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TematicheCina e Indo-PacificoLa crisi del settore immobiliare frena la ripresa cinese

La crisi del settore immobiliare frena la ripresa cinese

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In un paese in cui la protesta pubblica è argomento tabù, l’esplodere di nuove manifestazioni evidenzia una situazione estremamente tesa, una bolla di proporzioni mastodontiche che minaccia di esplodere da un momento all’altro. La mostruosa attività immobiliare che ha letteralmente trascinato la crescita cinese negli ultimi decenni aveva da tempo destato preoccupazione, ma l’attenzione posta dal governo a questa tematica e lo studio assiduo della similare esperienza giapponese (1986-1991) sembravano dover scongiurare una crisi vera e propria, soprattutto in luce della cautela con cui Pechino ha mostrato di voler controllare e indirizzare l’andamento della propria economia. Eppure, dopo il clamoroso default di Evergrande dello scorso anno, altre crepe si stanno aprendo in uno dei settori più rappresentativi del miracolo cinese.

Dopo quarant’anni di crescita travolgente, la Cina si trova ad affrontare la sua prima vera battuta d’arresto. Il 2021 post-pandemico aveva visto il gigante asiatico riprendere quota ai ritmi che l’hanno contraddistinto dal 1990 in poi, solo per arrestarsi nuovamente nel 2022, l’anno in cui la maggior parte del mondo sembra aver ritrovato una parvenza di normalità. Il settore bancario ha mostrato i primi segni di cedimento, con il congelamento di 6 miliardi di fondi privati nelle province di Henan e Anhui, mentre la manifattura è largamente ostruita dalle rigidissime misure anti-Covid che paralizzano ancora molte grandi città.

La situazione finanziaria del Dragone è però legata a doppio filo al settore immobiliare, che rappresenta circa il 30% del prodotto interno lordo. Assotigliatisi i sussidi pubblici e l’attività bancaria, il vulcanico business delle costruzioni si è trovato improvvisamente a corto di ossigeno: da un giorno all’altro, le agenzie hanno interrotto la costruzione di un enorme numero di case, condomini, ed edifici commerciali che sono rimasti incompleti, portando acquirenti e proprietari prima a scendere in strada con bandiere e striscioni, e poi a sospendere i pagamenti del mutuo. A causa della sfiducia generalizzata, le vendite per il settore immobiliare si sono dimezzate nel primo semestre di quest’anno, mentre la compravendita di terreni è diminuita del 30% (fonte: Ministero delle finanze cinese).

Non serve aggiungere che una tale mole di progetti incompleti rappresenta inevitabilmente una minaccia per il settore finanziario, che si andrebbe a caricare di una quantità spropositata di debiti inesigibili. Le costruzioni lasciate a metà si vanno ad aggiungere alla già vasta platea di palazzi disabitati, costruiti sull’onda dei sussidi pubblici a prescindere dall’assenza di domanda effettiva, che occupano ormai interi quartieri e che i cinesi chiamano “città fantasma” (guĭchéng, 鬼城). Il governo ha ordinato alle aziende commissionarie, in primis il gigante Evergrande, di demolire molti di questi edifici vuoti, per un danno stimato di svariati miliardi di dollari.

Il default dello scorso anno di Evergrande, al tempo la più grande agenzia immobiliare del mondo, era stato un campanello d’allarme fin troppo evidente. Altre importanti aziende del settore iniziavano infatti a dare segni di cedimento, mentre le banche avevano cominciato a ridurre i prestiti e a rimodulare l’acquisto di titoli per soddisfare i requisiti di stabilità imposti dal governo. L’attuale “incidente” dei mutui sospesi, tuttavia, aggiunge a una questione essenzialmente finanziaria un altro problema prettamente politico. La credibilità dei governi provinciali ne risulta intaccata, così come la fiducia nei contratti di compravendita anticipata, che hanno per lungo tempo sospinto il boom dell’immobiliare in Cina (questi contratti sono ora a rischio, con gli edifici che non verranno mai completati e gli anticipi versati che non verranno mai restituiti). Uno dei motivi per cui continuano a spuntare così tanti edifici vuoti, oltre allo stimolo incessante dei sussidi pubblici, è che molti cinesi ricorrono agli acquisti anticipati per comprare beni immobiliari come forma d’investimento.

