Dal Kurdistan iracheno al Rojava, concretizzazioni di un sogno. Ora infranto?

Manbij, Tell Abyad, Ras’al Ayn, Kobane sono le principali cittadine del Rojava, quale ulteriore tentativo di costruzione di uno Stato Curdo. In queste cittadine, l’amministrazione americana aveva allocato ben 2000 uomini impegnati, dal 2015, nella lotta allo Stato Islamico. Oggi, costituiscono soltanto i primi obiettivi colpiti da Ankara in una, più o meno, preannunciata guerra dagli esiti imprevedibili. Insomma, cittadine che dalla notte dell’otto ottobre, vivono momenti di terrore, nella quasi totale assenza di sostegno militare e sanitario da parte dell’intera comunità internazionale. E destinate a divenire vestigia di un sogno infranto.

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Dopo la spartizione dell’antico Kurdistan operata dal trattato di SykesPicot, i curdi si sono trovati ad essere un popolo senza territorio, diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Senza un territorio ma con una forte identità capace di sopravvivere ogni oltre avversità nella speranza che il sogno di un nuovo Kurdistan potesse un giorno concretizzarsi. L’alba di quel giorno di speranza  si è ravvivata in occasione della nota risoluzione ONU 688 dell’aprile 1991.

L’intervento ONU a difesa delle minoranze curde, soffocate dalle armi chimiche e batteriologiche di Saddam Hussein, infatti, ha condotto in un primo momento alla creazione di una no fly zone e successivamente alla costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG), una regione lasciata sotto la guida della stessa popolazione curda il cui territorio coincideva grosso modo con la zona orientale dell’Antico Kurdistan. Una scelta avvalorata dall’ intera comunità internazionale interessata, per la prima volta, al destino del popolo curdo tanto da autorizzare un intervento militare in uno Stato sovrano.

La KRG, con capitale Erbil, grazie alle sue immense risorse petrolifere si insediò efficacemente e garantì stabilità governativa a tutti gli investitori stranieri. In questo modo, guadagnò crescente autonomia rispetto al governo centrale, sino a vedersi attribuire formalmente nella Costituzione Irachena del 2005 lo Statuto di Regione Semiautonoma. Ma la realtà era destinata a cambiare con l’affermazione dello Stato Islamico.

Dai’sh dopo aver occupato buona parte dell’Iraq occidentale e della Siria orientale, è riuscito ad espandersi nelle città di Mosul, Tikrit e Erbil, spinto dalla sete di idrocarburi. Da quel momento il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi è riuscito a proclamare il califfato dello Stato Islamico di Iraq e Siria, inglobando il Kurdistan Iracheno e ponendo fine al sogno curdo. Ma in uno scacchiere geopolitico caratterizzato da alleanze altalenanti e ricorsi ad armi di distruzione di massa, solo l’assiduo impegno delle milizie curde, irachene e siriane, con l’alleato statunitense ha costretto lo Stato Islamico a perdere terreno.

Sul fronte iracheno, le truppe curde dei Peshmerga sono intervenute a sostegno delle deboli forze armate centrali, riconquistando attraverso una guerra quartiere per quartiere le città di Tikrit, Ramadi e Falluja, sino alla roccaforte jihadista di Mosul, considerata la “capitale” del Califfato in Iraq. I meriti di battaglia si sono quindi tradotti in riconoscimento politici: la programmazione di un referendum consultivo sulla indipendenza del Kurdistan iracheno da Bagdad. Così, il 25 settembre 2017 la popolazione curda ha potuto manifestare un ampio consenso (pari al 92,7%) per l’indipendenza del Kurdistan dall’Iraq.

Ma la realizzazione del progetto di definitiva indipendenza è stata ostacolata da molti (Iraq, Turchia, Stati Uniti e Iran) e sostenuto da pochi (tra questi il vicino Israele), nonostante lo sviluppo di istituzioni molto più liberali di quelli esistenti nei Paesi vicini. La autorevolezza acquisita ha permesso, paradossalmente, l’instaurazione di proficui rapporti economici persino con il sultanato turco. Sul fronte siriano, nel frattempo, le Forze democratiche della Siria (SDF), una alleanza in cui sono confluiti le frange moderate di opposizione a Bashar al-Assad e le Unità di protezione popolare curde, sono riuscite a strappare allo Stato islamico l’intero territorio orientale della Siria, culminando nell’operazione per la riconquista di Raqqa, roccaforte e capitale siriana del Califfato. Anche in questo caso i meriti di guerra non sono passati inosservati nelle stanze del potere, tanto da trasformarsi in una attribuzione di cittadinanza siriana ai curdi. Un diritto di cittadinanza sino a quel momento negato.

