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La crisi in Ucraina e il ruolo di libertà e apertura della cultura

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Nella polarizzazione del dibattito tra opposte fazioni, cui si sta assistendo in questi giorni sul conflitto in Ucraina e che ricorda il clima insalubre e opprimente degli ultimi due anni, si stanno verificando episodi che coinvolgono il mondo della cultura e quello accademico. Storicamente la cultura, la scienza e le arti hanno rivestito un ruolo di pacificazione, mediazione e dialogo internazionale, essendo gli ineludibili ambiti di espressione della diversità umana e dove trova riscontro – o almeno dovrebbe trovare – il dialogo tra le diversità di vedute e di provenienze geografiche. Si sta invece assistendo a fenomeni che rischiano di acuire il conflitto e la divisione.

Il primo episodio è quello relativo al direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, notoriamente vicino a Putin, al quale è stato chiesto nei giorni scorsi di esprimersi contro l’aggressione militare russa. Al silenzio del direttore, ha fatto seguito la decisione della Scala di Milano – e poi della Filarmonica di Monaco – di non farlo dirigere. Proprio Gergiev nel maggio 2016 era stato il protagonista del concerto che si tenne a Palmira dopo la riconquista da parte delle forze militari russe del sito archeologico che era stato occupato militarmente dall’Isis. Lì i jihadisti avevano ucciso il direttore del sito, l’archeologo Khaled Al-Assad, il 18 agosto del 2015, per aver eroicamente difeso il patrimonio culturale che custodiva e per non essersi piegato alla barbarie terroristica. Sempre lì, nel grande anfiteatro della città storica siriana, si era svolto il truce spettacolo dell’eccidio di 25 prigionieri del Califfato per mano di giovani combattenti, che avevano sparato sulla nuca dei prigionieri fatti inginocchiare di fronte al pubblico compiacente. Sullo sfondo delle rovine della città, un’enorme bandiera dell’ISIS sovrastava simbolicamente i resti dell’antica civiltà, in un richiamo allegorico di enorme portata: il Califfato rinnovato grazie alle giovani generazioni, che sovrastava il vecchio mondo da soppiantare. Il senso del concerto, tenuto dall’orchestra del teatro Mariinskij di San Pietroburgo proprio sulla scena dell’efferato eccidio, era di ribadire il ruolo che la cultura russa, e più estesamente quella europea – veniva suonato in quell’occasione J.S. Bach – riveste per la pace e il contrasto al terrorismo. Il titolo del concerto era, non casualmente, “Preghiera su Palmira. La musica anima le antiche mura”.

Oggi, a quello stesso direttore viene posta una domanda, che è in realtà è una non-domanda, in quanto presuppone un’unica risposta possibile: l‘abiura politica rispetto a un’azione del proprio paese – pur aggressiva e condannabile, ma di cui l’interlocutore non ha alcuna responsabilità – al costo del proprio lavoro. Non si tratta, in tal caso, di discutere se sia giusta o meno la non distanza presa dal proprio presidente, ma di spostare lo sguardo sulla non-domanda posta al direttore, cioè sulla scelta alla quale egli è stato obbligato, e sui rischi enormi che un simile atteggiamento potrebbe comportare: si dovrà porre la stessa domanda anche ad altri esponenti russi della cultura? Dovremmo porre la stessa scelta agli sportivi russi presenti in Italia? Si dovrà fare lo stesso, poi, con tutti i lavoratori e agli studenti russi che ospitiamo nelle nostre aule? E se non dovessero rispondere come desideriamo, si procede all’“epurazione” dai propri contesti?

L’aver avviato un simile processo pubblico, con un solo imputato al quale si chiede un pubblico gesto e non di esplicitare un’idea, è estremamente pericoloso: oggi riguarda Gergiev e la sua “abiura” a Putin; domani può riguardare ciascun russo e poi, potenzialmente, ciascuno di noi. 

Episodi del genere che non si verificarono nemmeno nei momenti più intensi e delicati della guerra fredda, quando pure non mancarono fatti di estrema gravità diplomatica e bellica. E nemmeno accaddero nell’ottobre 2019, quando giocatori della Turchia salutarono militarmente l’aggressione di Erdogan ai danni dei curdi: in quel caso si trattò di un gesto ancor più forte, cioè un saluto militare a un’aggressione militare, non del silenzio a una esplicita richiesta di abiura. Eppure nessuno si sognò di espullere i calciatori dai propri campionati. Anzi, ci si pose il problema dei rischi di una richiesta di abiura e si sottolineò che l’unica responsabilità era in capo ai vertici militari turchi.

