0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheItalia ed EuropaCrisi umanitaria Ucraina 2022: l’UE e i suoi Stati...

Crisi umanitaria Ucraina 2022: l’UE e i suoi Stati Membri in prima linea per accogliere i profughi ucraini

-

L’aggressione militare russa dell’Ucraina, cominciata il 24 febbraio scorso, ha provocato l’esodo della popolazione ucraina, dando vita alla più grande crisi migratoria europea dalla Seconda guerra mondiale. Si stima che, nel peggiore dei casi, l’afflusso degli sfollati dall’Ucraina possa arrivare alla quota di 6.5 milioni di persone. Ad oggi, i dati dell’UNHCR confermano l’avvenuta fuga di oltre 5.4 milioni di persone, oltre cinque volte il numero dei rifugiati provenienti dal Medio Oriente che hanno raggiunto l’Europa nel corso della crisi dei rifugiati del 2015-2016.

 Si tratta per la maggior parte di donne (50%) e minori (38%), dato che in Ucraina è in vigore la legge marziale, che impone agli uomini di età compresa tra i 18 e i 60 anni di rimanere a combattere per il Paese. A questo altissimo numero di civili ucraini che hanno cercato protezione al di fuori dei confini nazionali, si devono aggiungere i 7.7 milioni di sfollati interni, per un totale complessivo circa 13 milioni di sfollati dall’inizio del conflitto. 

L’arrivo dei rifugiati ucraini ha innescato ondate di solidarietà e mobilizzazione in tutta l’Europa, con l’Unione Europea (UE) e i suoi Stati Membri in prima linea nel fornire loro soccorso. 

L’UE apre le sue porte ai rifugiati Ucraini 

È stata la posizione geografica dell’Ucraina a stabilire l’epicentro della crisi umanitaria in Europa centrale. Gli sfollati delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk sono stati evacuati in Russia, mentre le (almeno iniziali) destinazioni dei profughi ucraini sono stati i Paesi dell’Europa centrale confinanti con l’Ucraina: principalmente Polonia e Romania, ma anche Ungheria, Slovacchia e Moldavia hanno aperto le loro frontiere e offerto ospitalità ai rifugiati nei punti di accoglienza velocemente allestiti. 

Vista la velocità e l’intensità con le quali i rifugiati ucraini sono arrivati in territorio Europeo, il conseguente ingolfamento dei sistemi di accoglienza degli stati UE confinanti con l’Ucraina e i numerosi appelli da parte di organismi di difesa dei diritti umani, il 4 marzo 2022 il Consiglio dell’UE ha sorprendentemente adottato la direttiva per l’attivazione della protezione temporanea. Quest’ultima, era stata scritta nel 2001 per gestire la drammatica situazione dei profughi dell’ex Jugoslavia. Tuttavia, nonostante da allora l’UE abbia visto susseguirsi numerose crisi umanitarie, tra cui quella siriana dal 2011, quella libica e tunisina del 2013, quella ucraina del 2014 e, non da ultimo, quelle afgana e bielorussa del 2021, questa direttiva non era mai stata implementata. 

La direttiva in questione può essere attivata in caso di un afflusso massiccio a una delle frontiere esterne dell’UE di sfollati provenienti da Paesi terzi, a causa di una situazione di pericolo concreto, come un conflitto armato. La norma sostituisce alle normali pratiche di asilo, eccessivamente lunghe e laboriose (possono durare fino a 9-12 mesi) anche in periodi di flussi migratori non straordinari, semplificando l’ingresso e l’accoglienza dei profughi all’interno dei territori comunitari. Infatti, nonostante l’Ucraina rientri nell’elenco dei Paesi con “esenzione di visto” in area Schengen, se non fosse stata attivata la direttiva per la protezione temporanea, i cittadini ucraini avrebbero avuto accesso ai Paesi dell’area senza dover presentare alcun visto all’attraversamento delle frontiere esterne; tuttavia, non avrebbero avuto garantiti l’accesso al lavoro, alla sanità e ad altri servizi fondamentali per la loro protezione. Accedendo invece alla protezione temporanea le persone che fuggono dalla guerra in Ucraina, per le quali si intendono i cittadini ucraini, cittadini di Paesi terzi o apolidi che beneficiavano della protezione internazionale, e le persone con permesso di soggiorno permanente, devono comunque sottoporsi a controlli, ma nel frattempo possono godere di un titolo regolare con il quale possono lavorare e muoversi tra i Paesi membri per un massimo di 90 giorni (una possibilità che gli permette di fatto di scegliere il Paese in cui stabilirsi e presentare la domanda di protezione). Per quanto riguarda invece i cittadini di Paesi terzi o apolidi che soggiornavano in Ucraina con un permesso di soggiorno non permanente, per esempio per motivi di studio o di lavoro, l’Unione dovrebbe comunque garantire la loro ammissione “per motivi umanitari” senza chiedere loro il possesso di un visto valido o la prova di mezzi di sussistenza sufficienti. Tuttavia, coloro il cui Paese di origine verrà considerato sicuro, verranno poi rimpatriati. 

