0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheMedio Oriente e Nord AfricaDa Ataturk a Erdogan. La geopolitica turca all'alba del...

Da Ataturk a Erdogan. La geopolitica turca all’alba del nuovo multipolarismo

-

Dopo lo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia, con le sue conseguenze politico-strategiche come la nuova polarizzazione degli schieramenti internazionali e la crisi del grano, la Turchia è tornata al centro degli interessi degli osservatori per la sua particolare postura “creativa” di Paese Nato a vocazione imperiale e sensibile alle istanze dei blocchi rivali.

Il Türk Dünyası, il “mondo turco”, è percepito come un concetto in espansione, strumento politico nelle mani di Ankara per ricostruire la sua sfera d’influenza non solo nei vecchi territori dell’Impero ottomano ma, più in generale, tra tutti i “turchi etnici” fino al confine con la Cina.

Organizzazioni quali il TURKSOY (Organizzazione Internazionale per la Cultura Turca), la TURKPA (Assemblea parlamentare degli Stati turchi) e l’OST (Organizzazione degli Stati turchi), che rispettivamente nel 1993, nel 2008 e nel 2009 hanno segnato i punti d’inizio della cooperazione culturale e politica tra Paesi della “turchicità”, e sotto il profilo propriamente politico-militare gli interventi in Siria e Libia e la partecipazione allo “scramble” nel Corno d’Africa ed alla guerra in Nagorno Karabakh tra Armenia ed Azerbaijan, hanno segnato il ritorno della Turchia tra le potenze (con ambizioni) mondiali.

Per quante perplessità Limes generi nel mondo dell’accademia italiana, con l’ultimo numero “Il Gran Turco”, ha centrato un punto. Lucio Caracciolo ha scritto che i turchi si offrono quale riferimento panturanico, rispolverando, nei fatti, il progetto geopolitico di Ismail Enver Pasha, muovendosi su una prospettiva storica che li spinge alla ricostruzione di uno spazio imperiale perduto con la prima guerra mondiale.

La compresenza – a tratti “ostile” – delle teorie e linee strategiche della Mavi Vatan, centrata sul navalismo mediterraneo, e del “neo-ottomanesimo/panturanismo”, orientato su prospettive asiatico-terrestri, non impedisce alla Turchia di avere una visione chiara della propria politica estera, anzi, ne amplia gli obiettivi.

Così i turchi possono trovarsi a proprio agio a Baku, trasformata nel fulcro dei progetti panturanici, come ha ben scritto Valentina Chabert su Domino, o in Kazakistan, quanto a Tripoli, dove cercano di ricostruire la propria influenza in quello che fu non solo un vilayet ottomano ma anche un contrafforte difensivo strategico dell’Anatolia.

Il panturchismo, ideologia nazionalista teorizzata negli anni ’80 del secolo XIX dai popoli di lingua turca che vivevano nella Russia zarista, e poi sviluppata nell’Impero ottomano, resta la matrice ideologica della politica estera di Ankara pur senza mai essere riconosciuto come ideologia ufficiale dello Stato. Scomparsi gli imperi russo ed ottomano, il panturchismo è tornato d’attualità quale leva culturale e poi politica con la quale attrarre nella propria orbita le ex repubbliche sovietiche “turche”. Il neo-ottomanismo è, al contrario, un movimento politico-religioso e non etno-linguistico che, però, ha sfruttato, divenendone sincretico, il panturchismo ove ha potuto. 

Le dinamiche della politica estera turca personificate da Erdogan sono figlie delle due epopee di Mustafa Kemal e di Enver Pasha, il primo intento a difendere la Turchia (e quindi a garantirle un futuro neo-imperiale) dall’attacco del rivale sistemico greco e delle altre potenze dell’Intesa (tranne l’Italia), il secondo morto nel tentativo di salvaguardare gli scampoli dell’Impero ottomano nel Caucaso, come raccontato anche nella fascinosa storia prattiana de “La casa dorata di Samarcanda”.

Il superamento della teoria della Stratejik Derinlik (profondità strategica) impostata da Hamet Davutoğlu, è stato figlio della volontà di Erdogan di cogliere ogni opportunità derivante dalla manifestazione di crisi politico-militari regionali, ricercando il massimo profitto per l’interesse nazionale mentre la forma originaria della “Profondità strategica” si basava sul mantenimento ad ogni costo di determinati equilibri e nella ricerca della soluzione a lungo termine.

Quella della “Profondità strategica” era una diplomazia dell’attesa, quella erdoganiana, di natura “neo-ottomana” o “kemalista-revisionista”, è, invece, la diplomazia che punta al binomio cannoniere-trivelle dal Mediterraneo al Mar Rosso, complementare a quella dei cannoni-giacimenti petroliferi nel Caucaso ed in Asia minore, ma anche a quella della nuova Türkleşme politico-economica nei Balcani.

L’assertività in politica estera non può comunque nascondere i problemi economici di Ankara. Anzi, non è escluso che le difficoltà economiche spingano la Turchia a muoversi con aggressività – e, difficile negarlo, con intelligenza – all’estero, oltre alla sua naturale vocazione imperiale, sempre uguale a se stessa a prescindere dagli strumenti politico-ideologico-strategici utilizzati per perseguirla.

Articoli Correlati

Dimensione subacquea: importanza e vulnerabilità dei cavi sottomarini

La dimensione subacquea rappresenta un ambiente geopolitico di estrema importanza anche se ad oggi rimane in gran parte inesplorato....

Il ruolo della Corte Penale Internazionale nella crisi di Gaza

I fondamenti giuridici della richiesta dei mandati di arresto del Procuratore della Corte penale internazionale L’iniziativa davanti alla Corte penale...

Revolution in Tehran happens only from within. How do the balances change after Raisi?

At 11 a.m. Italian time – 12:30 Persian time – Kayhan, the newspaper that is closest to the Supreme...

President Raisi accident: impressions from the Iranian press and an overview

The President of the Islamic Republic of Iran, Ebrahim Raisi is dead, together with Foreign Minister Hussein Amir-Abdollahian following...