Crisi migratoria: una prospettiva dalla Serbia

Riceviamo e volentieri ospitiamo il punto di vista del segretario generale del Partito Popolare Serbo in merito alla recente crisi migratoria esplosa in Europa. Un’opportunità particolarmente interessante per comprendere meglio la prospettiva con cui i paesi dell’Europa Orientale vedono il fenomeno in atto.

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Dalla caduta del Muro di Berlino in poi, l’Unione Europea ha prima accarezzato l’idea e poi avviato i necessari passaggi politici volti a realizzare la completa unificazione del Vecchio Continente.

Tale unificazione è stata intesa, sin dall’inizio, come un processo che avrebbe eliminato quel divario ideologico che per mezzo secolo aveva spaccato in due l’Europa: oltre alla libera circolazione di capitale e lavoro e la partecipazione ad un mercato unico, la principale conseguenza dell’adesione all’Unione Europea per le nazioni ex-comuniste è stato il trasferimento di un gran numero di competenze e prerogative, proprie di uno Stato sovrano, alle istituzioni comunitarie di Bruxelles. Un rinnovato senso di sicurezza e di pace, dopo decenni di tensioni ed incertezze, ha consentito ai governi dei paesi dell’Europa orientale di esercitare la legittima libertà di rinunciare a una parte della loro sovranità nazionale in cambio dell’opportunità di entrare in un sistema capace di garantire pace, sicurezza e benessere.

In tutto il mondo, i vincitori della Guerra Fredda hanno esportato, contestualmente, il loro modello di sviluppo economico e sociale, la cosiddetta globalizzazione, di cui uno dei pilastri è proprio la limitazione della sovranità degli Stati. La cifra del nuovo mondo globalizzato era ben sintetizzata dalla formula elaborata dal politologo americano Francis Fukuyama di “fine della storia”.

Tutti hanno ad un certo punto tirato un sospiro di sollievo, come se la sicurezza globale fosse diventata un fatto indiscutibile. Persino nel campo liberale, come accadeva una volta tra i marxisti, si è cominciato a sostenere che lo Stato aveva ormai perso la propria funzione storica e il suo ruolo nell’ambito delle relazioni internazionali, in quanto le istituzioni sovranazionali si erano ormai impadronite dei suoi compiti essenziali.

Purtroppo, essendo il mondo assai più complesso di quanto immaginato dai cantori della pace eterna, in modo chiaro e costante i diversi interessi di cui gli Stati, le Nazioni e i Popoli sono portatori hanno ripreso inesorabilmente a confliggere, secondo l’inesorabile legge della lotta tra i gruppi umani finalizzata all’accaparramento delle limitate risorse disponibili. E’ così che la storia si è riaffacciata prepotentemente all’orizzonte con il bombardamento della Jugoslavia, gli interventi in Afghanistan, in Iraq e in Libia, le “primavere arabe”, le guerre civili in Ucraina e in Siria…e, naturalmente, con la crisi economica del 2008.

Bisogna ammettere che l’Europa fino alla crisi del 2008, nonostante gli scontri verificatisi sul suo territorio, ha goduto di una crescita solida e si è dimostrata un’attraente area di benessere. Il “potere morbido” della sua cultura, lo sviluppo economico e la politica sociale, hanno fatto di essa un modello esemplare per tutte le altre società.

Il fatto che, nonostante le guerre e le agitazioni avvenute nello spazio geografico europeo, l’Ue sia stata in grado di preservare la pace e la sicurezza nella sua area, è stata un’ulteriore conferma del successo di questo progetto sovranazionale e delle istituzioni comunitarie. Gradualmente la stessa rinuncia a quote di sovranità da parte degli Stati membri a favore della Commissione è apparsa largamente giustificata: finchè la sicurezza è stata garantita e i cittadini hanno goduto di un’alta qualità della vita, il risultato è stato un’atmosfera di ottimismo permanente.

Solo in pochi si sono posti in questi anni il problema che occorreva definire in modo chiaro cosa fosse di responsabilità dei singoli Stati e cosa invece poteva essere demandato a Bruxelles. Risparmiata, di fatto, dalle crisi, tutto in Europa sembrava stabile e gestibile. I meccanismi decisionali dell’Ue, basati su compromessi e mediazioni dai quali riusciva sempre ad emergere un interesse comune, apparivano efficaci ed accettabili per tutti.

Tutto ciò fino a quando è scoppiata la crisi.

