Crisi nel Kivu settentrionale: breve analisi di un etno-conflitto ventennale

Più di 120 attacchi armati registrati nelle ultime settimane dall’OCHA nella regione del Kivu settentrionale. Se la monetizzazione delle risorse della regione da parte degli attori nazionali e internazionali ha favorito il proseguimento del conflitto, i contrasti etnici costituiscono però la ragione scatenante la crisi e il substrato culturale su cui fa leva la propaganda bellica di molte milizie.

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A settembre 2020 lo United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) ha pubblicato sul portale relief web un preoccupante report su più di centoventi casi di violenza avvenuti tra agosto e settembre nella provincia del Kivu settentrionale, un’area della Repubblica Democratica del Congo nord-orientale confinante con il Rwanda e con l’Uganda. Secondo l’OCHA gli scontri armati avrebbero causato più di 800 morti solo dall’ottobre 2019. Gli alti livelli di insicurezza hanno generato ingenti movimenti migratori interni alla regione, solo in agosto 2020 sono stati registrati dall’OCHA 33.000 profughi nella città di Beni e 18.000 a Masisi.

Il solo centro abitato di Beni, sito all’estremità meridionale della foresta di Ituri, sin dalla fine del secolo scorso è stato più volte colpito da episodi di violenza a sfondo etnico che hanno avuto come obiettivo proprio i profughi. L’ultimo caso risale proprio al 23 settembre 2020 quando, secondo Al Jazeera, un commando militare, probabilmente di ribelli ugandesi dell’Allied Democratic Forces (ADF), ha ucciso decine di persone e ne ha bruciato le abitazioni. Beni è già diventata tristemente famosa per essere l’epicentro dell’epidemia di ebola in Congo orientale, un’emergenza sanitaria che dura ormai da oltre due anni. Recentemente però anche un altro virus, il Covid 19, si è diffuso nella regione e, come spiega sempre l’OCHA, ciò ha impedito a molte ONG di allestire campi profughi adeguati e dotati delle minime garanzie di sicurezza per l’assistenza ai rifugiati. La stessa protezione dei civili non può essere garantita dalle forze del MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the DR Congo) e del governo centrale in tutte le aree della regione, spesso impraticabili per i veicoli motorizzati e caratterizzate da dense foreste che offrono un terreno perfetto per imboscate e rapide incursioni. Nel nord Kivu le forze ONU hanno registrato perdite ingenti come le 14 vittime dell’attacco sferrato dall’ADF nel territorio di Beni il 7 dicembre 2017, un attacco definito dal segretario generale dell’ONU Antonio Guterres “the worst attack against UN peacekeepers in recent history”. In Congo sono ad oggi presenti 19,815 caschi blu e questo fa del MONUSCO la seconda missione delle Nazioni Unite al mondo per effettivi dispiegati ma anche una delle più pericolose: le Nazioni Unite pagherebbero infatti, sempre secondo Al Jazeera, quattro volte lo stipendio standard alle truppe dislocate in loco per bilanciare le entrate con i rischi quotidiani.  

Gli scontri e l’instabilità nel Kivu settentrionale sarebbero generati, secondo l’Humans Right Watch report on DRC, da tensioni etniche regionali di lunga data, esasperate da gruppi militari promotori di visioni ideologiche fondate sull’odio di razza che proprio nelle ultime settimane avrebbero approfittato di congiunture favorevoli, come la suddetta crisi sanitaria e umanitaria, per scatenare nuove azioni belliche

Quello che è certo è che mentre il resto della RDC ha vissuto un relativo periodo di pace dopo la conclusione degli accordi del 2003, con i quali Joseph Kabila aveva accettato di condividere il governo con i principali gruppi ribelli del paese in cambio del ritiro dei contingenti rwandesi e ugandesi dal Congo, la regione del Kivu settentrionale è rimasta preda di scontri militari quasi quotidiani. A pochi mesi dagli accordi che avevano dato il via al governo transitorio e al processo costituente, Laurent Nkunda e altri ufficiali del gruppo ribelle Congolese Rally for Democracy (l’RCD, il principale tra quelli che si erano opposti a Kabila durante il conflitto precedente) rinnegarono l’accordo e, nel 2006, hanno formato un gruppo armato, il Congress for the Defence of the People (CNDP), che ha gettato la regione in una guerra di proporzioni comparabili all’appena conclusa “guerra mondiale africana”. Il CNDP aveva beneficiato di una campagna di reclutamento basata sul mixage, cioè l’inclusione di volontari provenienti da contesti estranei alla ribellione, tanto da passare in pochi mesi da poco più di 2.000 effettivi a circa 8.500, secondo il dossier Renewed Crisis in North Kivu di HRW. Un accordo stretto da Nkunda con Kabila, quello sul mixage, teso a ridurre il radicalismo tutsi ma che in realtà favorirà l’escalation armata.

