La posizione strategica del Sudan, con collegamenti al canale di Suez, Africa centrale e penisola Arabica, lo rende un punto di fondamentali equilibri geopolitici regionali. Da secoli il paese è terreno fertile per conflitti e tensioni, ma negli ultimi anni è stato travolto da una nuova e distruttiva guerra civile, con il crescente coinvolgimento di attori internazionali. Per comprendere le possibili conseguenze di questa crisi, è necessario analizzare come essa si inserisca nel contesto delle competizioni internazionali, con particolare attenzione al ruolo sempre più emergente della Russia e ad un sempre più limitato coinvolgimento dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.
Dalla sua indipendenza nel 1956, il Sudan è rimasto coinvolto in svariate crisi militari. Il colpo di stato di Omar al-Bashir nel 1989 e il successivo conflitto che ha portato alla creazione del Sud Sudan nel 2011 ne sono esempi evidenti.
Il 15 aprile 2023, un’ulteriore fase di violenza è iniziata con lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), esercito regolare guidato dal generale al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), una milizia paramilitare guidata dal generale Hemeti, creata nel 2013 e divenuta parte integrante dell’architettura formale della sicurezza statale.
Riferirsi al conflitto con il termine “guerra civile” pone un problema di continuità con le guerre passate: è necessario sottolineare che questo conflitto non oppone forze ribelli all’esercito regolare, ma piuttosto vede due fazioni interne alle forze armate guidate da due generali che fino al 2021 hanno collaborato.
Tra il 2021 e il 2023 sono stati avviati negoziati per integrare le RSF nelle SAF ma le divergenze interne sulla condizione del potere e sul processo di transizione democratica per la creazione di un governo civile hanno portato all’esplosione di un conflitto aperto.
Comprendere questa crisi è di fondamentale importanza per le presenti e future conseguenze che stanno avvenendo nella regione. In primo luogo, è necessario fare chiarezza sulla pericolosa situazione umanitaria nella regione; difatti, la guerra ha portato a circa centocinquantamila vittime, mentre venticinque milioni si trovano in una situazione di grave insicurezza alimentare con il 10% della popolazione in dichiarata carestia.
La posizione geografica del Sudan e la problematica assenza di fonti e testimonianze adeguate hanno creato sufficiente distanza tra gli stati occidentali e ciò che sta succedendo sul territorio. L’Europa e gli Stati Uniti, negli ultimi sedici mesi, hanno prestato particolare attenzione alla crisi a Gaza e in Ucraina, sottostimando l’importanza geopolitica del Sudan e le eventuali conseguenze della crisi sui nostri territori.
Le implicazioni geopolitiche del conflitto sono notevoli: il Paese, ricco di risorse minerarie e strategicamente posizionato, rappresenta un obiettivo necessario per molte potenze estere. Accedere al Sudan significa accedere al mar rosso, punto di transito dei commerci mondiali.
Gli interessi strategici di Mosca:
La posizione strategica del Sudan sta attirando sempre più l’attenzione di potenze internazionali, tra cui la Russia, divenuta di fondamentale importanza per la continuazione del conflitto. Il Cremlino, attraverso il gruppo Wagner, si è avvicinato alla regione con la volontà di espandere la propria influenza nel continente africano, consolidando la propria presenza nel Mar Rosso e diversificando le proprie relazioni internazionali.
Le ambizioni russe in Sudan si stanno sempre più concretizzando con la pianificazione di una base navale a Porto Sudan, la quale potrebbe aggiungersi a quelle già presenti nel porto libico di Tobruk e a Tartus, nella Siria occidentale. Ciò consentirebbe alla Russia di controllare rotte marittime importanti e di proiettare la sua potenza in una vasta area geografica, dal Mediterraneo al Corno d’Africa.
