Dan Dungaciu: oggi il Mar Nero è una regione instabile

Il Centro studi Geopolitica.info ha intervistato il professor Dan Dungaciu dell’Università di Bucarest su temi connessi alla sicurezza e politica estera della Romania. Il noto politologo rumeno è Presidente della Fondazione Universitaria per il Mar Nero (FUMN.eu) e direttore dell’Istituto di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali (ISPRI.ro). Vanta diverse pubblicazioni e svariate collaborazioni con importanti centri di ricerca internazionali. Nel 2010 ha ricoperto il ruolo di consigliere per l’integrazione europea del presidente della Repubblica Moldova. Profondo conoscitore della diaspora rumena e della storia moldava, le opinioni e le analisi di Dungaciu sono tenute in grande considerazione da ogni politico e alto funzionario della Romania.

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Quali sono i punti caldi dove potrebbero presentarsi controversie sulle Zone Economiche Esclusive nel Mar Nero?

Nel trattato di adesione della Crimea alla Federazione Russa si afferma che la demarcazione delle acque territoriali nel Mar Nero è “determinata sulla base dei trattati internazionali ratificati dalla Federazione Russa”. Questa formula suggerisce che la Russia non accetterà la decisione del Tribunale dell’Aja. Nel processo tra la Romania e l’Ucraina presso la Corte Internazionale dell’Aja, il governo rumeno ha vinto la causa con la sentenza n. 100 del 3 febbraio 2009 ed è stata riconosciuta la sovranità, di poco superiore al 79%, del territorio di 12.200 chilometri quadrati in causa. In teoria i russi potrebbero opporsi alla decisione della Corte internazionale dell’Aja del febbraio 2009, che definisce la piattaforma continentale e la zona economica esclusiva del Mar Nero tra la Romania e l’Ucraina. La Federazione Russa sostiene che la sentenza non può essere invocata contro di loro. Infatti, sostengono gli esperti, le decisioni in sede internazionale sono vincolanti solo per le parti che hanno concordato di sottoporre la controversia alla giurisdizione della Corte. Comunque non è ancora accaduto nulla di ufficiale, Mosca non ha sollevato la questione nei colloqui bilaterali, ma alcuni effetti collaterali indiretti si possono osservare. È chiaro che c’è una certa riluttanza delle aziende ad essere coinvolte nella regione. Con la secessione della Crimea, per esempio, l’Ucraina ha delimitato il perimetro delle piattaforme petrolifere off-shore al largo delle coste della penisola, mentre il governo ucraino è stato molto vicino a firmare un accordo sulla condivisione della produzione nel perimetro di Skifska con Exxon Mobil e Royal Dutch Shell, in collaborazione con OMV Petrom (lo stato rumeno detiene ancora una quota di minoranza) e la compagnia statale ucraina Nadra Ukrainy. Gli eventi nella regione hanno portato, a quanto pare, Exxon Mobil a dichiarare nel marzo 2014 che avrebbe sospeso ogni attività nella zona di Skifska fino a quando la situazione in Ucraina si sarebbe risolta. Shell ha annunciato invece la cessazione di qualsiasi discussione sul progetto. Come spiegato dai giuristi, in termini legali, queste compagnie energetiche si trovano nella situazione di aver firmato accordi petroliferi con un partner (il governo ucraino), il quale a seguito della perdita di giurisdizione sulla zona economica esclusiva nel Mar Nero in favore della Russia, non detiene più il controllo de facto sui diritti concessi alle società, risultando pertanto nulli i suoi diritti sovrani. Ripeto, anche se formalmente non è mai stato sollevato il problema, questo potrebbe essere preso in considerazione qualora dovessero crescere le tensioni politico-diplomatiche. Probabilmente si giungerà ad una soluzione informale, vale a dire ad alcuni provvedimenti, anche dettagliati, volti ad evitare tensioni.

Perché la Romania sollecita la creazione di una flottiglia Nato nel Mar Nero?