L’instabilità politica durata per ben sei anni e una tacita non belligeranza da parte del governo centrale di Damasco, così, ha permesso l’affermazione di un governo de facto, nella zona del Rojava. Ovvero della parte nord-occidentale della Siria, con popolazione a maggioranza curda, sostanzialmente coincidente con la porzione occidentale dell’antico Kurdistan. Non a caso, il  termine “Rojava” nella lingua curda indica l’Occidente. Il Rojava rappresenta un ulteriore tentativo di governo federale e democratico a guida esclusivamente curda. La guida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriana del più noto PKK, ha tentato, infatti, di legittimare il governo della regione con l’adozione di una sorta di Legge Costituzionale, c.d. Carta del Contratto Sociale, volta ad affermare l’avvenuta indipendenza e a disciplinare la sua organizzazione, di tipo federale, con entità locali munite di assemblee democraticamente elette. Una scelta nettamente in contrasto con la tradizione politica mediorientale soprattutto a fronte dell’auspicato coinvolgimento dei cittadini nelle principali decisioni di governo, nel richiamo esplicito ai valori laici, alla uguaglianza tra uomini e donne, alla protezione dell’ambiente. Un sogno che finalmente si realizza. Un sogno di breve durata destinato ad infrangersi contr le mai sopite le mire imperialistiche di Ankara.

L’annuncio, da parte del presidente Trump, del ritiro delle truppe stanziate proprio nel Rojava ha costituto  ottimo pretesto per Ankara per completare il, già più volte ribadito, piano di messa in sicurezza del  confine turco anche nelle aree a est dell’Eufrate. Un progetto attuato in tre tempi: in primis con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” nel 2016, con quella successiva “Ramo d’Ulivo” nel 2018 e con la presente denominata “Fronte di pace“. Messa in sicurezza del confine per il presidente Erdoğan ha due precisi significati: da un lato, impedire, date le attuali condizioni geopolitiche favorevoli, la riunificazione delle zone dell’Antico Kurdistan; dall’altro, riappropriarsi della enclave ottomana di Siria, persa dopo il primo conflitto mondiale. Ostacolando una possibile riunificazione, tenta di mantenere un controllo sulla zona curda della Turchia, suscettibile di secessione a fronte del richiamo nazionalista d’oltreconfine. Al contempo, mira ad allontanare il più possibile le popolazioni curdo-siriane dal proprio confine acquisendo un controllo più o meno diretto sulla porta del MedioOriente, ovvero Kobane. Una vera e propria operazione di sventramento del territorio curdo, pubblicamente rivendicata da Ankara in chiave antiterroristica per sfruttare astutamente l’ombrello protettivo della Alleanza Atlantica di cui è parte. La membership Nato serve a Erdoğan per rendere ancora più complicato il quadro geopolitico e creare una fase di stallo interno alla comunità internazionale che gli consenta di agire per più tempo indisturbato.

Ne deriva che la soluzione non può che essere il risveglio di un sentimento umanitario da parte di tutti i protagonisti della global society al pari di quanto accaduto nel 1991 con la risoluzione 688. In questo modo si potrebbe garantire una effettiva tutela della popolazione curda, sul piano umanitario, e il riconoscimento ad essa di un territorio ovvero l’attuazione del diritto alla esistenza e alla conservazione di ogni comunità etnica giuridicamente riconosciuto dal diritto internazionale, indipendentemente dalla sua dimensione (in questo caso, pari a 40 mln di persone).  E sarebbe auspicabile, in questo processo, il protagonismo diretto dell’UE il cui silenzio non può che leggersi come la negazione dei suoi fondanti principi di libertà e tutela dei diritti umani.

 

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