La “via regale” e la “via della prepotenza” : una lettura delle Cross Strait Relation

La notizia della rottura diplomatica tra Repubblica Dominicana e Taiwan è solo l’ultimo evento della rinnovata tensione tra la Repubblica di Cina e la Repubblica Popolare Cinese. Sin dalla elezione, nel gennaio 2016, della Presidente Tsai Ing-wen i rapporti tra Cina e Taiwan sono immediatamente peggiorati, destando grande preoccupazione nell’opinione pubblica internazionale. Le dichiarazioni di Xi Jinping nell’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese hanno espresso in maniera chiara la linea di Pechino sulle relazioni sino taiwanesi.

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Gli alleati diplomatici di Taipei sono adesso solo 19, dopo la defezione dello storico alleato panamense nel 2017, e la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare nel prossimo futuro.  La ripresa della “checkbook diplomacy” non ha stupito gli osservatori internazionali ma pur costringendo Taiwan ad affrontare, per l’ennesima volta, il rischio di un isolamento nelle relazioni internazionali mostra anche il fallimento delle aspirazioni cinesi nei confronti di Taiwan. Le mosse di Pechino sono chiaramente dirette ad influenzare le prossime elezioni a Taiwan che si terranno a gennaio 2020, quindi tra pochi mesi la campagna elettorale avrà inizio. L’obiettivo primario della Cina è quello di porre la questione delle Cross Strait relation al centro del dibattito politico, il governo cinese vuole dimostrare la debolezza internazionale del paese e influenzare l’agenda dei candidati presidenziali.

Il professore Fan Shih-ping della NTNU di Taipei ha descritto l’approccio cinese come la reazione di un pretendente rifiutato. Lo studioso ha ricordato le offerte cinesi per una serie di canali commerciali preferenziali e di un quadro normativo dedicato ai cittadini e alle imprese taiwanesi e ha paragonato la risposta di Pechino, costituita da minacciosi esercizi militari nelle acque dello stretto e la ripresa della “checkbook diplomacy”, alla stizzita reazione di un amante respinto. Un quadro pittoresco che tuttavia descrive una delle sfaccettature delle relazioni sino taiwanesi. La sfida taiwanese alla Cina di Xi Jinping è innanzitutto ideologica, ancor prima che strategica. Pechino ha sempre sottolineato l’idea che la tradizione cinese non potesse essere coniugata con “l’idea occidentale di democrazia” e la sola esistenza di una nazione economicamente sviluppata, con un sistema democratico consolidato e abitata in maggioranza da cittadini etnicamente cinesi rappresenta una sfida costante all’assunto del Partito Comunista Cinese. L’esistenza di Taiwan, che la costituzione della Repubblica Popolare Cinese indica come parte del “sacro territorio della Cina”, rappresenta una negazione del fondamento ideologico del PCC ma soprattutto un compiuto modello di sviluppo alternativo per tutti i cinesi.

Esercitazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Sullo sfondo la portaerei Liaoning.

Il Soft Power cinese, ossia la capacità di Pechino di persuadere o di generare attrazione senza il ricorso alla forza, può essere identificato in tre fonti principali: la cultura cinese, il modello di sviluppo economico della Cina e la politica estera indipendente e pacifica della Cina (la cosiddetta via armoniosa). Ovviamente quest’ultima fonte non è affatto percepita a Taiwan, viste le continue tensioni con Pechino, le reiterate azioni volte a limitare e danneggiare la proiezione internazionale di Taipei e l’uso di una politica tutt’altro che “armoniosa”. La cultura cinese non ha capacità di attrazione a Taiwan, gli abitanti dell’isola si sentono come detentori di una cultura cinese più vicina al nucleo originario e non intaccata dalle trasformazioni della Rivoluzione culturale. Il processo di creazione di una identità nazionale taiwanese ha poi determinato, negli scorsi decenni, una sostanziale distanza rispetto alla piena identificazione con la cultura cinese, in particolare tra le giovani generazioni.

L’unica fonte per il Soft Power cinese a Taiwan è sempre stata la vertiginosa espansione dell’economia cinese, si tratta di un argomento che ha generato consensi sia tra la popolazione sia tra gli imprenditori. Negli ultimi anni i tassi di crescita della Cina sono lontani dalle doppie cifre degli scorsi decenni, il paese sta vivendo una sorta di lento e graduale ridimensionamento della espansione economica. Soprattutto le vicende di Hong Kong hanno suscitato numerosi dubbi tra coloro che a Taiwan vedevano con favore ad un rapporto sempre più stretto tra Pechino e Taipei. La speculazione immobiliare generata dai capitali cinesi, il costo della vita sempre più inaccessibile, la difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e l’inedito fenomeno della corruzione negli apparati statuali hanno determinato le forti proteste ad Hong Kong degli anni recenti. Elementi che vanno ad aggiungersi al mancato compimento del processo di transizione democratica previsto per il 2017 e al tradimento degli accordi presi da Pechino negli anni novanta. L’idea dello sviluppo economico e del benessere individuale a fronte della rinuncia ad alcuni diritti democratici non costituisce più una equazione per Taiwan e gli sviluppi politici ad Hong Kong lo dimostrano chiaramente. La politica di Pechino nei confronti di Taipei è, anche, il sintomo di una debolezza e di una impotenza cinese di fronte agli sviluppi delle Cross Strait relation.

Proteste ad Hong Kong (2018).

Pechino ha più volte sottolineato in questi decenni come l’azione cinese in politica estera è fortemente influenzata da una dinamica che l’antico filosofo cinese Mencio chiamava la “via regale” (Wang dao) o “via della virtù”. Si tratta di una azione contrapposta alla “via della prepotenza” (Ba dao) o “via egemone”, dove nel primo caso l’esempio morale è una guida ispiratrice mentre nel secondo la forza è l’unica forza propulsiva. L’abbandono palese del principio di Mencio e l’adozione del pugno di ferro nei confronti di Taiwan sono, anche, il palese segno del progetto espansionistico cinese e rappresentano una delle contraddizioni del “Chinese Dream” delineato da Xi Jinping.