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Davide contro Golia? La Strategia di Manila nei recenti incidenti nel Mare

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Le tensioni nel Mar Cinese Meridionale tra la Repubblica Popolare Cinese e le Filippine non accennano a diminuire. Al contrario, negli ultimi mesi si registrano eclatanti casi di montante tensione che rischiano di minare ancora una volta i rapporti tra l’arcipelago e Pechino, forse a livelli quasi irreparabili. Negli ultimi mesi infatti, si è assistito a diversi episodi che hanno contribuito al perpetuarsi di uno stato di tensione ormai non considerato nemmeno più eccezionale, ma al contrario, parte di una strana e sinistra quotidianità. È inoltre cruciale rilevare come la reazione filippina a tali episodi rifletta il cambio di strategia operato da Manila nell’ultimo periodo, non senza importanti problemi e ripercussioni interne e esterne. 

Gli incidenti nel Mar Cinese Meridionale tra settembre e ottobre 

Lo scorso 6-7 settembre la Guardia Costiera Filippina ha riportato attività da parte di non specificati vascelli “di milizie” cinesi attorno “Rozu Reef”, nelle isole Spratly. A seguito di ulteriori ricognizioni, la Guardia Costiera ha riportato come tali vascelli abbiano verosimilmente rimosso una grande quantità di coralli dalla zona, provocando un consistente danno ambientale. A seguito di tale fatto, Manila ha manifestato l’intenzione di presentare un ulteriore caso presso la Corte Arbitrale Permanente contro la Repubblica Popolare, per commesse violazioni delle disposizioni della Convenzione ONU sul Diritto del Mare in materia di protezione ambientale. A tal riguardo, si riporta come la Cina si sia manifestata alquanto suscettibile a tali accuse, accusando a sua volta Manila (e alleati) per danni ambientali causati dalle loro attività nel Mare, intimandoli a pagare adeguate compensazioni. 

A pochi giorni di distanza, un ulteriore flashpoint si è aperto nel già tristemente famoso atollo di Scarborough, a poca distanza dall’Isola di Luzon. La Guardia Costiera Filippina ha riferito di aver proceduto alla rimozione di alcune barriere marine poste nelle acque attorno all’atollo dalla Guardia Costiera Cinese, al fine di bloccare l’accesso all’area ai pescatori filippini. Pechino ha ribattuto contestando tale ricostruzione, dichiarando che tali barriere erano state poste “temporaneamente” per evitare il passaggio di un vascello della Guardia Costiera Filippina (e non di pescatori) nelle vicinanze dell’atollo, che Pechino reclama appartenere come proprio. Il risultato di tale episodio è stato un incremento della presenza della Guardia Costiera Filippina nell’area a protezione dei pescatori, mediante l’ancoraggio di un vascello in prossimità dell’atollo. Pochi giorni dopo tali accadimenti, si riporta come tre pescatori filippini siano rimasti uccisi da una collisione con un vascello “straniero” proprio nei pressi dell’atollo: tuttavia, trattandosi probabilmente di un vascello coreano diretto a Singapore, non si è arrivati a una crisi diplomatica. Negli ultimi giorni, tuttavia, la Marina Filippina ha dichiarato di aver fatto transitare una delle sue navi da guerra nei pressi di Scarborough, a fini di pattugliamento, causando un ennesimo caso di stallo con un vascello della guardia costiera cinese. 

Da ultimo, si riporta come il già discusso problema del rifornimento della Nave spiaggiata Sierra Madre, utilizzata dalle Filippine come avamposto presso Second Thomas Shoal si sia riacceso in occasione di un ulteriore tentativo di rifornimento: lo scorso 5 ottobre il National Security Council filippino ha riportato la presenza massiccia di vascelli della Guardia Costiera Cinese durante le operazioni di rifornimento dell’avamposto (completate con successo), con l’obbiettivo di “bloccare e molestare” la missione. La Cina ha riportato come tali azioni si pongano in violazione della sovranità cinese nell’area, concedendo tuttavia il rifornimento per questioni puramente “umanitarie” (trattasi di decine di militari stanziati in una località isolata e remota), spiegazione puntualmente rigettata da Manila. 

La strategia di Manila

Un fattore che pare accomunare la gestione di queste vicende da parte di Manila è sicuramente un registrato cambio di policy da parte filippina, sotto diversi profili. Il primo è indubbiamente l’attitudine filippina a reagire alla presenza e all’assertività cinese con una particolare veemenza, non vista dai tempi del precedente stallo presso Scarborough Shoal del 2012. Il secondo punto da sottolineare è un ritrovato afflato nell’internazionalizzare la disputa, sia ribadendo in modo chiaro i diritti delle Filippine nella propria ZEE (Zona Economica Esclusiva) secondo il diritto internazionale, sia nel manifestare apertamente l’intenzione di aprire un nuovo arbitrato in materia. Il terzo punto, forse funzionale al successo del secondo, è la volontà di dare riverbero mediatico a tali incidenti, prassi non necessariamente seguita in passato per ragioni di opportunità politica. 

