Crisi in Venezuela: intervista alla giornalista Marinellys Tremamunno

Nei mesi scorsi il Venezuela ha conosciuto un escalation di violenza tra gli oppositori del governo di Nicolas Maduro e le forze di sicurezza fedeli all’esecutivo. All’interno di questa conflittualità vengono espresse istanze complesse ed eterogenee. Le cronache parlano di un tessuto sociale lacerato e, oramai, una ricomposizione dall’alto appare difficile. L’insofferenza verso la classe politica bolivariana si sente anche tra le fila di Esercito e Polizia come dimostra il recente episodio di cui è stato protagonista il detective della CICPC, Oscar Perez che da un elicottero in volo ha lanciato granate e sparato colpi da fuoco contro il palazzo della Corte Suprema. Ne parliamo con Marinellys Tremamunno, giornalista italo-venezuelana, autrice del recente “Venezuela. Il crollo di una rivoluzione” ed esperta di America Latina.

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  • Dott.ssa Tremamunno, il conflitto socio-politico esploso nei primi mesi del 2017 è l’ultima manifestazione di un dissenso verso Maduro più o meno violento iniziato già nel 2013. Molti ne hanno sottolineato la motivazione economica. Secondo lei questo malcontento ha motivazioni prettamente economiche oppure esprime ragioni più profonde? E quanto di quello che sta accadendo oggi in Venezuela è imputabile all’attività di governo di Maduro e quanto, invece, a cause di lungo periodo presenti anche durante il governo chavista?

Per poter rispondere a questa domanda , è necessario fare alcune puntualizzazioni: contro le forze di sicurezza fedeli a Nicolas Maduro, oggi, si confronta un popolo, non solo un’opposizione parlamentare od un partito. Dentro questo movimento, è rappresentata una vasta composizione politica e sociale: partiti di sinistra, di centro, di destra, chavisti dissidenti. Rispondendo alla tua domanda, invece: l’insofferenza popolare non ha radici esclusivamente economiche. Il problema è molto più complesso e bisogna, anche in Italia, eliminare la lente ideologica per capirne l’origine. La crisi venezuelana è il risultato del crollo del sistema politico-economico chavista, sintetizzato dal concetto di “Socialismo del XXI secolo”. Il Venezuela oggi è uno Stato fallito sia politicamente che economicamente. Partiamo dall’inizio: sicuramente nel ’98 Chavez ha vinto grazie ad un discorso incentrato sull’uguaglianza, sulla lotta alla povertà e all’emarginazione, intercettando il malessere e il disagio di una gran parte della popolazione, questo è innegabile. Successivamente, però, la moltiplicazione della struttura statale, sempre più presente nell’economia nazionale, la corruzione e il clientelismo dilaganti, e la promozione di accordi internazionali (PetroCaribe in primis) non vantaggiosi per il Venezuela hanno neutralizzato l’effetto benefico del rialzo dei prezzi del petrolio. Inoltre, sono state create strutture amministrate inefficientemente dai militari, come PDVAL, che hanno richiesto ingenti finanziamenti a fronte di risultati risicati. Stesso esito ha avuto la nazionalizzazione delle imprese (vera e propria espropriazione) che ne ha portate migliaia al fallimento. Queste politiche hanno desertificato il sistema produttivo del paese, azzerandone gli investimenti, impoverendo la popolazione costretta ad emigrare sottraendo al Venezuela importanti risorse di know-how. Oggi, il Venezuela importa petrolio da altri paesi (ad es. Algeria, Nigeria e Angola), producendo per sé solo il 42% del fabbisogno nazionale, e benzina dagli Stati Uniti, pur essendo uno dei paesi più ricchi di petrolio del mondo.

  • Nicolas Maduro spesso paventa una regia americana dietro le proteste contro il suo governo. Secondo lei è plausibile un’interferenza del genere da parte del Dipartimento di Stato USA o dalle agenzie di intelligence oppure sarebbero accuse infondate? Pensa che gli USA trarrebbero alcun vantaggio dalla destituzione dell’esecutivo venezuelano?

