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Dal Mar Nero al Mediterraneo: la guerra in Ucraina e la penetrazione russa nel Mare Nostrum

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Il parziale riposizionamento americano in Medio Oriente e nel Mediterraneo ha permesso ad attori internazionali di ampliare e consolidare il proprio raggio d’azione nell’area, come nel caso della Russia. La volontà strategica di Mosca di accedere ai mari caldi non è un elemento di novità nel contesto geopolitico regionale, ma quel che merita attenzione è la doppia natura con cui Mosca persegue tale scopo. Da un lato, c’è la presenza militare come strumento di penetrazione nei Paesi dell’area; dall’altro la cooperazione economica ed energetica con gli Stati del bacino. 

La penisola-ponte tra la Russia, l’Ucraina e i mari caldi

Per comprendere la strategia russa nel Mediterraneo, è opportuno prendere in esame anche le dinamiche in corso nel Mar Nero. La Crimea ha da secoli un ruolo centrale nella proiezione di potere di Mosca. In seguito all’annessione della penisola nel 2014, una delle prime azioni dell’attuale presidente Vladimir Putin fu di ordinare la realizzazione di un ponte che collegasse la Crimea con la Russia. I lavori di costruzione, cominciati nel 2016, durarono solo due anni, a riprova dell’importanza strategica della penisola per Mosca. Oltre alla forte dimensione storico-simbolica, che rappresenta il legame tra russi e ucraini, il ponte ha un forte valore logistico-militare. Nella fase di preparazione all’invasione dell’Ucraina, il ponte di Kerč’ era l’unica infrastruttura attraverso cui la Russia riforniva i suoi hub logistici e le sue basi militari in Crimea di armi, munizioni, attrezzature, personale e medicinali. Oggi, l’occupazione russa delle regioni ucraine meridionali di Cherson e Zaporižžja è in gran parte sostenuta dalle forze e dai rifornimenti trasportati attraverso il ponte

Nell’ottobre del 2023 però, la presenza russa nell’area del Mar Nero ha subito un duro colpo. A seguito di numerosi attacchi ucraini con missili e droni marittimi ai danni della base navale russa di Sebastopoli, il più clamoroso dei quali è stato lo spettacolare affondamento della Moskva (nave ammiraglia della flotta russa del Mar Nero), buona parte della flotta russa si è spostata a Novorossiysk. Gli effetti del riposizionamento sul piano militare sono limitati, se si considera il raggio d’azione degli assetti navali russi, sufficientemente esteso da minacciare comunque gli ucraini che, dallo scorso settembre, vedono la loro controffensiva terrestre arrestarsi. La mossa del Cremlino comporta un maggiore sforzo logistico e riconosce le capacità offensive ucraine. Finora, si stima che la flotta di Mosca del Mar Nero abbia perso circa il 20% della forza totale. Inoltre, il transito di mezzi nell’area è limitato dall’attenta osservazione della Convenzione di Montreux da parte della Turchia: l’accordo del 1936 prevede, infatti, che Ankara impedisca il passaggio di navi da guerra di Stati belligeranti attraverso gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo

Come detto, l’interesse di accesso al bacino del Mediterraneo non costituisce un elemento di novità; il progetto di ricostituzione dell’Impero russo emerse, infatti, già nel 2007 con il provocatorio discorso tenuto da Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Allora, il presidente russo sottolineava i pericoli derivanti da un mondo unipolare costruito dagli Stati Uniti, “in cui c’è un solo padrone, un solo sovrano”. Per portare a compimento l’ambizioso progetto politico è quindi necessario prendere in esame la strategia marittima di Mosca, che si estende dal Levante al Nord Africa. La sicurezza russa, nell’idea strategica del Cremlino, dipende dalla presenza delle forze armate su un arco che segue gli stretti mediterranei: Bab-el Mandeb, Suez e i Dardanelli, oppure Gibilterra fino a Mers-el-Kebir. L’obiettivo di Mosca è quello di dividere il fronte occidentale dal mare, completando una manovra di accerchiamento degli alleati europei di Washington che si estende da est a sud e che presuppone una presenza militare in Siria e in Libia.

Sebbene Mosca non sembri intenzionata ad abbandonare la Siria, la capacità di influenza nel Paese è sempre più esigua; questo, a causa della riduzione dell’impegno sia in termini militari che finanziari. La decisione risponde alla necessità di non sottrarre uomini e risorse al fronte ucraino. Di conseguenza, la Russia ha una presenza contenuta nel Paese, limitandosi da un lato a mantenere l’accesso al Mar Mediterraneo dalle basi di Tartus e Latakia, dall’altro a bilanciare la presenza americana nel quadrante. 

L’orso nel Mediterraneo

Il Mediterraneo rappresenta un’area di interesse per la Russia anche da un punto di vista energetico: l’economia della Federazione, com’è noto, si basa sull’export di idrocarburi e sull’industria militare e questo spiega la sua partecipazione nell’esplorazione e nello sfruttamento dei giacimenti nei Paesi dell’area. A tal proposito, nel maggio 2023, la National Oil Corporation libica e la società energetica russa Tatneft, in base a un accordo firmato nel 2005, hanno scoperto un nuovo giacimento nell’Area 82 del Blocco 4, situato nel bacino di Ghadames a sud della capitale libica Tripoli. Le forze russe sono, inoltre, presenti nelle basi aeree di Ghardabiyah, Al-Khadim, Brak al-Shati e Al Jufra, nei terminali petroliferi di Ras Lanuf, Brega ed Es Sidr e nell’area dei giacimenti di El Feel ed El Sharara. La Libia ha riserve accertate di petrolio, pari a 48 miliardi di barili, e di gas naturale, pari 53 trilioni di piedi cubi. Nel solo 2020, il Paese ha esportato in Europa circa il 63% della produzione di idrocarburi. Controllando alcuni degli impianti libici più importanti, Mosca è stata in grado di esercitare pressioni sull’Europa durante la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina. 