Il motivo è evidente. Il Mar Nero è oggi la regione più instabile del fronte orientale dal punto di vista della sicurezza; Ue e Nato devono prendere atto di questa realtà. Quando parliamo di Polonia e paesi baltici, parliamo delle minacce virtuali e potenziali della Russia. Nel caso del Mar Nero invece abbiamo avuto e abbiamo minacce concrete: annessione di territori (Crimea), guerre ibride (Donbass), conflitti congelati potenzialmente esplosivi (Transnistria), gente morta, ecc… Al ritmo con il quale evolvono le cose, la forza russa diverrà nel breve tempo impossibile da contrastare e la Russia potrà ridefinire le delimitazioni marittime e le zone economiche esclusive a proprio piacimento. La proposta di costituire un Gruppo navale Nato nel Mar Nero, chiamato genericamente Flottiglia Alleata nel Mar Nero / Black Sea Flottilla, è apparsa nel Piano di azioni strategiche del Ministero della Difesa per il 2016. Di cosa si parla? Di un gruppo navale a rotazione di modo che nel Mar Nero vi sia sempre una presenza navale di dissuasione. Non si tratta di violare gli Accordi di Montreux, bensì di una presenza permanente di un gruppo di navi alleate in costante rotazione nel Mar Nero. Questa è l’idea e la possibile proposta che la Romania presenterà al Summit Nato di Varsavia. La menzione del Mar Nero in tutti i dossier strategici dell’Ue (Pesc di Federica Mogherini) o nei documenti finali del Summit Nato di Varsavia è un obiettivo strategico.

Secondo Lei, in futuro la Turchia continuerà a garantire il transito di navi militari nel Bosforo?

La Turchia resta un partner Nato imprevedibile, tuttavia pur sempre un partner Nato. Sicuramente le disposizioni del Trattato di Montreux del 1936 sono sacre per Ankara e la Turchia non vorrà mai metterle in discussione, per non parlare di negoziare qualcosa. Spero che, al di là di questi accordi, la Turchia rimanga un partner prevedibile per i partner della NATO, in particolare in presenza di tensioni evidenti tra Mosca e Ankara. Tuttavia il problema è più profondo e noi, a Bucarest, ne siamo coscienti: gli unici attori della regione con una memoria imperiale sono la Russia e la Turchia. Una volta che questa memoria viene risuscitata, l’idea espansionista è difficile da evitare ed è ancor più difficile prevedere dove può arrivare la tensione tra i due stati, tanto più che i leader Putin e Erdogan hanno la reputazione di essere tremendamente imprevedibili. Tendo a credere e sperare che la Turchia resterà un alleato affidabile della Nato, anche se non sono sicuro che le tensioni in Turchia, l’evoluzione della crisi siriana o delle relazioni tra Mosca ed Ankara non possano generare sorprese da parte della Turchia. E’ una questione che va approfondita.

Quali sono le condizioni attuali delle forze armate rumene?

Sulla base di un disegno di legge presentato dal Presidente e firmato da tutti i partiti, dal 2017 il budget per la difesa aumenterà al 2%. E’ un impegno politico assunto da tutti i partiti. Non resta quindi che osservare i risultati concreti e gli effetti sull’esercito rumeno.

L’inaugurazione del sistema antimissile di Deveselu porterà maggiore sicurezza ai paesi alleati?

Io penso di sì, anche se non bisogna esagerare il ruolo dello scudo di Deveselu. Lo scudo è strategicamente importante non tanto per quello che è, ma per quello che può diventare. Questo aspetto non può essere ignorato. Per ciò che riguarda lo scudo antimissile di Deveselu e la presenza delle truppe americane sul territorio della Romania porta più sicurezza su due prospettive: oggettiva (tramite la loro presenza sul territorio e l’effetto deterrente che producono), ma anche soggettiva, cioè a livello di sicurezza percepita da parte della popolazione. Certo che una simile presenza può trasformare a sua volta la Romania in un bersaglio, sia per la Russia che per i terroristi. Ma tra la presenza americana sul terreno e il rischio che la Romania divenga un bersaglio, i rumeni hanno scelto. Oggi non esiste nessun partito politico o una qualche figura politica di rilievo che manifesti o faccia dichiarazioni contro la presenza dello scudo a Deveselu o contro i soldati americani. E’ la continuazione di un trend costante in Romania, dove coloro che desideravano l’ingresso nella Nato erano, conformemente ai sondaggi, l’80%-90%. Dopo il 1989, mai nella storia della Romania è esistito un partito che facesse campagna contro l’integrazione nella Nato o nell’Ue. Per ora, in questa parte d’Europa, i timori e i sospetti storici nei confronti della Russia non sono ancora stati superati. Di certo la Russia non si sforza nemmeno un po’ affinché ciò accada…

L’elezione diretta del presidente della Repubblica Moldova porterà maggiore stabilità nel paese vicino?