Il Consiglio dell’UE ha fissato la durata della protezione inizialmente a un anno dalla data di inizio, poi prorogabile di sei mesi in sei mesi per un massimo di tre anni complessivi, il tempo ritenuto necessario per risolvere la situazione emergenziale e far tornare i cittadini nel proprio Paese, oppure concedere altre forme di protezione. 

Complementarmente alla direttiva per la protezione temporanea, il 6 aprile 2022 il Consiglio dell’UE ha approvato l’erogazione immediata di 3.5 miliardi di euro delle risorse REACT-EU (stanziate nel 2020 e destinate a mitigare gli effetti immediati della crisi Covid-19 in tutta l’Unione) per sostenere i Paesi UE impegnati nell’accoglienza dei rifugiati. La quota più elevata verrà versata agli Stati membri che registrano un maggior numero di arrivi, sia come Paesi di transito che come Paesi di destinazione finale. 

Verso un’Unione Europea più solidale ed inclusiva? 

La decisione di implementare la direttiva è partita dalla constatazione da parte del Consiglio dell’UE della presenza di un preoccupante numero di sfollati in procinto di attraversare le frontiere esterne dell’Unione. Questa situazione accomuna l’attuale crisi umanitaria con quelle dell’ultimo decennio, quindi, non può essere considerata il determinante della rapida e inaspettata decisione da parte del Consiglio di attivare la direttiva per la protezione temporanea. 

Essendo il Consiglio dell’UE l’organo intergovernativo rappresentativo dei Governi nazionali, le sue decisioni sono fortemente determinate alle dinamiche politiche all’interno dei Paesi membri e alle volontà politiche degli esecutivi che lo formano. Tenendo conto delle caratteristiche interne dell’istituzione che ha deciso l’attivazione della direttiva, l’approvazione di quest’ultima in tempo record può essere spiegata da diversi fattori. Ciò che differenzia questa crisi umanitaria alle porte dell’UE da quelle precedenti sono in primo luogo i Paesi membri trovatosi in prima linea poiché confinanti con l’Ucraina: Polonia, Ungheria, e Romania, storicamente i Paesi UE più chiusi e rigidi sul tema dell’immigrazione. Per esempio, solo a novembre 2021 la Polonia aveva respinto violentemente le poche migliaia di migranti provenienti dal sud-ovest asiatico che, strumentalizzati dal Presidente bielorusso Lukashenko, si erano trovati bloccati in una “no man’s land” tra Bielorussia e Polonia. Inoltre, determinato a proteggere le proprie frontiere, il primo ministro polacco Morawiecki aveva dato il via alla costruzione di un muro lungo la parte del confine interessata dallo stazionamento di migranti irregolari. 

In secondo luogo, la prossimità geografica e culturale dell’Ucraina all’UE ha esercitato una forte pressione sia sui cittadini che sui governanti, spingendoli a operare più attivamente di quanto fatto negli anni precedenti per aiutare Paesi più o meno lontani e appartenenti a culture differenti, come Libia, Siria, e Afghanistan. Questo impegno è stato rinnovato anche dalla Presidente del Parlamento Europeo Metsola e dalla Presidente della Commissione Europea von der Leyen, che, già da inizio aprile 2022, durante le rispettive visite a Kiev, hanno ribadito il carattere europeo dell’Ucraina e dato inizio alle procedure di adesione del Paese all’Unione. 

Se l’attivazione della direttiva temporanea a marzo 2022 poteva sembrare la svolta verso una nuova politica migratoria più inclusiva e meno dipendente dall’esternalizzazione della gestione dei migranti a Paesi terzi, nel giro di pochi mesi si è rivelata solamente un mero strumento in una situazione eccezionale. Infatti, il Parlamento Europeo sta discutendo il nuovo patto per la gestione del sistema di asilo e protezione proposto dalla Commissione Europea il 23 settembre 2020, sul quale pesano grandi aspettative riformatrici. La ferma opposizione dei Paesi dell’est e del nord Europa ha tuttavia fortemente ridimensionato l’approccio inclusivo proposto dalla Commissione, mantenendo in vigore il principio del Paese di primo approdo, che permette di scaricare la pressione migratoria sui Paesi membri alle frontiere esterne dell’UE lasciando la possibilità ai Paesi interni di rifiutare lo sforzo di accoglienza. In breve, un rinnovamento della gestione comunitaria dei flussi migratori è ancora lontano. 

Corsi Online

Articoli Correlati

Guerra ed energia: il Discorso sullo stato dell’Unione di Ursula von der Leyen

Un’ora circa di discorso dove è stato tracciato il bilancio dell’anno trascorso e gli obiettivi futuri. I punti centrali...

Bosnia Erzegovina alle urne: meglio discriminati che divisi?

Nelle scorse settimane, migliaia di cittadini si sono riversati per le strade di Sarajevo con una meta precisa: Emerika...

Le sfide geopolitiche alla diversificazione energetica dell’Italia

La guerra tra Russia e Ucraina è ormai giunta al settimo mese e le parti, nonostante la micidiale controffensiva...

Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas naturale

Ci troviamo ancora in una situazione di guerra, anche se ne siamo quasi assuefatti e le notizie stanno scivolando...