Crocevia Idlib: si decide il futuro della Siria – Analisi delle forze in campo che si preparano allo scontro

È tutto pronto. Centinaia di migliaia di effettivi dell’esercito di Bashar Al Assad, tra i cento e i centocinquantamila secondo le fonti, oltre una volta e mezza il contingente che la scorsa primavera ha spazzato via la resistenza ribelle nei sobborghi di Damasco e senza paragoni anche in confronto ai mezzi utilizzati nella battaglia di Aleppo, sono stati dispiegati a Idlib con l’obiettivo dichiarato di sradicare definitivamente l’ultima enclave ribelle (circa ottantamila uomini) che si oppone alle forze del Presidente Assad.

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Le intenzioni governative sono state confermate dal Ministro degli Esteri siriano Muallem, che in un recente bilaterale con il suo omologo russo Lavrov, ha dichiarato che “A Idlib andremo fino in fondo” confermando anche che l’esercito non utilizzerà armi chimiche in quanto “non ne è in possesso e non ne ha bisogno dal momento che sta ottenendo vittorie sui campi di battaglia”.

Perché questa precisazione? Come sempre accade, alle manovre militari si accompagna la guerra psicologica, mediatica, le schermaglie e gli avvertimenti tra le controparti: in questo contesto rientrano le dichiarazioni con cui lo scorso 29 agosto, Sergej Lavrov ha apertamente accusato gli Stati Uniti di “soffiare sul fuoco” in Siria, rivelando la progettazione di un’operazione organizzata sotto regia americana e britannica per simulare un attacco chimico sulla città, facendone ricadere la responsabilità sul regime siriano allo scopo di poter giustificare un nuovo raid contro Assad come già avvenuto lo scorso 14 aprile. Non si è fatta attendere la risposta americana che, attraverso le parole rivolte dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA John Bolton al suo omologo russo Nikolai Patrushev, ha avvertito di essere pronta ad attaccare nuovamente il regime siriano nel caso in cui dovesse usare armi chimiche nella battaglia di Idlib.

Idlib si sarebbe ora trasformata nel principale terreno di scontro tra gli attori internazionali presenti in Siria poiché risulta essere l’ultima area rimasta fuori dal controllo del governo di Damasco. Infatti secondo l’analista russo Fedor Ljukanov, Presidente del Consiglio di politica estera e di difesa, tutte le forze ribelli rimaste nel Paese, scacciate dai territori gradualmente ritornati sotto il controllo dell’esercito siriano, si starebbero ritirando nella provincia di Idlib: eliminarle definitivamente potrebbe significare la conclusione della grande fase militare del conflitto siriano.

Ma quali sono le forze in campo?

L’esercito siriano. come già detto Assad ha schierato nella provincia di Idlib una forza che dall’inizio della guerra non si era ancora vista: tra i cento e i centocinquantamila uomini si preparano a cingere d’assedio la provincia e la città, con l’obiettivo dichiarato di chiudere definitivamente i conti con le sacche di ribelli ancora attive nel Paese: a Idlib sono attivi soprattutto le fazioni legate a Hay’at Tahrir Al Sham, il ramo siriano di Al Qaeda;

La Russia. Vladimir Putin si appresta a dare un massiccio contributo all’operazione in termini di mezzi: il Ministero della Difesa aveva anticipato che più di 25 navi, guidate dall’incrociatore missilistico “Ustinov” e 30 aerei parteciperanno alle esercitazioni della Marina militare e delle forze aeronavali russe nel Mediterraneo in programma dall’1 all’8 settembre prossimi; alle operazioni, sempre secondo la difesa russa, si uniranno anche le navi delle flotte del Mare del Nord, del Baltico, del Mar Nero e del Mar Caspio, aerei strategici, di trasporto militare e dell’aviazione navale. Le due navi gemelle, l’Admiral Grigorovich e Admiral Essen hanno attraversato il Bosforo facendo rotta verso il Mediterraneo; davanti le coste siriane sono già in posizione la fregata Pytvily e la nave da sbarco Filchenkov, le tre corvette missilistiche Vyshniy Volochyok, Grad Sviyazhsk e la Velikiy Ustyug, il cacciatorpediniere Severomorsk e i due sottomarini B-268 Novgorod e Kolpino. Una notevole capacità di azione militare, stimata in almeno 100 missili da crociera Kalibr, giustificata dal portavoce di Putin con “la grande preoccupazione” che si annida intorno al contesto attuale di Idlib: “il gruppo di terroristi che si è formato non promette nulla di buono e maggiori misure precauzionali sono pienamente giustificate e sensate”. Ricordiamo infatti che nelle scorse settimane sono stati diversi gli attacchi compiuti con droni dai ribelli contro la base russa di Hmeymim ed oggi il Portavoce del Cremlino ha confermato il legame tra le manovre militari dei prossimi giorni e l’attuale situazione siriana.

Gli Stati Uniti. Non è da meno la presenza americana, soprattutto davanti alle coste pronti ad intervenire, con gli alleati occidentali, contro il regime di Assad nel caso in cui dovessero essere usate le già citate armi chimiche. Secondo Mosca, oltre al cacciatorpediniere USS Ross armato con 28 missili Tomahawk, si aggiungono lo USS Sullivan, dislocato nel Golfo Persico e dotato di 56 missili e il bombardiere strategico B-1B, con altri 24 missili, inviato nella base di El Udeid in Qatar.