La situazione nel quadro post-pandemico

Il sentimento di mercato negativo si basa sulla combinazione congiunturale di tre “problemi” emersi quasi in contemporanea, ovvero la bolla immobiliare, le strozzature del settore finanziario, e la spesa pubblica orientata ormai su troppi fronti diversi. Le varie politiche di zero-Covid e lo spettro dell’inflazione non hanno certo aiutato un’economia tramortita e colta di sorpresa, forse troppo abituata ormai a navigare con il vento in poppa. Dopo gli straordinari anni 2000, infatti, e la crescita stabile al 7-8% dell’ultimo decennio, Pechino sembra trovarsi in difficoltà a riemergere dalla palude pandemica. I consumi calano drasticamente, così come la domanda di credito; mentre al livello istituzionale il Dragone ha fissato l’obiettivo di crescita al 5,5% del PIL per l’anno 2022, alcune organizzazioni internazionali hanno già rivalutato la tendenza al ribasso (4,8% secondo il Fondo Monetario Internazionale, 4,3% secondo la Banca Mondiale).

L’arresto dipende sia da fattori strutturali che congiunturali, ma si riverbera inevitabilmente su tutte le infinite sfaccettature dell’infrastruttura economica cinese. Oltre a rappresentare il 30% del PIL, il settore immobiliare occupa buona parte del patrimonio famigliare della classe media cinese; Pechino quindi andrà probabilmente a salvare tramite bail-out le agenzie insolventi, recuperando forse il danno economico nel breve termine, ma rischiando un effetto a catena che potrebbe riversare nel tempo tutta la responsabilità (e i costi) sulle spalle del governo centrale. Considerando che il valore totale dei contratti di acquisto anticipato è stimato a 5 trilioni di dollari, si può presupporre una spesa di decine di miliardi di dollari per le sole operazioni di bail-out. Il governo ha altresì predisposto un programma di stimolo di circa 220 miliardi di dollari per consentire alle province di migliorare le condizioni sottostanti a una ripresa stabile, da investire principalmente nelle infrastrutture fisiche e digitali del paese; inoltre, il 24 agosto il premier Li Keqiang ha annunciato ulteriori misure come l’attivazione di titoli di stato eccezionali e il sussidio alle grandi aziende statali per garantire la piena disponibilità delle fonti energetiche. Altre sfide riguardano il tasso di disoccupazione (arrivato al 5,5%, e alimentato in verità da due successi di politica interna della Cina moderna, ovvero l’incremento esponenziale del numero di laureati e la migrazione dalle campagne alle città), e impostare una crescita economica spinta dagli investimenti, per i quali diventa necessario anche riguadagnare la fiducia degli investitori internazionali. L’impostazione caratteristica del segretariato di Xi Jinping suggerisce una predilezione sempre maggiore per la stabilità interna e la dominanza del Partito, a scapito dell’apertura internazionale e della facilità di fare business. Infatti, mentre le imprese statali riescono in qualche modo a stare a galla, l’economia privata sembra ormai aver perso slancio, espropriata delle condizioni favorevoli e del facile accesso al credito, disdegnata dai partner internazionali, e sempre più soggetta agli strattoni della mano pubblica. Al di là del puro fattore numerico (la crescita del PIL potrà forse basarsi come in passato sullo stimolo pubblico), la frenata dell’imprenditoria privata porterebbe con sé una perdita di comptetitività, innovazione, e in generale una minore efficienza.

Un punto di svolta per il settore immobiliare in Cina

Non era scontato aspettarsi che la bolla immobiliare cinese, che gli economisti di Pechino hanno previsto e studiato per decenni, potesse infine scoppiare, trascinando nel burrone investitori, banche, e consumatori. Benché il collasso non sia ancora avvenuto, il settore si trova ad affrontare ora una crisi congiunta di domanda e offerta, con miriadi di progetti non consegnati e clienti futuri che abbandonano di conseguenza i loro propositi di acquisto. L’affossamento di un tale pilastro dell’economia nazionale risulta letale anche per altri comparti industriali, specialmente quello della produzione dei materiali, uno su tutti il cemento.

Nonostante le nuove misure presentate dal premier Li Keqiang, volte a incentivare i consumi e la domanda di credito, il governo cinese appare restio a sobbarcarsi il peso di un tale macigno, e sembra voler aspettare ulteriori sviluppi per poi agire con operazioni mirate. Nel frattempo però, la fiducia degli acquirenti continua a scendere, e il prolungarsi dell’incertezza non fa che alimentare lo scetticismo di chi ha visto il proprio investimento sprofondare in acque torbide. In un paese poco incline a scioperi e manifestazioni, il movimento di protesta montante che si è ormai diffuso in diverse città indica senza dubbio un punto di svolta per il settore simbolo del formidabile boom economico cinese.

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