Il legame tra Russia e Sudan inizia nel 2017, tramite un accordo tra il presidente Omar al-Bashir e Vladimir Putin per la costruzione di una base navale russa con centinaia di soldati e quattro navi possibilmente nucleari. Negli anni successivi, la collaborazione militare tra i due paesi si è intensificata, con la firma di accordi per lo scambio di armi e informazioni militari della durata di sette anni.
La collaborazione era basata sul rapporto tra le RSF e il Gruppo Wagner come sodalizio indispensabile per vedere concretizzata la possibilità di avere un porto nel mar rosso. Tuttavia, la morte di Yevgeny Prigozhin e la rivolta del gruppo Wagner hanno portato a una rivalutazione della posizione Russa e hanno profondamente influenzato le relazioni con il Sudan. Il Cremlino ha deciso di cambiare la propria strategia, allontanandosi dalle RSF e avvicinandosi alle Forze Armati Sudanesi (SAF), guidate da al-Burhan. Questa decisione ha portato a un allineamento con un ulteriore attore internazionale, l’Iran, con il quale la Russia ha rafforzato i propri legami militari.
Questo cambio di rotta porta con sé profonde implicazioni per il conflitto in corso: innanzitutto, la RSF aveva concesso al gruppo Wagner diritti sui depositi di oro sudanese come introito fisso per l’economia Russa, risultato di fondamentale importanza per superare le sanzioni imposte dalla guerra in Ucraina. Un allontanamento dalla RSF porterà il Cremlino a trovare soluzioni differenti per oltrepassare le sanzioni internazionali.
D’altra parte, avvicinarsi alle SAF è indispensabile per la realizzazione di una base militare, poiché Porto Sudan è collocato in un’area da esse controllata. Il sostegno di Mosca alle SAF ha reso sempre più difficile la prospettiva e possibilità di una soluzione negoziale. Inoltre, la cooperazione con l’Iran potrebbe destabilizzare profondamente la regione, alimentando tensioni e conflitti già esistenti. Difatti, il movimento islamista Kizan sostiene il governo di al-Buhran con ingenti gruppi armati in grado di controllare territori di uno stato fallito.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali neghino di una creazione di una possibile base militare in Sudan, la Russia continua a portare avanti i suoi interessi. Il 25 maggio 2024 Yasir al-Atta ha dichiarato che la Russia ha proposto una cooperazione militare basata su un centro logistico in cambio di forniture urgenti di armi e munizioni. Queste affermazioni hanno lasciato spazio alla possibilità futura di un rafforzamento militare Russo nel paese. Il Sudan, legato alla Russia, all’Iran, allo Yemen e al canale di Suez potrebbe avere effetti significativi e cambiare gli equilibri geopolitici nell’Africa Orientale e la penisola Arabica.
Ai margini dell’agenda occidentale:
A partire dalla fine della guerra fredda, abbiamo assistito a un progressivo disimpegno dei Paesi europei dai conflitti extra-continentali. Parallelamente, anche gli Stati Uniti, soprattutto dopo le Primavere Arabe, hanno proceduto ad un graduale “disengagement” tanto dal Medio Oriente quanto dal Nord Africa. In Africa questa tendenza è stata particolarmente marcata, creando un vuoto di potere colmato da nuovi attori, sia regionali che internazionali, che hanno contribuito ad un ulteriore destabilizzazione della regione.
L’approccio degli Stati Uniti e dell’Europa è stato considerato non coerente dagli osservatori internazionali: gli USA hanno collaborato con l’Arabia Saudita al fine di provare a ricomporre la crisi, ma i colloqui ospitati dalla Svizzera a Ginevra, con il patrocinio di Washington e Riyad, sono risultati inefficaci. Le negoziazioni sono risultate estremamente deboli e la richiesta di al-Burhan di evacuare i territori occupati prima di avviare ogni negoziato ha dimostrato chiaramente come il terreno negoziale non sia ancora pronto.