Non necessariamente. Dal punto di vista geopolitico, può accadere che l’elezione diretta di un presidente filorusso (Igor Dodon) alle elezioni di ottobre 2016 porti alla riapertura del dossier transnistriano e alla sua soluzione in versione russa, ovvero una formula politico-amministrativa di federalizzazione (anche se si chiamerebbe “autonomia estesa”) attraverso la quale la regione transnistriana controllerebbe tutta la Repubblica Moldova dal punto di vista delle decisioni strategiche e di sicurezza. Se ciò dovesse accadere, ovvero se la Repubblica Moldova si “transnistrializza”, si produrrebbe una “stabilità” nella Repubblica Moldova, ma si tratterebbe di una stabilità da cimitero… i posti più stabili al mondo sono i cimiteri… Se un candidato dell’attuale Opposizione dovesse riuscire a vincere, seguirebbero due anni di confronto tra il presidente e l’attuale maggioranza, e ciò non condurrebbe alla stabilità. Inoltre, non dimentichiamo che la Repubblica Moldova è stata fino al 2001 una repubblica presidenziale, nella quale il presidente è stato eletto direttamente dal popolo, come nel caso dei primi due presidenti Mircea Snegur e Petru Licinschi. Il comunista Vladimir Voronin è stato eletto presidente dal parlamento nel 2001. Quindi, se la l’elezione del presidente in modo diretto porta stabilità, perché si è sentito il bisogno di cambiare il meccanismo elettivo nel 2001? In conclusione, credo che i problemi della Repubblica Moldova siano tanto gravi – socialmente, economicamente o politicamente – che il semplice cambio del meccanismo elettivo del presidente non può mutare radicalmente la situazione.

A che punto sono i negoziati tra la Repubblica Moldova e il Fondo Monetario Internazionale per la concessione di un nuovo finanziamento?

In questo momento la Repubblica Moldova finge di negoziare con il Fmi, ma di fatto non vuole stipulare nessun accordo fino alle elezioni presidenziali di ottobre. Un accordo con il Fondo obbligherebbe Chișinău a misure dure – specialmente nel settore bancario, ma non solo – che l’attuale governo non è disposto a implementare poiché sarebbero mal viste dalla popolazione e influenzerebbero i risultati delle elezioni di ottobre. Ciò che spera Chișinău è di ottenere da Bucarest la prima tranche (60 milioni di euro) del prestito di 150 milioni promesso. Chișinău ha bisogno di quei soldi per superare con successo i mesi di aprile e maggio. Il problema è che la prima tranche è condizionata ad un foglio programmatico (roadmap) che porti ad un accordo con il Fmi il più rapidamente possibile. La roadmap dovrebbe includere come pre-condizioni le misure richieste dal Fmi e un calendario per i negoziati che porti a convenire i termini tecnici (staff level agreement) di un accordo finanziario con il Fondo. Chișinău non ha nulla di tutto questo e non ha nemmeno intenzione ad ottenerlo. Qui sta il problema di fatto. Parlando rigorosamente, Bucarest non può proprio offrire quei soldi che Chișinău sollecita dal momento che non esiste un accordo finanziario con l’Fmi anche solo a livello personale.

Considera fattibile l’unione tra Romania e Repubblica Moldova attraverso un referendum?