Ci sono altri due episodi assai preoccupanti. Quello più noto riguarda il corso su Dostoevskij che Paolo Nori avrebbe dovuto tenere all’Università di Milano Bicocca. In un video sul suo canale instagram, l’intellettuale ha fatto sapere, non nascondendo il suo sconcerto fin quasi alle lacrime, che l’Università aveva deciso di annullare il corso per evitare ogni forma di polemica, in un momento particolarmente delicato. Il commento di Nori è stato piuttosto netto: “non solo essere un russo vivente è una colpa in Italia, ma anche essere un russo morto”. Soprattutto per uno scrittore che – ha ribadito Nori – è stato condannato a morte nel 1849 per aver letto cose proibite. Sebbene sia arrivata nella mattinata una nota del rettorato che garantisce che il corso si svolgerà comunque, non si può non riflettere sulla gravità della prima decisione, che configura quella che lo scrittore emiliano ha definito una “censura”, che ha oltretutto ottenuto il risultato opposto a quello dichiarato: le polemiche sono divampate sul web e sui social, tanto da far tornare sui suoi passi l’ateneo milanese.

Questo fatto fa seguito ad altri episodi che hanno visto protagonista la stessa università, che su altre questioni aveva preso le distanze da un suo docente perché non rappresentava “il pensiero dell’istituzione” (ne esiste uno?!). Ad alcuni docenti è poi giunta la richiesta, nei giorni scorsi, di far presente se si hanno in corso collaborazioni di ricerca in atto con la Russia. Si tratta di un fatto, questo, non ancora emerso sui media, ma ugualmente grave, poiché sebbene la richiesta appaia in termini “neutrali”, nasconde una più o meno implicita esigenza di controllo sulle relazioni accademiche, che come tale non fa parte del mondo universitario e mai dovrebbe farne parte.

L’università è infatti, come tale, il luogo della universitas dei saperi, che volge il suo sguardo alla complessità delle opinioni e anche delle provenienze geografiche, e non certo a un “pensiero dell’istituzione”: per sua natura non si pone limiti e, soprattutto, non ne pone al dialogo tra scienziati e pensatori. Questo vale non solo in tempo di pace, quando per definizione è tutto più semplice, ma anche e soprattutto in tempi di crisi e conflitto. È in simili momenti che i canali della scienza e della cultura devono essere mantenuti aperti, per favorire quanto più possibile la pacificazione, che passa anche dalle strade della cultura e della diplomazia culturale

E invece gli episodi a cui si sta assistendo sembrano seguire la pericolosa strada di minare la libertà e diversità di pensiero, che già abbiamo visto più volte nei mesi scorsi, quando esimi esponenti della scienza e della cultura sono spesso stati messi a tacere se non conformi a un pensiero unico. La cultura da sempre, insieme al mondo sportivo – anch’esso coinvolto in simili episodi –, riveste un cruciale ruolo di diplomazia e di cooperazione scientifica, così come la scienza è il luogo del confronto per eccellenza. Sottometterle alla logica politica e a quella conflittuale vuol dire negarne l’essenza più profonda. 

Negare lo studio e il confronto culturale e accademico, mettere paletti al dialogo inter-universitario, chiedere conto a esponenti della cultura della propria posizione politica – qualunque essa sia, al netto evidentemente delle proprie responsabilità –, pena l’esclusione dal proprio lavoro o a docenti dei propri rapporti internazionali, significa negare il ruolo essenziale che la cultura, nelle sue diverse espressioni (letterarie, artistiche, musicali, scientifiche) da sempre riveste nel superamento dei conflitti e dei confini nazionali. Significa al contempo negare il principio di tutela delle libertà di opinione e la caratteristica prima della cultura: quella cioè di unire – come spesso abbiamo sentito retoricamente – i popoli, di favorire il superamento dei confini che l’uomo artificialmente pone e degli stessi conflitti.

Sarebbe l’ora di mettere in pratica quella corretta retorica: perché la cultura significa apertura e l’università luogo della visione universale e della diplomazia globale.

Alessandro Ricci

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