Un progresso verso dei possibili negoziati di pace non sarà possibile finché ci saranno interessi ed investimenti esteri nell’area, in particolare finché l’Arabia Saudita (che supporta la SAF) e gli Emirati Arabi Uniti (che supportano le RSF) non lavoreranno per portare pace nell’area.
Analizzare il ruolo dell’Unione Europea nel conflitto in Sudan come attore unitario è complesso, data la diversità di interessi e posizioni degli Stati membri:
La Francia, ad esempio, con i suoi significativi interessi geopolitici nella regione, ha cercato di mediare attivamente organizzando svariate conferenze internazionali per affrontare la crisi. Difatti, nell’aprile del 2024, in collaborazione con la Germania e l’UE, ha ospitato una conferenza umanitaria internazionale, riuscendo a raccogliere oltre due miliardi di dollari in aiuti per il Sudan e i Paesi vicini che accolgono i rifugiati.
L’Unione Europea, nel suo complesso, ha adottato una risposta reattiva, focalizzandosi sulla gestione delle conseguenze immediate piuttosto che sulla ricerca di una soluzione politica e diplomatica: ciò si è manifestato tramite l’imposizione di alcune misure, tra cui sanzioni a sei individui e sei entità coinvolte nel conflitto, misure evidentemente inefficaci nel frenare le tensioni. L’internazionalizzazione del conflitto ha portato investimenti e aiuti militari da altri attori internazionali, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Per rendere le sanzioni più efficaci, l’Unione Europea dovrebbe intensificare la cooperazione con questi attori.
Tuttavia, la preoccupazione principale dell’Unione Europea è stata la crisi migratoria generata dal conflitto: dopo poche settimane dall’inizio degli scontri, Bruxelles ha siglato diversi accordi con paesi terzi, mobilitando importanti risorse finanziarie. Tra questi, è necessario ricordare l’accordo con la Tunisia da 900 milioni di euro e con la Mauritania da 210 milioni, entrambi con l’obiettivo di contenere i flussi migratori. A marzo 2024, l’UE ha rafforzato la sua politica migratoria sottoscrivendo un “partenariato globale” da 7,4 miliardi di euro con l’Egitto, che stanzia 200 milioni di euro a fondo perduto per lo stesso scopo.
Questa scelta ha evidenziato l’incoerenza delle politiche migratorie europee. Mentre l’Unione ha offerto una protezione temporanea immediata ai rifugiati ucraini, ha adottato un approccio più restrittivo nei confronti dei rifugiati sudanesi, suscitando critiche per la mancata applicazione dei principi di solidarietà e protezione internazionale.
Inoltre, l’Unione Europea è stata fortemente criticata per aver collaborato, nel 2016, con Omar al-Bashir per il controllo dei flussi migratori, fornendo sostegno finanziario a forze di sicurezza sudanesi ora coinvolte nel conflitto.
In conclusione, la risposta dell’Unione Europea alla crisi in Sudan è caratterizzata da una forte contraddizione tra gli impegni umanitari e le politiche migratorie. La preoccupazione primaria per la sicurezza dei confini ha prevalso sulla tutela dei diritti umani dei rifugiati sudanesi, limitando le possibilità di accoglienza.
Conclusioni:
Il conflitto in Sudan è un chiaro esempio di come le dinamiche globali influenzano in modo sempre più immediato realtà locali. L’odierno panorama geopolitico è forgiato dell’interconnessione di persone, culture, politica ed azioni economiche. Il fenomeno della globalizzazione è presente in ogni azione quotidiana e continua a confermare la sua presenza in ogni conflitto e guerra. Rimanere focalizzati su territori più vicini a noi o con connessioni più immediate alla nostra storia e cultura mostra un fallimento nel comprendere che tutti i conflitti ci appartengono e soprattutto influenzano il nostro futuro economico, politico, sociale e culturale.
Ignorare problematiche militari e umanitarie di popoli lontani significa continuare a mettere a rischio la nostra stessa sicurezza e stabilità nell’ordine internazionale.