L’unione tra Romania e Repubblica Moldova non può essere concepita al di fuori dei trattati internazionali e degli Accordi di Helsinki, i quali parlano esplicitamente del diritto all’autodeterminazione, ovvero alla volontà unanime delle parti per un simile gesto. Se i cittadini della Repubblica Moldova non desiderano unirsi alla Romania, nessuno li può obbligare. Mentre se desiderano farlo, nessuno lo può impedire. Non so se ci sarà o meno il referendum. Non c’è stato un referendum né nel 1812, né nel 1918, né nel 1940. Non c’è stato referendum nemmeno nel 1991, quando la Repubblica Moldova ha dichiarato la propria indipendenza, né in occasione della riunificazione tedesca del 3 ottobre 1991, e non penso che qualcuno possa contestare la legittimità dell’esistenza della Repubblica Moldova o della Germania federale in questo momento.

Cosa cerca la Russia in Ucraina?

Cosa vuole la Russia nel Donbass? Una sola cosa: il controllo sulle decisioni di sicurezza e politica estera di Kiev da parte del Donbass separatista. Implicitamente, da parte di Mosca. In qualsiasi modo la chiamiamo – “federalizzazione”, “autonomia estesa”, “decentramento” o non la denominiamo proprio – è semplice semantica o tattica politica. La Russia vuole il controllo dell’intero per mezzo delle parti, cioè tramite l’incorporazione delle regioni separatiste (tranne la Crimea che è intoccabile) in Ucraina con l’offerta di garanzie a quelle regioni reincorporate che l’Ucraina non si integrerà nello spazio di sicurezza euro-atlantico. Come si può ottenere questo? Come di solito “legalmente” dal punto di vista procedurale, cioè con i documenti in mano. Nel nostro caso con i famosi Accordi di Minsk II, che ai punti 4, 8, 11 e12 prevedono la soluzione “politica” del conflitto tramite la cessione di competenze specifiche alle regioni separatiste e ai punti 9 e 10 prevedono la soluzione “militare” e la ripresa del controllo della frontiera russo-ucraina del Donbass da parte del governo legittimo di Kiev. Lo stallo di oggi riguarda le priorità: Mosca sostiene che le regolamentazioni “politiche” debbano essere implementate per prime, mente per Kiev prima vengono quelle “militari”. Da questo dilemma non si può uscire se non con il supporto esterno. Mentre ciò che Mosca vuole concretamente ottenere dal suo ritiro dalla Siria è il sostegno occidentale europeo (da leggersi come pressioni su Kiev!), affinché la soluzione “politica” venga assunta come priorità anche da parte delle autorità ucraine. Se ottiene questo, Mosca otterrà il proprio obiettivo strategico in Ucraina.

Cosa cerca la Russia in Repubblica Moldova?

In prospettiva strategica, la Repubblica Moldova non è l’Ucraina. Qui non è discorso di dimensioni o delle molte discussioni per le quali senza l’Ucraina la Russia non può essere un impero proiettato a ovest. Il discorso è sul modo concreto attraverso il quale la frontiera euro-atlantica (da leggersi come Nato) possa essere bloccata alla frontiera di Ucraina e Repubblica Moldova. Se nel caso dell’Ucraina è sufficiente un miscuglio di crisi economica irrisolvibile e separatismo per azzerare nel medio termine le chance di integrazione euro-atlantica di Kiev, in Moldova le cose non stanno così: una Repubblica Moldova in crisi socio-economica profonda non allontana la frontiera euro-atlantica, così come accade in Ucraina, ma la avvicina! Esiste in teoria la possibilità che una crisi enorme oltre il fiume Prut porti con sé la disillusione della popolazione verso il progetto statuale chiamato Repubblica Moldova e un’inversione verso il progetto unionista (ciò che altrove ho chiamato unionismo delle menti, complementare all’unionismo dei cuori). Una simile possibilità non esiste in Ucraina, dove la profonda crisi socio-economica la terrà per un bel pezzo lontana dal progetto euro-atlantico. Da qui le difficoltà a risolvere la questione Repubblica Moldova. Una popolazione non slava, latina, rumenofona, la quale in condizioni di crisi prolungata potrebbe riscoprire inaspettatamente l’identità etnica rumena genitrice di progetti geopolitici. La Russia questo lo sa molto bene. Da qui il dilemma strategico: come ottenere garanzie in Repubblica Moldova che vadano oltre la “linea del Nistru” (Transnistria), la vera linea rossa della diplomazia russa? In un solo modo: la “federalizzazione” della Moldova, quindi della sua “transnistrializzazione”, riversando in campo costituzionale/elettorale circa il 10% di voti filorussi – i voti transnistriani – e conferendo uno statuto speciale alla regione separatista, la quale (insieme alla Gagauzia) controllerebbe de iure e de facto la politica estera e di sicurezza di Chișinău. Questa è l’unica garanzia per Mosca che, nel medio termine, l’integrazione euro-atlantica non sia possibile. Né per via “naturale”, poiché Chișinău non lo chiederebbe e Bruxelles non lo desidererebbe, né per la via breve, “tedesca” , della riunificazione con la Romania. Questo è il contesto strategico nel quale ci troviamo. Il ritiro della Russia dalla Siria e l’intero contesto strategico crea le premesse per delineare uno spazio tampone tra lo spazio euro-atlantico e la Federazione Russa sotto forma di organizzazioni territoriali interne all’Ucraina e alla Repubblica Moldova di tipo “federale” (anche se questa parola non verrebbe citata).