La crisi economica ha fatto emergere per la prima volta l’incapacità delle istituzioni comunitarie di Bruxelles di determinare un equilibrio tra le diverse politiche ed i divergenti interessi degli stati membri dell’Ue. Le problematiche sono emerse in tutta la loro gravità nella disputa tra Germania e Grecia, paesi paradigmatici delle opposte concezioni di politica monetaria ed economica esistenti tra i paesi del Nord e quelli del Sud dell’Europa. I vari Stati hanno così cominciato, a poco a poco, a concentrarsi su se stessi, nel tentativo di individuare il modo migliore per tutelare i loro specifici interessi. Essendoci, tuttavia, delle regole già stabilite e sottoscritte da tutti in precedenza, il meccanismo decisionale, in qualche modo, si è preservato.

In realtà, però, la vera sfida è arrivata con l’emergenza migratoria. In questa crisi i vari Stati dell’Ue, non solo si sono trovati di fronte ad una questione di immensa portata sotto il profilo economico e sociale, ma hanno anche dovuto affrontare impegni molto pesanti concernenti la sicurezza, la cultura e i valori di riferimento, manifestatisi con estrema violenza.

In assenza di meccanismi di protezione dei confini esterni chiari, i paesi aderenti all’Ue hanno cominciato a difendersi da soli, come meglio potevano, manifestando tutto il proprio egoismo nazionale e adoperandosi per adempiere al compito principale di uno Stato, ovvero la difesa dei propri confini e dei propri cittadini.

Nel corso della recente ondata migratoria, l’Ungheria per prima ha constatato l’insufficienza del Regolamento di Dublino. Trovatasi nella condizione di dover far fronte all’affluenza di un’imponente massa di migranti, essa ha costruito un muro al confine con la Serbia. La situazione è poi letteralmente precipitata quando la stessa decisione è stata presa dalla Croazia. Tutto questo senza badare troppo agli accordi messi in piedi nell’arco di decenni con gli altri paesi europei. Ora, quando il rispetto delle regole e degli accordi condivisi viene meno, quando le procedure decisionali comuni perdono di efficacia, è inevitabile che ogni Stato nazionale tenda a chiudersi in se stesso e a difendersi da solo.

La Croazia, paese aderente all’Ue, a un certo punto, violando le regole comunitarie, ha chiuso i confini con la Serbia, annunciando che avrebbe mantenuto tale disposizione nel caso in cui anche l’Austria si fosse decisa ad assumere questo atteggiamento.

Alcuni paesi europei, infatti, non intendono accettare, o accettano poco volentieri, l’ingresso di una grossa quantità di migranti. L’aumento dei controlli ai confini e le limitazioni nei permessi di accesso è solo il primo segnale di un ritorno al ruolo di protagonisti degli Stati nazionali europei, che deriva dal fatto che nelle sfide concernenti la sicurezza, lo Stato dimostra di essere ancora il soggetto più adatto a reagire velocemente ed efficacemente. E’ questa la crisi più drammatica che l’Unione Europea si trova a dover affrontare dall’inizio della sua storia, anche più grave di quella monetaria ed economica. L’esito che avrà, giustificherà o meno le tante competenze concentrate oggi nelle istituzioni comunitarie.

Cresce infatti la sensazione, in vari paesi, che Bruxelles non sia in grado di provvedere alla sicurezza dei propri cittadini con i Regolamenti ed i Trattati attualmente in vigore, a meno che l’iniziativa non sia assunta dai singoli Stati in prima persona.

Il punto è: le procedure ed i regolamenti esistenti sono in grado di far fronte a questa emergenza di cui ancora non si intravede la fine e che dipende da circostanze che l’Ue subisce e sulle quali ha scarsa influenza?

Non dimentichiamo che l’emergenza migratoria è solo all’inizio. Siamo forse all’alba di una nuova era che vedrà l’interruzione del processo di “de-sovranizzazione” degli Stati Nazionali e il loro rilancio come soggetti attivi ed indispensabili sulla scena internazionale?

O piuttosto ci troviamo di fronte alla necessità di rivedere i trattati europei, per sottoscriverne altri più adatti a garantire la sicurezza dei cittadini?

In ogni caso molti sono i cambiamenti all’orizzonte. Speriamo che possano assicurare a tutti i popoli del Vecchio Continente pace, prosperità e sviluppo.

Jovan Palalic, segretario generale del Partito Popolare Serbo (SNP)