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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoDalla Crimea a Londra. Droni, missili e difesa europea

Dalla Crimea a Londra. Droni, missili e difesa europea

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Il bombardamento della base navale russa di Sebastopoli, effettuato dall’Ucraina con missili Storm Shadow di fabbricazione britannica, ha ottenuto risultati importanti.

Colpire il bacino di carenaggio del porto e danneggiare gravemente il sottomarino classe Kilo migliorata “Rostov sul Don” e la nave da sbarco classe Ropucha “Minsk”, significa aver assestato un duro colpo al dispositivo navale russo nel Mar Nero.

La Russia dispone, infatti, solo di un’altra struttura per la manutenzione delle navi militari nel Mar Nero, quella di Novorossisk, che diventa ora di fondamentale importanza proteggere da eventuali attacchi ucraini. In particolare, l’utilizzo da parte ucraina di tattiche di guerra navale non convenzionale (praticamente obbligatorie data la disarticolazione della Marina ucraina quale forza convenzionale nei primi giorni della guerra), con ampio utilizzo di droni e barchini esplosivi, rende vulnerabile ogni struttura russa, anche posta lontano dalle acque del fronte. 

Avendo, inoltre, la Turchia attivato la convenzione di Montreux allo scoppio del conflitto russo-ucraino, il passaggio in entrata ed in uscita dal Mar Nero del naviglio militare dei Paesi belligeranti è interdetto, costringendo i russi a combattere in uno spazio “chiuso” con risorse limitate sia a livello di mezzi ed armi che di infrastrutture. L’Ucraina non è stata, invece, danneggiata dall’attivazione di Montreux, in quanto l’estensione della zona operativa della propria Marina non andava oltre il Mar Nero già prima della guerra ed era, dunque, preparata ad un tipo di conflitto con determinati limiti spaziali. 

L’azione delle forze ucraine in Crimea non ha avuto solo effetti diretti sul campo, ma anche nel dibattito occidentale sull’evoluzione della guerra e, di conseguenza, di armi ed equipaggiamenti.

L’ammiraglio Tony Radakin, capo di Stato Maggiore delle Forze armate britanniche, ha dichiarato che Londra dovrebbe puntare alla costituzione di squadre di piloti di droni suicidi, seguendo l’esempio di quanto fatto da Kyiv.

Questo perché, grazie all’utilizzo di droni, aerei e navali, l’Ucraina è riuscita a controbilanciare le capacità convenzionali nei cieli ed in mare della Russia e per colpire le sue infrastrutture e la logistica, dal Ponte di Kerch al cantiere navale di Sebastopoli, senza dimenticare tanti dei depositi di munizioni sparsi nelle retrovie della Linea Surovikin. 

Secondo i dati più aggiornati del Royal United Service Institute di Londra, gli ucraini perdono nelle operazioni militari circa 10.000 droni al giorno. Cifre impressionanti, tipiche di una guerra industriale, ma che possono essere sostenute grazie al fiorente sistema produttivo di droni che Kyiv ha messo in piedi nel corso del conflitto.

Sir Radakin, facendo autocritica quale alto ufficiale e, quindi, parte dei circoli decisionali della politica di difesa britannica, ha spiegato che nel documento strategico dello Stato Maggiore di costruzione di squadre specializzate di UAV non si è minimamente parlato, a conferma del fatto che in Occidente – anche in un Paese con lunghe tradizioni militari ed una politica estera che ambisce ad essere “post-imperiale” come il Regno Unito – esiste una sorta di “vulnus” concettuale sulla questione.

L’Ucraina in guerra è meno vulnerabile ad attacchi russi condotti con missili e droni di quanto non lo possa essere un qualunque Paese europeo con le scarne difese antiaeree a disposizione.

È evidente che sul tema sia necessario riflettere e, soprattutto, agire. Perché non si può negare che i Paesi europei (l’Italia non è, purtroppo, da meno) abbiano trascurato le proprie difese, confondendo l’idea di “ombrello Nato” con la protezione unilaterale offerta dal dispositivo militare degli Usa. 

Le dichiarazioni dell’ammiraglio Radakin, significativamente rilasciate durante una conferenza intitolata “Davide contro Golia”, dedicata alla guerra russo-ucraina, volta ad analizzare le capacità “non convenzionali” di resistenza di una potenza militarmente inferiore rispetto all’altra, sono solo l’ultimo capitolo di un dibattito aperto in Occidente sull’ammodernamento di armi e dottrine strategiche.

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