Proprio l’esistenza di ingenti risorse energetiche nella parte orientale del Paese ha motivato una presenza stabile del gruppo Wagner (oggi Africa Corps) in Libia. Dalla battaglia di Tripoli del 2020, Mosca ha incrementato in maniera non trascurabile il controllo di infrastrutture strategiche e l’assistenza alle milizie del maresciallo Khalifa Haftar. Con la morte di Yevgeny Prigozhin nell’agosto 2023, la Russia ha consolidato la propria presenza nel Paese – un contingente tra le 800 e le 1000 unità – ponendo le operazioni dell’ex Wagner sotto la Direzione generale per le informazioni militari delle forze armate. Il peso strategico dell’area è evidente anche dalle diverse visite che il viceministro della difesa russo, Yunus Bek Yevkurov, ha effettuato a Bengasi negli ultimi mesi. Dagli incontri con Haftar emerge la volontà russa di stabilire una base navale in Cirenaica per accrescere la propria proiezione nel continente africano. La Libia orientale funge, infatti, da hub logistico per i rifornimenti di mezzi, uomini e risorse verso i Paesi del Sahel con una presenza russa, ovvero Mali, Repubblica Centrafricana e Sudan. 

Giova, inoltre, ricordare che se la presenza militare russa in Libia e in Siria sembra destinata a persistere, anche la cooperazione economico-commerciale con diversi Paesi del quadrante denota una penetrazione non caratterizzata esclusivamente dallo hard power. Un caso indicativo è rappresentato dall’Egitto, con cui Mosca ha elevato i rapporti a partnership strategica nel 2018. La cooperazione in ambito militare tra i due Paesi è un elemento appurato, con Mosca che negli ultimi anni ha incrementato il suo export di armamenti verso Il Cairo, facendone il terzo Paese per volumi di vendite dopo l’India e la Cina. Tuttavia, dallo scoppio della guerra in Ucraina, si registrano alcune variazioni nei trend delle forniture di armi provenienti da Mosca. Nel biennio 2021-2022 L’Egitto non ha ricevuto sistemi di difesa russi. In più, Mosca si è trovata costretta a chiedere di rientrare in possesso di strumentazioni cedute al Cairo negli anni passati; in particolare, la richiesta russa  ha riguardato 150 motori di elicotteri, che sono stati inviati  al Cremlino a partire dallo scorso dicembre. Anche l’Algeria, storico cliente dell’industria militare russa, conta in misura sempre maggiore sulle forniture di partner alternativi, come la Cina. 

Se Mosca non riesce a fornire gli armamenti ai partner commerciali come negli anni passati, rafforzare la cooperazione sul piano securitario ed economico con questi Paesi sembra l’alternativa più efficace. La visita di Nikolai Patrushev, segretario del consiglio di sicurezza russo, in Egitto del mese di settembre va in questa direzione. In quell’occasione, sono state confermate le buone relazioni tra i due Paesi, e la parte russa ha aggiornato Il Cairo sugli sviluppi della guerra in Ucraina, rassicurando il Paese (uno dei maggiori importatori di cereali al mondo) sulle forniture di grano da parte degli Stati belligeranti. 

Un discorso simile può essere fatto, ancora, per Algeri, partner russo già nell’era sovietica. Sebbene il Paese nordafricano, nel periodo 2018-2022, abbia importato il 73% degli armamenti da Mosca, la guerra in Ucraina sembra aver parzialmente ridotto le forniture militari da parte di Mosca. I rapporti tra i due Paesi vanno però oltre l’ambito della difesa: tra i maggiori importatori di grano russo e ucraino, l’Algeria ha rafforzato le relazioni commerciali con il Cremlino. Nel giugno 2023, durante una visita di Tebboune in Russia, Putin ha dichiarato che la visione strategica dei due Paesi è identica o simile nella maggior parte dei casi. Sembra possibile affermare che, dal 2022, i rapporti bilaterali abbiano quindi compiuto un salto di qualità, estendendosi a diverse sfere commerciali. 

Conclusione

Con le elezioni russe di marzo, che hanno visto la prevedibile riconferma di Putin, con ogni probabilità continuerà l’attuale strategia di Mosca nel Mar Nero e nel Mediterraneo. Proprio la presenza russa nei Paesi del Mare Nostrum sembrerebbe appartenere a una visione geopolitica di lungo corso del Cremlino. L’accordo tra la Russia e il Sudan del 2019 per la creazione di una base navale sulle coste sudanesi va in questa direzione; sebbene Khartoum si trovi ad affrontare una guerra civile e non possa, al momento, raggiungere l’intesa, Mosca conferma l’intenzione di mantenere un’influenza nel Mediterraneo Allargato. In questo delicato contesto internazionale, risuonano le parole dell’ex Segretario Generale della NATO, Paul-Henri Spaak che, durante la guerra fredda affermava: “Is it sufficient, at the present time, to construct a solid military barrier along the Elbe, on the eastern frontier of the free world, if the free world is to be outflanked politically, militarily and economically in the Middle East and Africa?”.

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