La Turchia. La provincia di Idlib, a pochi chilometri dal confine turco, è sempre stata una delle chiavi strategiche della presenza di Ankara nel conflitto siriano. Il Presidente Erdogan ha avuto continui contatti telefonici con il Presidente russo per discutere della città e per evitare un disastro analogo a quello che si era verificato ad Aleppo. Quando i ministri degli esteri di Russia, Iran e Turchia si incontrarono ad Astana avviando la politica delle zone di de-escalation, per ovvi motivi geografici alla Turchia venne affidata la gestione della provincia nordoccidentale, in cui è appunto presente la città di Idlib. Con la de-escalation zone l’esercito turco ha potuto creare posti di osservazione in tutta la Siria nord-occidentale che si sono rivelati ostacoli strategici difficili da superare per l’esercito siriano: Assad non poteva andare oltre quegli avamposti. Ma ora la situazione è molto diversa: Idlib infatti non è più uno dei fronti del conflitto, ma si è trasformata nella battaglia decisiva ed Erdogan si trova in una posizione decisamente scomoda: Siria e Russia, appoggiate dall’Iran, intendono ripulire definitivamente il territorio dalle ultime resistenze ribelli e terroristiche mentre Ankara continua a difendere gli jihadisti dell’area allo scopo di mantenere de facto il controllo sul nord della Siria; attraverso le parole del suo Ministro degli Esteri, la Turchia ha dichiarato che opererà per prevenire “attacchi indiscriminati” su Idlib, lanciando anche un chiaro segnale agli altri attori del conflitto, inserendo Hayat Tahrir Al Sham tra le organizzazioni terroristiche. In altre parole sa che potrebbe perdere le velleità di controllo sulla regione, ma non può forse permettersi di inimicarsi un partner prezioso nello scenario mediorientale come Vladimir Putin. Il precedente accordo tra Turchia e Siria (e Russia) con cui si era deciso di smistare i ribelli nel nord del Paese oggi sembra confermare quanto quella soluzione rappresentasse soltanto un rimandare il problema al momento decisivo in cui Assad fosse riuscito a completare la riconquista della Siria.

Le cancellerie occidentali. la battaglia che si prepara a Idlib rievoca il precedente di Douma quando le potenze occidentali, USA, GB e Francia, accusando Damasco di aver perpetrato un attacco chimico sulla popolazione assediata, avevano così motivato il raid missilistico sulla Siria scattato nella notte del 14 aprile scorso. Come già detto, la Russia ha ammonito gli altri partner dall’ostacolare le operazioni in preparazione a Idlib, che mirano a disinnescare le ultime resistenze terroristiche nel Paese, avvertendo  anche che un nuovo attacco americano in Siria sarebbe “inaccettabile”. Ma l’ipotesi che Trump e la sua amministrazione possano nuovamente ricorrere al pretesto del finto attacco chimico per scatenare un nuovo raid contro Assad non è così remota, come sembrano dimostrare anche altri elementi: “ne’ la Francia, ne’ nessun altro Paese deve indicare chi dovrebbe guidare la Siria”, tuttavia mantenere al potere Bashar al-Assad sarebbe un “grave errore” ha detto ieri il presidente francese, Emmanuel Macron, parlando agli ambasciatori stranieri a Parigi. Macron ha spiegato la sua posizione ricordando che il presidente siriano è colpevole di atrocità contro il suo stesso popolo. Il Presidente ha inoltre avvertito che la Francia risponderà militarmente a eventuali attacchi chimici condotti dal regime a Idlib. Avvertimenti in questo senso sono arrivati anche dalla Gran Bretagna.

 

Gli scenari sono complessi e la posta in gioco è altissima: i ribelli che si sono insediati nella città per sfuggire all’esercito di Assad hanno portato con sé le loro famiglie, innalzando ad oltre due milioni il numero dei civili presenti nella provincia e il rischio di un disastro umanitario è sempre più concreto, come confermato sia dal Direttore delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite che dal Segretario Generale Onu Antonio Guterres che ha messo in guardia la comunità internazionale dal pericolo di una catastrofe a causa di una grande operazione militare nella provincia, dichiarando altresì inaccettabile un qualsiasi ricorso all’uso delle armi chimiche sulla popolazione.

A Idlib si sono quindi riversati e organizzati praticamente tutti i gruppi terroristici scacciati dal resto del territorio siriano o che non si sono arresi a Damasco, ci sono fazioni dei gruppi ceceni sconfitti da Putin nelle guerre del Caucaso, gli Uiguri giunti dalla Cina per sostenere il Califfato, i reduci dello Stato Islamico provenienti da Siria e Iraq, foreign fighters giunti per combattere e abbattere Assad, e c’è ancora il ramo siriano di Al Qaeda (l’ex fronte di Al Nusra): nella città e anche nelle cancellerie internazionali si respira aria di battaglia finale che potrebbe avviare una nuova fase e un nuovo inizio per la Siria.

Sembra essere giunto il momento decisivo, ed è tutto pronto a Idlib.