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Crisi Serbia-Kosovo: quale ruolo per l’Italia nella penisola balcanica con la guerra in Ucraina?

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Il governo del Kosovo ha rinviato di un mese, fino al primo settembre, il divieto dell’uso di documenti serbi nelle regioni del nord a maggioranza serba. L’annuncio del divieto, che doveva entrare in vigore dal 1 agosto, aveva scatenato violente reazioni dei serbi del Kosovo e riacceso pericolosamente le tensioni tra Pristina e Belgrado, con documentati colpi d’arma da fuoco e movimenti di truppe che avevano messo in stato d’allerta la Kosovo Force (KFOR) della NATO, il cui contingente più numeroso è quello italiano.

In realtà il braccio di ferro serbo-kosovaro non è frutto delle scelte contingenti di Pristina, quanto della recrudescenza dell’odio etnico e nazionale mai sopito e che aveva generato il tragico conflitto del 1998-1999, parte delle guerre successive allo smembramento della Jugoslavia. Nel corso degli ultimi anni, le tensioni tra Kosovo e Serbia si sono esacerbate e non sono destinate a spegnersi a breve termine, anche in virtù della crisi internazionale in atto. 

La guerra tra Russia ed Ucraina, infatti, non può essere – viste le potenze a vario titolo coinvolte – circoscritta geograficamente all’area di scontro diretto, ma ha conseguenze politiche (ed a volte militari) in molte aree del mondo, specie quelle dove sono presenti le “linee di faglia” dell’instabilità, come Africa, Medio Oriente, Mediterraneo e, appunto, i Balcani. La dilatazione del conflitto russo-ucraino è un fenomeno di cui tenere conto poiché ha aperto la sfida delle “potenze revisioniste” all’ordine liberale ma, sotto il profilo propriamente europeo, ha anche demolito, dopo l’illusione dei primi anni 2000, l’idea secondo cui l’Europa fosse ormai divenuto un continente pacifico e pacificato.

I Balcani si confermano (potenziale) “polveriera d’Europa” e restano un’area d’interesse privilegiato per la politica estera italiana. Il crollo dei regimi socialisti nei Balcani impose all’Italia di ricoprire un ruolo da protagonista nelle vicende della penisola al di là dell’Adriatico,  spingendo Roma a gestire quasi in solitaria e con buoni risultati la crisi albanese dei primi anni ’90 e poi ad assumersi un forte impegno sia politico che militare negli anni della guerra civile e della dissoluzione della Federazione Jugoslava e poi un ruolo chiave nel conflitto in Kosovo del 1998-1999. I “dividendi” della buona gestione della crisi seguita all’implosione della Jugoslavia post-titoista consentirono agli italiani di avere la primazia nella stabilizzazione e ricostruzione della regione, attraverso la cooperazione, la presenza militare in Bosnia e in Kosovo, il ruolo chiave delle ONG, la Legge 84 del 2001 con le “Disposizioni per la partecipazione italiana alla stabilizzazione, alla ricostruzione e allo sviluppo di Paesi dell’area balcanica”, ed anche tramite l’accoglienza dei profughi, spesso sottovalutata sotto il profilo politico.

La presenza importante di capitali pubblici e privati italiani nella regione e la spinta del governo di Roma a sostenere il processo di integrazione europea dei giovani Stati balcanici avevano contribuito a fare dell’Italia un partner privilegiato di riferimento.

Queste scelte andavano ad innestarsi entro una ben salda struttura strategico-dottrinaria  della politica estera italiana, maturata fin dal Risorgimento. Il Regno d’Italia era infatti nato in contrasto con il vecchio ordine europeo sancito dal Congresso di Vienna e s’era fatto alfiere del principio di nazionalità, del quale rappresentava la plastica presenza sulla carta geografica. Le speranze dei popoli balcanici sottomessi agli imperi austriaco ed ottomano erano state rivolte naturalmente verso lo Stato sabaudo. La sottoscrizione della Triplice Alleanza con l’Austria-Ungheria e la Germania nel 1882, a maggior ragione dopo l’occupazione della Bosnia-Erzegovina da parte di Vienna nel 1908, aveva rispolverato a Roma le vecchie idee di Cesare Balbo sulla “politica delle compensazioni” ma anche determinato un timore sempre crescente sulla volontà tedesca di penetrare commercialmente – e dunque politicamente – nella penisola balcanica. Un pericolo già percepito dai settori più avanzati del capitalismo italiano, interessati ad investire nei Balcani ed a fornire una copertura economica al nascente imperialismo strategico nazionale, come le vicende della Compagnia di Antivari e della Società italiana per le miniere d’Oriente mettono in risalto.  

La politica balcanica dell’Italia, così interessata alle sorti dell’Albania e del Montenegro, si innestava, chiaramente, entro gli schemi della “politica adriatica” che, a sua volta, era parte integrante della più ampia strategia mediterranea di Roma, divenne sempre più assertiva quando scoppiò la guerra contro l’Impero Ottomano per la conquista della Libia (1911-1912) e per le conseguenze delle due guerre balcaniche del 1912-1913. 

La concatenazione tra la guerra italo-turca e le guerre balcaniche – che coinvolsero un ampio fronte che andava dalle oasi libiche al Dodecaneso, passando per i Dardanelli e le acque dell’Egeo, fino alle montagne dell’Epiro e della Tessaglia – evidenziarono ulteriormente quanto l’equilibrio geostrategico del Mediterraneo fosse legato a quello dei Balcani. 

