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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa permanente crisi politica e sanitaria del Libano

La permanente crisi politica e sanitaria del Libano

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Dopo la campagna militare israeliana in Libano del 2006 per sconfiggere i miliziani fondamentalisti di Hezbollah, l’opinione pubblica mondiale riteneva oramai superata la crisi sociale del Paese, legata alla difficile convivenza tra confessioni religiose, che lo ha caratterizzato fino agli anni Novanta.

Tali supposizioni sono state disattese quando il 5 agosto 2020 alle ore 18.00, nel porto di Beirut sono esplose tonnellate di Nitrato di Ammonio, sostanza altamente esplosiva utilizzata per produrre fertilizzanti, che hanno procurato una violentissima deflagrazione distruggendo quattro quartieri cittadini nelle vicinanze dell’infrastruttura. L’esplosione è stata avvertita a chilometri di distanza e ha provocato circa duecentoventi morti e più di settemila feriti.

Tra le cause dello scoppio vi è stata la negligenza degli operatori portuali addetti allo stoccaggio di materiali pericolosi ed esplosivi, colpevoli di aver abbandonato le sostanze nocive senza alcuna supervisione o adozione delle misure di sicurezza necessarie. Così è stata esclusa sin dal principio l’ipotesi di un attentato di matrice fondamentalista. Nonostante le richieste di rimozione del Nitrato di Ammonio dai magazzini del porto avanzate dai funzionari delle dogane tra il 2013 e il 2017, le misure da adottare sono state disattese, e oggi può essere constatato che a provocare l’esplosione siano stati soprattutto anni di incuria da parte del personale di controllo.

L’esplosione evidenzia la crisi politica, economica e sanitaria che da anni sta attraversando il Libano. Nel marzo del 2020 l’ex Primo Ministro Hassan Diab ha dichiarato il default, ultima manifestazione della crisi economica senza precedenti che sta infuriando nel Paese. Il rapporto debito/PIL è del 170% e la lira libanese si è svalutata provocando l’inflazione che ha acuito il malcontento popolare e comportato l’insorgenza di proteste,  che non hanno nulla a che vedere con la frammentazione confessionale della società civile.

Come se non bastasse la pandemia di COVID19 si è abbattuta con forza su una situazione politica ed economica già molto complessa. Il lockdown imposto nel marzo del 2020 non ha fatto altro che esasperare il malcontento popolare, accresciuto la disoccupazione e messo in crisi il settore turistico, che rappresenta la principale fonte di reddito dell’economia nazionale. Tale situazione testimonia il fallimento della classe politica, che chiusa negli interessi dei partiti non ha saputo ascoltare le richieste di riforme provenienti dalle proteste sociali, a scapito del bene comune.

La crisi politica si è manifestata in tutta la sua evidenza con le dimissioni del Primo Ministro Hassan Diab la settimana successiva alla detonazione, e si è risolta provvisoriamente a seguito della nomina a Presidente del Consiglio di Najib Mikati, appartenente alla confessione religiosa sunnita, come previsto dal Patto Nazionale non scritto stipulato nel 1943, e tutt’oggi osservato. Il Patto stabilisce la ripartizione delle cariche politiche tra le varie confessioni religiose: in tal modo il Presidente della Repubblica deve appartenere alla confessione religiosa cristiano-maronita, il Primo Ministro alla confessione sunnita e il Presidente del Parlamento alla confessione sciita.

Le difficoltà economiche derivano dal fallimento del sistema bancario. Il Libano ha già fatto i conti con l’insolvenza finanziaria e se non sarà in grado di onorare gli impegni assunti con gli investitori, si troverà costretto a dichiarare un nuovo default finanziario, dopo quello già dichiarato nel marzo 2020. Il tasso d’inflazione cresce vertiginosamente, mentre la  disoccupazione si attesta al 40%. Gli stipendi bloccati e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità hanno incrementato la povertà.

Per salvare l’economia e arginare le proteste sociali, lo Stato può solo ricorrere agli aiuti finanziari provenienti dai Paesi esteri, estremo tentativo per risolvere una situazione quasi fuori controllo.

Il primo Stato europeo che si è offerto di fornire aiuti economici è stato la Francia, in quanto ex potenza colonizzatrice del territorio statale e a capo dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF), organizzazione sovranazionale che raggruppa tutti i Paesi di madrelingua francese o ex colonie imperiali. Anche il Libano è parte dell’organizzazione, in quanto soggetto al mandato francese fino al 1946.

Il presidente francese Emmanuel Macron è stato il primo Capo di Stato straniero a recarsi a Beirut nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, per riaffermare il ruolo della Francia come garante della stabilità sociale e politica del Libano, e soddisfare la politica europea di stabilizzazione del Mediterraneo Orientale al fine di evitare nuove turbolenze e crisi migratorie. Tuttavia i tentativi di stabilizzazione del Paese adottati da Francia e Unione Europea attraverso la partecipazione alla Conferenza Internazionale sul Libano del 4 agosto 2021, sono stati disattesi dalla classe politica libanese che non è riuscita a nominare un nuovo esecutivo entro settembre, come concordato dalle linee guida della Conferenza.

A causa della crisi politica ed economica, non si fa molto riferimento alla crisi sanitaria causata dalla pandemia di Coronavirus scoppiata nel marzo 2020, nonostante il Paese abbia raggiunto gli 826.279 contagi totali.

Le difficoltà della classe politica di formare e mantenere saldo il governo, la difficile intesa tra il Primo Ministro Najib Mikati e il Presidente della Repubblica Michel Aoun e gli effetti della pandemia globale, hanno provocato uno stallo politico senza precedenti. Tale situazione rischia di paralizzare qualsiasi tentativo di adozione delle riforme economiche necessarie ed esasperare il malcontento popolare. Inoltre la mancanza di un governo stabile non consente allo Stato di ricevere gli aiuti economici promessi sia dagli investitori pubblici sia dai privati, data l’imposizione di  vincoli di stabilità politica e di adozione delle riforme al fine di acconsentire al trasferimento dei prestiti concordati.

La campagna vaccinale non riesce a decollare e procede assai lentamente nonostante il Paese abbia acquistato 750 mila dosi dei vaccini Pfizer e 50 mila dalla casa farmaceutica cinese Sinopharm. In tal modo il Libano non sarà mai in grado di contrastare la pandemia di Coronavirus e i suoi effetti economici, politici e sociali.

Il Paese ha sempre vissuto sul labile confine tra la necessità di riforme e il rischio di esplosione delle proteste, e sull’equilibrio confessionale che contraddistingue la società civile e che potrebbe crollare da un momento all’altro. L’uscita dalla situazione di stallo potrà avvenire solo attraverso la fornitura di aiuti economici esterni e l’individuazione di un programma nazionale di rilancio dell’economia messa in ginocchio dalla pandemia e dal malcontento popolare.

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