Anche se in via del tutto provvisoria, in quanto tale vicenda è da considerarsi in costante evoluzione, è ragionevole ritenere che questi tre elementi della strategia filippina siano il risultato di alcune rilevanti scelte strategiche. Per quanto riguarda il primo aspetto, è probabile che l’irrobustirsi delle relazioni tra Filippine e Stati Uniti, nonché con altri partner regionali, abbia fornito a Manila un minimo di capacità di deterrenza necessaria a non temere una reazione troppo sproporzionata da parte di Pechino. In aggiunta a ciò, occorre sottolineare come secondo la nuova National Security Strategy filippina, rilasciata lo scorso agosto, la “Sovranità Nazionale e Integrità Territoriale” sia salita al primo posto negli obbiettivi securitari di Manila sotto la corrente amministrazione a guida Marcos Jr. Tale nuovo orientamento dunque si riflette sulle azioni filippine documentate sul campo, ovviamente rapportate alle effettive capacità della Guardia Costiera e Marina dell’arcipelago. 

In relazione a questo ultimo aspetto, è importante sottolineare come esso contribuisca a spiegare il secondo elemento della strategia filippina: trovandosi ancora in carenza di effettive capacità indigene di resistenza all’assertività cinese, Manila ritiene che internazionalizzare la querelle possa indurre Pechino alla moderazione, affrontando il rischio di un danno reputazionale, o quantomeno di precludere a Pechino strade alternative a livello multilaterale. Nello specifico, un possibile nuovo arbitrato in materia ambientale potrebbe danneggiare l’immagine della Repubblica Popolare come nuovo campione in materie di ambiente ed ecologia. Inoltre, l’uso del diritto internazionale nella risoluzione della questione è uno dei pochi strumenti a vantaggio di Manila, in quanto qualsiasi caso relativo alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare che Pechino intentasse presso la Corte Arbitrale implicherebbe il riconoscimento della giurisdizione della Corte in materia, aspetto che la Cina ha rifiutato in occasione del primo arbitrato. Da ultimo, Manila è altresì costretta a diversificare le sue opzioni dal punto di vista multilaterale, stante il permanente stallo delle negoziazioni intra-ASEAN riguardo ad un Codice di Condotta per il Mar Cinese Meridionale (avente forza di trattato) tra Cina e paesi ASEAN. 

Per quanto concerne il terzo aspetto, e come anche sottolineato da alcuni commentatori, una delle problematiche relative a precedenti simili strategie è stata in passato la mancanza di allineamento tra il livello diplomatico-militare e l’opinione pubblica, cui le notizie di tali incidenti spesso non sono state comunicate in modo adeguato. Oltre a ciò è da sottolineare come la diffusione dei social media e la frequenza di tali incidenti nel presente rendano probabilmente futili o alquanto complessi i tentativi di mantenere la riservatezza circa gli stessi. Questo nuovo afflato mediatico circa le dispute sembra inoltre condizionare l’opinione pubblica: i media riportano come alcuni sondaggi confermino i sentimenti di sospetto dei filippini nei confronti della Cina, trend che sembrano ormai essersi consolidati negli anni. 

Venti di bufera all’orizzonte

Vi sono tuttavia delle sfide all’effettiva realizzazione di tale strategia riguardo le dispute nel Mar Cinese Meridionale, sotto diversi profili: in primis il coordinamento istituzionale, in secondo luogo la politica interna e in terzo luogo le relazioni con vicini e partner regionali. 

In primo luogo, occorre sottolineare come non vi siano ancora prove concrete sull’effettivo emergere di una strategia coesa tra i diversi attori istituzionali coinvolti: in particolare, Marina e Guardia Costiera filippine continuano a preferire un approccio reattivo all’assertività cinese, piuttosto che proattivo. Questo è verosimilmente conseguenza di croniche inefficienze del sistema istituzionale e di gestione della spesa pubblica da parte dello Stato Filippino: ad esempio, non vi è un chiaro allineamento istituzionale circa la possibilità di investire nello sviluppo di alcune isole e atolli occupati dalle Filippine, essenziali per stabilire una presenza duratura nelle acque contese. Sotto questo profilo, il capitale in termini di consenso derivante dalla “pubblicizzazione” delle dispute potrebbe rivelarsi alquanto effimero se non trasformato in vantaggi tattici e strategici. Allo stesso modo, le istituzioni filippine sono sprovviste di un “contingency plan” nel caso di ritorsioni cinesi, specie nel caso di un nuovo arbitrato. In definitiva, molto dell’operato filippino rischia di risultare in mera “retorica di Davide contro Golia” senza produrre risultati duraturi. 