Nkunda ha utilizzato la propaganda tutsi per riunire intorno al CNDP diversi gruppi armati e per giustificare la propria campagna nel Kivu settentrionale nei confronti delle milizie Hutu. Il Kivu settentrionale infatti ospita, secondo il World Without Genocide, la terza comunità hutu del mondo per numero di componenti (più di 200.000), dopo quella del Rwanda e del Burundi.Infatti, nonostante l’accordo del 2003 avesse portato al ritiro dei corpi di spedizioni stranieri, compreso quello delle forze armate del Rwanda a guida tutsi, molti rifugiati hutu fuggiti dal Rwanda al rientro di Paul Kagame avevano preferito non fare ritorno in patria, dove temevano ritorsioni e pene severe da parte dei tribunali di riconciliazione Gacaca. Diversi rifugiati hutu erano uniti dall’appartenenza agli Interahamwe, la formazione politica e armata maggiormente responsabile del genocidio tutsi del 1994, e avevano deciso di continuare la lotta armata contro Kagame dalla sponda ruandese dei grandi laghi, dando vita nel 2000 ad un proprio gruppo armato nel Kivu: le Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR). Tra il 2000 e il 2003 l’FDLR aveva beneficiato dell’appoggio dei Kabila e del governo di Kinchasa, impegnato nella guerra di liberazione contro le forze ruandesi e ugandesi, ma dopo gli accordi di pace del 2003 il gruppo ribelle aveva perso in parte quel prezioso appoggio e le milizie di Nkunda ne approfittarono per sferrare l’offensiva sulle roccaforti hutu a nord di Goma. Dal 2006 CNDP e FDLR iniziarono così una nuova guerra di vaste dimensioni il cui obiettivo primario era la fuga del gruppo etnico antagonista dal Kivu settentrionale. Nell’ombra del conflitto sorsero gruppi armati che presero posizione al fianco dei due contendenti o si schierarono a difesa dei propri territori e di Kinshasa, come i Mai-Mai. Il conflitto in Kivu inoltre riaccese il conflitto tra la RDC da un lato, che riiniziò a supportare l’FDLR, e il Rwanda che invece appoggiava Nkunda e gli garantiva protezione e sostegno logistico.

Goma, città che si affaccia sul Lago Kivu, a pochi chilometri dal confine ruandese, divenne il centro degli scontri che videro i diversi contendenti alternarsi al controllo dell’area urbana tra il 2007 e il 2013. Solo nel 2008, secondo le fonti del MONUSCO, durante l’offensiva del CNDP su Goma, 200.000 tra cittadini e rifugiati fuggirono dalla città mentre le forze di Nkunda ingaggiavano i reparti del MONUSCO e le truppe governative congolesi (le Forces Armées de la République Démocratique du Congo – FARDC). Quando Kabila si accorse, secondo fonti Accord, di non poter sconfiggere militarmente Nkunda, appoggiato dal governo ruandese, accettò di firmare nel 2009 un trattato di pace con Kagame così da privare il CNDP del prezioso sostegno politico di Kigali. L’accordo portò allo scioglimento del CNDP e al successivo arresto di Nkunda ma l’ala radicale del gruppo ribelle non accettò l’inglobamento nelle forze armate congolesi e nel 2012 diede vita ad una nuova formazione armata, il Mouvement du 23 Mars (M23). L’M23 iniziò una serie di volente campagne nella provincia di Goma che si conclusero con la conquista della capitale della regione. Il 27 giugno 2012 il report S/2012/348 del Group of Experts on DRC dell’ONU ha accusato il Rwanda di supportare materialmente i ribelli e di conseguenza l’organizzazione internazionale ha congelato gli aiuti al paese. L’anno successivo il Rwanda ha preso pubblicamente le distanze dall’M23 e dopo pochi mesi le FARDC e i reparti della Force Intervention Brigade (FIB) dell’ONU, la prima unità di peacekeeping autorizzata a svolgere operazioni offensive, hanno sferrato un attacco generale che ha portato alla caduta delle roccaforti dell’M23 nel Kivu settentrionale e all’implosione del gruppo. Secondo l’ONG Accord sarebbero più di 70 i gruppi armati nella regione nati dalla frammentazione dell’M23 che sono andati a sommarsi ad altre formazioni combattenti. Nell’ultimo quinquennio le forze della Nazioni Unite e delle FARDC hanno concentrato i propri sforzi per eliminare i capisaldi dei gruppi ribelli con componenti a maggioranza straniera, svolgendo operazioni contro l’ADF ugandesi e gli FDRL a maggioranza hutu. Queste, a loro volta, sono in conflitto con le milizie congolesi di villaggio, le mai-mai, nate per difendersi dalle razzie e dall’occupazione dei ribelli.


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Uno scenario che ha generato una grave crisi umanitaria: secondo l’OCHA sono presenti 1.5 milioni di profughi nelle province orientali di cui 600.000 solo nel Kivu settentrionale, un numero che si avvicina alle cifre raggiunte dalla crisi in Yemen e in Siria. Sin dallo scoppio del conflitto sono riportati inoltre casi quotidiani di violenza sessuale singola o di gruppo, come chiarisce il Report of the Secretary-General to the Security Council (S/2020/487) pubblicato il 03 giugno 2020. Solo nel 2019 il MONUSCO ha riportato “1,409 cases of conflict-related sexual violence”, il 34 per cento in più rispetto al 2018. Sempre il MONUSCO, nel suo report “Our Strength Is In Our Youth: Child Recruitment and Use by Armed Groups” indica che nella RDC, tra il 2014 e il 2017, 49 gruppi armati hanno arruolato almeno 5,619 bambini di sesso maschile e 549 di sesso femminile.

Un conflitto scoppiato per motivi etnopolitici che coinvolge un numero così elevato di attori richiede un supporto economico notevole per garantire i necessari approvvigionamenti in termini di armi, vettovaglie e logistica. Il campo di analisi deve essere necessariamente ampliato con l’obiettivo di ricostruire il nesso tra la guerra in Kivu e le modalità di sfruttamento delle immense risorse minerarie della regione.

Leonardo Maria Ruggeri Masini,
Geopolitica.info