Da Palmira a Raqqa, gli effetti del cessate il fuoco

Al termine di  un’operazione durata una ventina di giorni le truppe governative siriane, sostenute pesantemente dall’aeronautica russa e dagli alleati libanesi e iraniani, hanno completato la conquista della città di Palmira. La “Regina del deserto” era stata sottratta in maniera piuttosto repentina al controllo del regime di Assad da parte dello  Stato islamico nel mese di maggio dell’anno scorso.

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L’esercito siriano, allora nel pieno di una crisi militare apparentemente inarrestabile, non difese la città preferendo ritirarsi verso occidente per meglio difendere la vitale arteria  di comunicazione Damasco/ Homs.  Gia’ nei mesi scorsi furono approntate  almeno un paio di offensive che si spensero, però ,  ben prima di toccare i sobborghi della città, a causa di un insufficiente supporto aereo e di un numero di truppe impiegate sul terreno del tutto inadeguato alle esigenze.

La riconquista di Palmira avvenuta in questi giorni  è nata invece  in tutt’altro contesto. Nonostante l’annuncio di un parziale disimpegno dal teatro siriano, la Russia ha compiuto  40 raid aerei distruggendo le postazioni dell’ISIS sia nei dintorni che all’interno del centro abitato, intercettando, oltretutto, i  rinforzi provenienti da Deir Ez Zor.  Al poderoso sostegno aereo russo (affiancato da quello dell’aeronautica siriana ), va sommato il massiccio dispiegamento terrestre  che, secondo stime diverse, sarebbe ammontato a più di cinquemila uomini complessivi fatti convergere da diversi settori del teatro siriano.

Proprio un’attenta analisi dei reparti terrestri impiegati a Palmira può fornirci un’idea di come la tregua operativa dal 27 febbraio stia rappresentando per Assad  un’occasione unica per regolare i conti con lo Stato islamico che, come noto, e’ rimasto escluso dall’accordo di cessate il fuoco, unitamente al gruppo qaedista della Jabath al Nusra.

L’esercito siriano ha impiegato sul terreno alcune unità già presenti nell’area, come la 67ª  brigata e la 18ª divisione corazzata, affiancate da reparti della milizia territoriale (NDF), da miliziani dell’Hizbullah libanese e da diverse unità sciite provenienti dall’Iraq. Non vi è dubbio, tuttavia, che il maggior contributo alla riconquista della città  sia venuto da reparti d’élite fatti convergere a Palmira  da altri settori del fronte siriano, come l’onnipresente “Forza Tigre” comandata da Suheil Al Hassan, e da altre unità  speciali come i Marines siriani ( Fawj Al-Mughawayr Al-Bahr) e i “Falchi del deserto” ( Suqour Al-Sahra ) provenienti, queste ultime due, dal settore settentrionale di Lattakia, che ad oggi risulta essere relativamente calmo.

Fino a poco tempo fa diversi analisti occidentali, e in particolare statunitensi, puntavano il dito sullo scarso impegno russo contro lo Stato islamico. Tali osservazioni erano sostenute dalla constatazione di come la maggior parte dei raid aerei del Cremlino avesse  interessato gruppi  ribelli, anche sostenuti dagli USA, piuttosto che lo Stato islamico. Il cessate il fuoco  e la conseguente riconquista di Palmira consentono di affermare che la minaccia esistenziale per il regime proveniva proprio dalle formazioni operanti nel nord del paese: una volta rintuzzato quel pericolo nei settori  di Aleppo e  Lattakia e una volta sopraggiunta una tregua che sta consentendo di spostare senza rischi eccessivi unità ben equipaggiate da un fronte all’altro, il regime e i russi stanno iniziando ad aggredire attivamente lo Stato islamico.

Le conseguenze della riconquista di Palmira potrebbero, se ben gestite nel prossimo futuro, portare vantaggi non indifferenti al regime. In un discorso pronunciato il giorno della totale riconquista della città, l’alto comando delle forze armate siriane ha chiaramente individuato  le prossime direttive di marcia dell’esercito nei confronti dell’ISIS. L’obiettivo sarà  la riconquista di Deir Ez Zor e di Raqqa, la capitale dello Stato islamico. Se quest’ultima impresa sembra essere ancora prematura,  almeno fino a quando non saranno ripulite le vaste zone desertiche ad oriente di Homs, la riconquista di Deir Ez Zor potrebbe  essere più facilmente realizzabile sia per motivi di prossimità territoriale che a causa dall’ormai  impellente necessità di rompere l’assedio subito dai  reparti della Guardia repubblicana in alcuni sobborghi della città. L’eventuale caduta di Deir Ez Zor, infine, spezzerebbe la continuità territoriale dello Stato islamico, con conseguenze facilmente immaginabili per l’esistenza stessa del Califfato di Al Baghdadi in terra di Siria.

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