Tra le cause dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale al fianco dell’Intesa ci fu anche, sebbene molto in “sordina” nel dibattito pubblico rispetto alle aspettative neo-risorgimentali su Trento e Trieste o alla guerra imperialista dei nazionalisti, quella che auspicava un cambiamento di equilibri nella penisola balcanica a favore dell’Italia. E se è vero che una parte dell’interventismo percepiva, a torto, una certa discrasia tra le ambizioni mediterranee e quelle balcaniche del Paese, poiché seguendo le une esso avrebbe dovuto rivolgersi contro Francia e Gran Bretagna e seguendo le altre contro Austria-Ungheria e Germania, alla fine quella spinta fu essenziale per restituire all’Italia la sua “dimensione adriatica” ed individuare nei Balcani un’area d’interesse vitale.

Il crollo degli imperi austro-ungarico, tedesco, russo ed ottomano a seguito della guerra, consentirono all’Italia vittoriosa di ricoprire un ruolo di primo piano nei Balcani; ruolo che anche la diplomazia fascista tentò di estendere e rafforzare sia nella fase di continuità con la politica estera liberale, sia nel momento schiettamente revisionista che condusse poi il Paese all’alleanza con la Germania ed alla seconda guerra mondiale. Uno degli obiettivi strategici sui quali era impostata la “guerra parallela” italiana era proprio la conquista dell’egemonia balcanica, inserita nel più ampio quadro geopolitico dell’egemonia mediterranea e levantina. Il fallimento della guerra contro la Grecia ed il conseguente intervento tedesco frustrarono le ambizioni italiane, riaprendo, sotto la cappa dell’Asse, la storica rivalità egemonica tra Roma e Berlino per il controllo della penisola balcanica. 

La sconfitta dell’Italia e la diplomazia “ingessata” della guerra fredda rafforzarono la Jugoslavia socialista, anche perché, da Paese non allineato, era funzionale alla strategia statunitense di contenimento dell’URSS. La trasformazione dell’intera penisola balcanica, ad eccezione della Grecia (membro NATO) e della Jugoslavia non allineata, in una provincia dell’impero sovietico, ibernò fino al crollo del socialismo reale ogni pretesa italiana di influire sulla sponda orientale dell’Adriatico. Il crollo dell’Unione Sovietica e la disintegrazione jugoslava sembrarono, come già detto, essere un’occasione per Roma di recuperare miracolosamente il tempo perso durante la guerra fredda.

Nel corso degli ultimi anni, però, le vecchie potenze rivali dell’Italia nei Balcani, come la Germania e la Turchia per citarne due, sfruttando ognuna i propri canali preferenziali di soft power ed hard power, hanno rimesso piede nella contesa penisola-polveriera inaugurando una nuova stagione di scramble balcanico cui Roma non sempre s’è fatta trovare pronta, come nel caso delle forniture militari turche all’Albania.

Ma se l’agenda tedesca per i Balcani è sostanzialmente irrealizzabile e non può andare più in là del rafforzamento commerciale di Berlino nella regione – Germania ed Austria scontano sul lungo periodo anche il ritardo con il quale, all’inizio delle guerre jugoslave, sottovalutarono la crisi, benché Berlino riconobbe poi in anticipo la Slovenia e la Croazia – viste anche le difficoltà del processo d’integrazione comunitaria ed il ritorno di fiamma per la frammentazione etnico-nazionalista determinata dalla guerra in Ucraina; la Turchia ha un programma molto più ampio di ricostituzione di uno spazio “ottomano” di dialogo in quella che fu per secoli una provincia – pur se riottosa – della Sublime Porta. Per la Turchia la politica balcanica è sincretica a quella mediterranea, secondo una visione imperiale pura degli affari internazionali.

Non bisogna poi dimenticare che, avendo la guerra in Ucraina una proiezione globale, quale parte integrante della sfida al primato occidentale nel mondo, anche nei Balcani gli Stati Uniti d’America e la Russia hanno intenzione di giocare una partita importante. Mosca ha mantenuto gli antichi legami di “fratellanza slava” con la Serbia (si ricordi il 1914 a tal proposito), rispolverandoli proprio in questi giorni di crisi conclamata con il Kosovo, e gli USA non hanno esitato a sostenere i kosovari, minacciando anche un intervento diretto della NATO in caso di attacchi serbi.

Nel corso della storia i Balcani si sono guadagnati il triste ma veritiero appellativo di “polveriera d’Europa” e leggendo le notizie sulla crisi serbo-kosovara il pensiero è andato immediatamente ai posti di blocco dei carabinieri italiani in forze al contingente KFOR al ponte di Mitrovica, simbolo in cemento della guerra tra serbi e kosovari, l’unico ponte che anziché unire due sponde le divide drammaticamente, e dunque alla postura italiana nei Balcani.

L’instabilità nei Balcani coinvolge direttamente l’Italia, al pari di quella mediterranea, ed è l’ennesima prova di quanto per Roma sia urgente porsi nel mondo con nuovi paradigmi strategici, anche militari, di fronte ai cambiamenti radicali e rapidi del sistema internazionale. Per la NATO i Balcani rappresentano una sfida ancora aperta e, considerato il ruolo rivestito in KFOR ma anche le vicende storiche che ne hanno fatto una potenza di cui tener conto per le capacità di garantire gli equilibri nella regione, l’Italia può avere un ruolo importante. Anzi, Roma è obbligata a ricoprire un ruolo da protagonista – sempre con realismo e contezza dei mezzi a disposizione – nei Balcani, pena un grave pericolo per la propria sicurezza nazionale ed i propri interessi geopolitici nel più ampio quadro del Mediterraneo allargato.          

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