Qual è la sorte più probabile per la Transnistria? Quale la più desiderabile?

Praticamente esistono tre possibilità teoriche. Uno: il mantenimento dello status quo, ovvero una specie di blocco sia a livello bilaterale che nel formato 5+2. Si manterrebbe il balletto diplomatico e le dichiarazioni politiche, ma in fondo non si realizzerebbe nulla. Credo tuttavia che questa situazione abbia stancato il mondo intero e per la Russia è difficile da accettare, poiché presuppone il continuo finanziamento alla Transnistria e al momento non ha i soldi per affrontare tanti dossier (crisi economica interna, Donbass, Crimea, Transnistria). Per questo ho l’impressione che i grandi attori della regione stiano forzando per una “soluzione” al conflitto della Repubblica Moldova (Transnistria), ma anche dell’Ucraina (Donbass). Una soluzione per la Transnistria può essere la formula tipo “Porto Rico” – cioè uno statuto per la regione simile a quello che ha Porto Rico con gli Usa – fino ad una federalizzazione con la quale Tiraspol controllerebbe Chișinău nelle decisioni di sicurezza e di politica estera. La terza soluzione sarebbe la seguente: se Chișinău sente che in questa fase non può vincere nei negoziati, dovrebbe bloccare ogni contatto con Tiraspol e perseverare sul percorso occidentale senza alcun legame con la regione separatista. Chișinău lascerebbe Tiraspol in crisi e aspetterebbe che Tiraspol ritorni ai negoziati con pretese minori e senza sollecitare una formula federale con la quale la parte (Transnistria) controllerebbe l’intero (Repubblica Moldova). Una formula federale è ciò che desidera la Federazione Russa in questo momento. Per la Romania questa sarebbe una provocazione enorme per la sicurezza, poiché una Moldova+Transnistria significherebbe circa il 10% di voti filorussi in aggiunta, vale a dire un orientamento chiaro verso la Russia dell’intera Repubblica Moldova. Nel frattempo, se vi fosse un governo filorusso e una maggioranza sufficiente, Chișinău potrebbe votare per l’integrazione nell’Unione Doganale, o Euroasiatica, condotta da Mosca. Se fosse così, la Romania si risveglierebbe con la Russia prossima sul fiume Prut! E non solo la Romania, ma anche l’Ue e la Nato. Questa è la posta in gioco della federalizzazione/transnistrializzazione della Repubblica Moldova.

La Bessarabia può essere considerata come territorio culturalmente rumeno? Anche il Budjak?

Se definiamo la cultura in termini di lingua, di spiritualità, di patrimonio comune, sì. Su entrambe le rive del Prut si parla la lingua rumena, la religione è comune – cristianesimo ortodosso – e se vi recate al complesso monumentale Aleea Clasicilor in centro a Chișinău vedreste che i busti rappresentano scrittori classici rumeni che conosciamo tutti e che studiamo nei manuali sia in Romania che in Repubblica Moldova. Il caso del Budjak è più complicato: i processi di de-nazionalizzazione sono stati più accentuati, i rumeni/moldavi sono calati demograficamente e la lingua russa – non quella ucraina – è predominante. Ma in termini di lingua, anche nel Budjak si parla la lingua rumena, anche se alcuni – per ragioni geopolitiche – la chiamano ancora come ai tempi dell’Urss “lingua moldava”.