In secondo luogo, vi sono nubi all’orizzonte nella coalizione a guida “Bong-Bong” Marcos Jr, la cui amministrazione ha come vicepresidente la figlia del filocinese Duterte, Sara. Con le elezioni di mid-term in vista nel 2025, potrebbe registrarsi una netta spaccatura nella coalizione al potere proprio tra fazioni filo-cinese (a guida Duterte) e la corrente filo-statunitense (guidata dal cugino di Bong-Bong, Martin Romualdez). Una vittoria alle mid-term e una posizione sempre più irredentista dei Duterte nelle questioni di politica estera potrebbe contribuire alla paralisi dell’azione del governo e ad un’ulteriore confusione a livello istituzionale. Vale soltanto la pena accennare che l’ex presidente Rodrigo Duterte, in qualità di autoproclamatosi “paciere” tra le due nazioni, abbia esperito un infruttuoso tentativo di colloquio con il Presidente Marcos a seguito di una sua visita da privato cittadino a Pechino. 

Da ultimo, l’internazionalizzazione delle dispute e la pubblicizzazione degli incidenti potrebbero non essere graditi ad alcuni Paesi della regione come l’Indonesia e la Malesia, i quali ancora confidano nella possibilità di risolvere e gestire le dispute senza il clamore di Manila, nel tentativo di proteggere i propri interessi da parte di ritorsioni cinesi. Sotto questo profilo, va altresì sottolineato come le Filippine siano sempre più un “caso deviante” a livello regionale nella gestione sia delle dispute territoriali con la Cina, sia nella gestione dei rapporti con le superpotenze in generale. C’è tuttavia da ribadire come, effettivamente, le Filippine abbiano provato negli anni ad emulare un approccio più volto all’hedging, non riuscendo tuttavia a placare l’assertività cinese nel mare. La (nuova) 10-dash line Cinese in questo senso rappresenta il fallimento dei tentativi di negoziato bilaterale e ingaggio “à la Indonesia” provati dalla precedente amministrazione Duterte. Infine, occorre sottolineare come pur essendo l’assertività e le pretese territoriali cinesi il problema primario, le Filippine e gli Stati ASEAN che si affacciano sul Mare non hanno ancora provveduto a risolvere le dispute e le pretese territoriali circa le rispettive aree di controllo marittimo: senza consistenti sforzi regionali in tal senso, le pretese di Manila potrebbero non avere la forza necessaria per garantirsi l’appoggio di partner vicini e importanti. 

Conclusione: la via impervia per una politica estera indipendente

In definitiva, il susseguirsi di incidenti nel Mar Cinese Meridionale e la risposta di Manila rivela nuove dinamiche e vecchi problemi. Nella presente analisi si è volutamente lasciata sullo sfondo l’influenza delle grandi potenze, specie gli Stati Uniti, nel plasmare le decisioni e le risposte di Manila circa lo stato di tensione nel Mare. Infatti, pur rimanendo cruciale il ruolo delle superpotenze nel plasmare anche la politica interna di Manila, occorre altresì dare risalto al fatto che i tentativi di implementazione della National Security Strategy filippina sono il risultato di scelte autonome dell’Arcipelago, che quale nazione di non piccole dimensioni sia a livello demografico che (sempre più) economico, cerca di ricavarsi una necessaria agency in un contesto di deterioramento del quadro securitario e dell’infittirsi della rivalità sino-americana. Il risalto dato sia al perdurare delle tensioni con la Repubblica Popolare che alla risposta unilaterale di Manila serve anche a sottolineare come le Filippine stiano di fatto relegando il ruolo dell’ASEAN a secondario nella gestione della situazione, stanti ormai due decadi di insuccessi di fatto. Un ultimo aspetto circa i tentativi di Manila a reagire all’assertività della Cina riguarda nello specifico il rapporto tra i due Paesi. Infatti, se da un lato ogni amministrazione filippina abbia esperito innumerevoli tentativi di conciliazione, segnalando certamente una preferenza per l’hedging (ricordiamo soltanto il fatto che la prima visita ufficiale in uno stato estero di “Bong-Bong” sia stata a Pechino), tale preferenza è stata sempre puntualmente frustrata dalla risposta da parte di Pechino, basata sull’asimmetria di potere tra i due attori con una preferenza per l’assertività e l’utilizzo di strumenti coercitivi. In questo contesto di chiusura cinese per soluzioni che non portino a compromettere l’integrità territoriale dell’Arcipelago devono rintracciarsi le ragioni delle decisioni che all’apparenza risultano “disperate” o “eccessivamente coraggiose” da parte filippina, che potrebbero continuare anche a discapito di soluzioni più ottimali, sia dal punto di vista interno che regionale.

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