Cuba tra ieri e oggi: cosa sta cambiando

È del 7 settembre 2016 la notizia dei primi voli dell’American Airlines verso due città cubane, Cienfuegos e Holguìn, in partenza da Miami. Una data sicuramente importante, non solo perchè Miami è zona ad altissima concentrazione di emigrati cubani, ma anche perchè questa ondata di concessioni da parte del Dipartimento dei Trasporti statunitense, approvate poi dal governo cubano, è un’assoluta novità nei rapporti in via di scongelamento tra Cuba e Stati Uniti.

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Già il 31 Agosto un’altra compagnia, JetBlue Airways, aveva effettuato il suo primo volo con destinazione Santa Clara e le compagnie andranno ad aumentare fino al limite massimo concesso di 8, con 20 viaggi giornalieri verso l’Avana e altri 10 verso altre città dell’isola.

Un’assoluta novità quindi, che va ad inserirsi nella strategia di dialogo avanzata dal Presidente Obama a partire dal 2014 che ha già portato alla riapertura delle rispettive ambasciate, allo storico incontro con Raùl Castro e alle prime concessioni nelle telecomunicazioni ed in campo turistico. Restano comunque in vigore le normative sui viaggi a Cuba, che prevedono l’autorizzazione solo se si rientra in una delle 12 categorie previste, che comprendono ad esempio le visite alla famiglia, i progetti umanitari, gli scopi educativi, il giornalismo e le ricerche professionali.

A Cuba oggi però si respira già un’aria diversa. Non è più quell’angolo di mondo tutto particolare che sapeva di salsa, di tabacco lavorato a mano, di eroi della Rivoluzione e di orgoglio nazionale. Passeggiando per le città non è affatto raro infatti imbattersi in un parco pubblico con un hotspot Wifi in cui decine e decine di cubani, armati di cuffiette e di smartphone, sono ora in grado di videochiamare i familiari emigrati o di cercare video musicali di quei cantanti latini che tra i giovani riscuotono più successo dei vecchi rivoluzionari.

L’accesso ad internet rimane comunque limitato, sia per la sua estrema lentezza (più o meno quella che si aveva in Italia 15 anni fa) che per il fatto che il suo costo rimane alto: per un’ora di traffico, ETECSA, la compagnia di telecomunicazioni locale, richiede il pagamento di 2 CUC, l’equivalente di poco meno di 2 euro, che rapportati al salario del cubano medio (20-25 CUC mensili) restano decisamente tanti. Inoltre oltre a questi hotspot pubblici non ci sono molte altre alternative, in quanto non esiste copertura 3G della rete cellulare e l’accesso ad internet privato nelle case (comunque limitato a 56Kbps) è consentito esclusivamente a professori e ricercatori universitari o a funzionari statali che lo utilizzano per lavorare.

Per questo i cubani si sono attrezzati con un “internet alternativo”, il “paquete” ovvero 1 Terabyte di film, documentari, musica e serie tv che arriva settimanalmente dagli Stati Uniti all’Avana e che nel giro di 24 ore raggiunge ogni angolo dell’isola.

C’è però chi afferma che queste concessioni legate ad internet, insieme al “paquete” siano solamente un mezzo per insediarsi nella società, nei giovani, e per combattere la Rivoluzione dall’interno. Effettivamente questa è la percezione che si ha nelle differenze di opinione ma anche di stile comunicativo che hanno e che utilizzano i giovani rispetto alle generazioni che hanno vissuto e sono legate alla Rivoluzione e all’anti-imperialismo.

Certo è che Cuba, dopo il riavvicinamento alla Cina, rientra a pieno nella politica estera statunitense legata alle dinamiche regionali, e che l’esportazione della democrazia è da sempre tra le priorità della grande potenza americana, indipendentemente dai mezzi utilizzati per realizzarla. Si potrebbe infatti interpretare l’inversione di rotta rispetto all’embargo (che comunque rimane e che solo il Congresso degli Stati Uniti può revocare), concretizzata attraverso lo strumento del dialogo, comunque come una strategia che mira al cambiamento della politica cubana. Sono infatti tra i requisiti statunitensi per un accordo sia progressi economici e sociali, sia l’affermazione della democrazia e della tutela dei diritti umani. Cuba invece inserisce tra i requisiti la restituzione della base di Guantanamo nonchè la sua visione di diritti umani che gli USA non rispettano, ovvero la tutela dei poveri e delle minoranze e l’assistenza sanitaria per tutti. Questo non consente di sperare nella rimozione a breve dell’embargo o nella normalizzazione di tutti i rapporti tra i due stati.

In più rimane l’incognita del cambio di presidenza statunitense e della sostituzione di Raùl programmata per il 2018. Mentre di questa sostituzione non si possono fare previsioni, rispetto ai candidati alla Casa Bianca si può dire di più: la Clinton ha infatti annunciato di preferire la linea messa in atto da Obama; Donald Trump invece, che inizialmente aveva ben visto l’apertura e valutava anche la possibilità di aprire un hotel sull’isola, è poi tornato sui suoi passi dichiarandosi contrario almeno finchè Cuba non concederà libertà politiche interne e non libererà prigionieri statunitensi.

Intanto oggi a Cuba tanto è cambiato, anche grazie al turismo internazionale, e non è raro capitare in ristoranti ed ostelli privati, spesso più curati di quelli statali, frutto delle licenze a singoli cittadini concesse a seguito dell’ondata di riforme volute da Raùl a partire dal suo insediamento nel 2008. Agli occhi del mondo però resta comunque difficile pensare ad una immediata apertura dell’isola e ad una rapida distensione dei rapporti con i vicinissimi Stati Uniti: Cuba resterà quindi ancora per un po’ quella realtà unica che è e che è stata negli ultimi 57 anni.