Come intende Bucarest affrontare la crisi dei migranti?

Non mi è chiaro come intende affrontare questa questione l’Unione Europea! Gli effetti degli accordi tra Turchia e Ue si vedono, anche se l’accordo non è nemmeno lontanamente l’ideale. L’Ue prova ora due varianti: il mantenimento degli accordi di Dublino e l’imposizione di quote obbligatorie o la rinuncia a Dublino e la raccolta centralizzata di tutte le richieste d’asilo da ridistribuire in seguito. Penso che entrambe siano quantomeno problematiche, essendo gli stati europei molto reticenti ad accettare quote obbligatorie. Bucarest ha accettato l’idea di quote volontarie, non di quote obbligatorie. Sono iniziati ad arrivare in Romania rifugiati, ma in quantità molto piccole, non tanto per mancanza di volontà da parte di Bucarest, ma per il fatto che non vogliono venire e rimanere in Romania: vogliono andare verso ovest. Non credo che nel breve termine la Romania possa divenire un obiettivo dei migranti, anche se le rotte migratorie attraverso l’Europa si modificheranno in base alle restrizioni, ovvero i muri, che alcuni stati europei hanno costruito o stanno costruendo (Ungheria, Macedonia, Austria…). La grande preoccupazione di Bucarest in questo momento è come lo sforzo finanziario dell’Ue nella lotta alle migrazioni influenzerà il budget dell’Unione Europea. Le risorse stanno per terminare, si pone il problema di prelevare i soldi dai fondi di coesione. Questo sarebbe un grave problema che genererebbe tensioni politiche interne all’Ue. Inoltre è chiaro a tutti che dopo il 2020 i fondi di coesione diminuiranno drammaticamente. Per uno stato come la Romania questa questione è preoccupante, poiché la Romania verrebbe colpita indirettamente dalla crisi dei rifugiati – attraverso le decisioni fiscali dell’Ue – anche senza confrontarsi direttamente con i clandestini. Il cambio delle politiche dell’Ue a seguito delle migrazioni colpirà la Romania e questo è un motivo di preoccupazione.

Le politiche estere del preasidente Klaus Iohannis sono maggiormente europeiste o atlantiste?

Per tradizione la Romania non ha mai desiderato fare una netta distinzione tra Europa e America. La politica di Bucarest si è adattata fin dall’inizio su ciò che il presidente americano Bush disse a un dato momento: l’Europa ha due istituzioni fondamentali, l’Ue e la Nato. L’integrazione della Romania nella Nato è stata vista come un passo in prospettiva dell’adesione all’Ue e questa prospettiva si è conservata anche dopo la stipula del Partenariato Strategico con gli Usa, al quale Bucarest tiene molto. Oggi il governo tecnico di Bucarest è condotto da un ex commissario europeo e tra i membri dell’esecutivo ve ne sono molti venuti direttamente da Bruxelles dove occupavano diverse posizioni amministrative. Questo ha rafforzato le speculazioni per le quali la Romania si è orientata verso l’europeismo a danno dell’atlantismo. Non sono sicuro che le cose siano arrivate a questo punto. Il presidente Klaus Iohannis parla esplicitamente nei suoi messaggi strategici – anche alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – di “partenariato strategico con gli Usa e appartenenza all’Ue e alla Nato” come pilastri principali della politica estera e di sicurezza della Romania. Non penso che Bucarest rinuncerà molto presto a questo tipo di messaggio, anche se sarà interessante seguire da qui in poi come si manifesterà nel sistema questa tensione strategica. Penso tuttavia che la Russia sia troppo vicina alla Romania e troppo minacciosa – non solo fisicamente, bensì anche nella percezione pubblica – perché la dimensione atlantista della politica rumena possa mai scomparire. Duecento anni di storia, di sfiducia e di relazioni rotte con la Russia non si possono cancellare così facilmente. Il solo garante della sicurezza nella nostra regione resta la Nato e, implicitamente, gli Usa.