Uniti: nel 2002 infatti l’amministrazione Bush escogitò un simile tentativo proprio per proteggere l’acciaio americano, che però fallì grazie ad una serie di contromisure messe in campo dall’Unione Europea. Quest’ultima, insieme ad altri alleati degli Stati Uniti nonché loro partner negli accordi di libero scambio NAFTA, come Australia, Canada e Corea del Sud, per il momento sono esentati dai dazi, annunciati dall’amministrazione statunitense nei primi di marzo ed entrati in vigore il giorno 23 dello stesso mese.

La nazione che, nelle intenzioni di Trump, dovrà subire le conseguenze più pesanti derivanti dalle sopracitate imposte indirette è la Cina, grande esportatore di acciaio ed alluminio verso il mercato americano. Il leader della Casa Bianca è intenzionato ad usare le maniere forti, dato che nei primi giorni di aprile è stato reso nota la notizia che un rappresentante commerciale statunitense abbia ricevuto l’incarico di studiare dal punto di vista economico l’eventualità dell’imposizione di nuovi dazi alle esportazioni provenienti dalla Cina, per un valore di circa 100 miliardi.

Naturalmente la risposta di Pechino non si è fatta attendere, e la sfida al rilancio continua con la decisione cinese di applicare dazi per lo stesso valore su beni provenienti dagli Stati Uniti, tra cui anche le automobili e la soia; quest’ultimo bene è fondamentale per il sostentamento della popolazione cinese, nonostante questo il governo di Pechino ha deciso di imporre i dazi ugualmente, mirando ad un fine politico più grande. I principali stati americani produttori di soia, oltre ad essere a maggioranza repubblicana, muovono un giro d’affari per l’export che ha proprio nella Cina il suo principale destinatario. Risulta di conseguenza chiaro che questa decisione cinese voglia andare a colpire l’agricoltura statunitense. Entrambe le parti affermano di essere determinate a non fermarsi e di voler combattere il protezionismo a qualsiasi prezzo, il che lascia presagire che la guerra commerciale non sia destinata ad interrompersi nell’immediato futuro.

Naturalmente non si tratta di una decisione che l’amministrazione Trump ha preso sulla base di un nulla di fatto, bensì alla base troviamo, tra le altre, una motivazione politica. Come è noto, la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali del novembre 2016 è stata resa possibile grazie al sostegno che il candidato repubblicano ha ricevuto da parte di una certa fascia della popolazione, ovvero quella dei cittadini bianchi tra i 50 e i 60 anni, soprattutto appartenenti al ceto medio e alla classe operaia. Tale categoria è stata una di quelle più duramente colpite dalle conseguenze di lungo periodo della crisi finanziaria scoppiata nel 2007/2008, in quanto i cittadini che ne fanno parte non disponevano di risorse tali da non preoccuparsi della situazione economica, ma allo stesso tempo non erano sufficientemente indigenti da poter fruire dei sussidi e delle manovre economiche messe in campo dall’amministrazione Obama per traghettare i cittadini più poveri fuori dalla crisi. Questa situazione ha fatto nascere in loro un forte risentimento nei confronti dell’establishment, in quanto si sono sentiti abbandonati e non considerati dalla classe politica di Washington. Trump è stato molto abile nel cavalcare l’onda della frustrazione del ceto medio americano, e si tratta di una strategia che lo ha premiato, come tutti sanno, nei risultati elettorali.

Va da sé che costoro non si sarebbero certo accontentati delle parole dette in campagna elettorale e degli slogan, per questo il Presidente ha dovuto mettere in atto strategie di politica economica ed estera che gli permettessero di conservare il supporto del proprio elettorato. I sostenitori di Trump hanno accolto con grande apprezzamento questa decisione volta al protezionismo, cui l’elettorato conservatore è particolarmente affezionato, e la classe operaia vede nella manovra dei dazi l’unica soluzione per proteggere il proprio lavoro dalla concorrenza, percepita come sleale, dei mercati stranieri.

Non possiamo essere certi della portata delle conseguenze di questa guerra commerciale, né sapere con certezza dove essa condurrà il commercio tra questi due paesi e l’economia mondiale in generale, ma di certo si tratta di una questione che ha scatenato forti reazioni, quasi tutte contrarie e preoccupate, prima fra tutte quella del Presidente della BCE Mario Draghi. L’economista italiano teme per gli sviluppi negativi che tale scelta potrebbe avere sulle relazioni internazionali, in quanto una guerra bilaterali che usa i dazi come strumento può solamente essere percepita come pericolosa sia dai mercati finanziari che dalle leadership politiche di tutto il mondo, siano esse appartenenti a paesi alleati o a competitors. Non è interesse del Presidente cinese Xi Jinping compromettere totalmente i rapporti con gli Stati Uniti, che rimangono comunque un potenziale partner sotto alcuni aspetti, anche se la libertà concessagli dall’ormai inesistente limite temporale alla sua carica glielo consentirebbe. Rimane però l’altrettanto impellente necessità di mostrare il proprio potere e la portata del ruolo internazionale della Repubblica Popolare Cinese contro il gigante americano, per questo motivo è improbabile che le tensioni si plachino a breve.

L’ordine liberale negli ultimi anni è sempre più mutevole e soggetto a numerose sfide, data l’esistenza di un competitor militare come la Russia, seppur dotata di capacità limitata rispetto a quella statunitense, e l’emergere della potenza economica cinese, il che dovrebbe far scaturire nei paesi occidentali e soprattutto negli Stati Uniti una serie di riflessioni sull’utilità o meno di continuare con una strategia commerciale offensiva di questo tipo, con il rischio di raggiungere un punto di non ritorno.

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