Questo è un discorso che è stato importato da Cuba e ripetuto continuamente, ma privo di alcun fondamento. Io penso che se gli USA avessero avuto degli interessi a destituire Chavez e, oggi, Maduro, non ne staremmo  a parlare, sarebbe già avvenuto, come ci dimostra la storia. Aggiungo inoltre, che se gli USA volessero cacciare Maduro avrebbero tutte le prove a sostegno della propria azione: molti importanti quadri dell’amministrazione venezuelana sono segnalati dalla DEA come narco-trafficanti. Penso che gli USA non avrebbero nessun vantaggio a deporre Maduro al quale, tra l’altro, vendono benzina in grandi quantità.

  • Se dei rapporti tra Chiesa romana e Cuba e dell’attività di mediazione svolta da Papa Francesco tra La Havana e Washington si è scritto ampiamente, altrettanta attenzione non è stata riservata ai rapporti tra la Santa Sede e il Governo venezuelano. Dott.ssa Tremamunno, scrivendo di relazioni tra l’America Latina e il Vaticano, che opinione si è fatta del ruolo della Chiesa e, in particolare, di Papa Francesco, nella risoluzione della crisi venezuelana?

E’ necessario fare una distinzione iniziale tra Episcopato venezuelano e Vaticano. L’Episcopato venezuelano è profondamente coinvolto nella mobilitazione anti-Maduro e gode di un grande supporto popolare, essendo il 96% della popolazione di fede cattolica. Per questo la Chiesa venezuelana ha subito persecuzioni e minacce da parte dell’esecutivo. Passando alla tua domanda: i colloqui ci sono stati ma sono falliti e per capirne il fallimento dobbiamo guardare a chi vi ha preso parte. La scelta di 4 presidenti mediatori (Zapatero, Fernandez, Samper, Torrijos) che in passato hanno espresso solidarietà al regime chavista ha reso di fatto il negoziato impossibile per l’opposizione venezuelana. Inoltre, secondo l’Episcopato Venezuelano, il governo di Maduro non ha rispettato le condizioni che il Vaticano aveva posto per il proseguimento del dialogo:

  1. Liberazione dei prigionieri politici
  2. Rispetto del ruolo del Parlamento Venezuelano
  3. Elezioni democratiche
  4. Autorizzazione dell’invio di assistenza umanitaria

Maduro ha, infatti, prolungato il negoziato fino a che non fosse scaduto il termine per la presentazione del referendum revocatorio che lo avrebbe potuto destituire, dopodiché lo ha semplicemente lasciato fallire.

  • La situazione nel paese è drammatica e si delinea una vera e propria crisi umanitaria. Quali sono secondo lei le prospettive di risoluzione del conflitto in corso? L’opposizione accetterebbe un compromesso che mantenga Maduro al potere? Il presidente sarebbe disposto a scendere a patti? Oppure la conflittualità ha già oltrepassato la linea di risoluzione pacifica?

No, onestamente, non credo che ci sia una possibilità di accordo con un presidente che ha dichiarato il 27 giugno che “quello che non siamo riusciti a fare con i voti lo faremmo con le armi”. L’azione di polizia e repressione quotidiana conferma questa intransigenza dell’esecutivo (mi riferisco, tra gli altri, al caso di violenza gratuita di Los Verdes) e non mi fa sperare per una soluzione negoziata.

L’opposizione intanto ha organizzato un grande plebiscito auto-organizzato (sul modello cileno del 1988) il 16 luglio, promosso da tutti i dissidenti, appellandosi agli articoli 333 e 350 dell’attuale Costituzione Venezuelana. Questo plebiscito consta di 3 quesiti riguardanti la legittimazione del Parlamento (dopo che è stato esautorato dalla Corte Suprema), il ruolo delle forze armate, legittimazione di tutte le forze politiche venezuelane. A tale plebiscito, si vogliono far partecipare anche i venezuelani all’estero.

  • Infine, Italia e Venezuela condividono un forte legame testimoniato dai 150 mila italiani che vivono sul suolo venezuelano. Quale è la condizione economica, politica e sociale di questa comunità? Ha una voce all’interno del conflitto politico venezuelano?

La comunità italo-venezuelana è enorme, molto più grande di quella registrata dall’Anagrafe Italiani residenti all’estero (A.I.R.E.) che non prende in considerazione la gran parte degli italiani che hanno dovuto cambiare cittadinanza per lavorare in Venezuela. Io stessa sono cresciuta in una famiglia italiana che non ha mai dimenticato le proprie origini. Anche gli italo-venezuelani sono stati vittime dell’ondata di repressione e di espropriazioni e soffrono le pene di questa crisi terribile.