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Il blocco navale al largo della Sicilia e l’ambiguo rapporto tra Giorgia Meloni e Bruxelles

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Devono chiedere asilo sulle navi delle ONG”, con queste parole il ministro degli interni italiano Matteo Piantedosi ha lanciato il guanto di sfida alle istituzioni europee sotto il profilo della crisi migratoria.  Da ormai diversi giorni, infatti, le navi delle ONG Humanity 1, Ocean Vikings e Geo Barents stanno stazionando al largo delle acque italiane, a sud della Sicilia, con a bordo più di 1000 persone in attesa dell’autorizzazione governativa per ottenere un porto sicuro dove far scendere i migranti a bordo. Questo “blocco navale” e le successive dichiarazioni sono un ritratto efficace dell’ambigua posizione del governo italiano nei confronti dell’Unione europea.

È sembrato di tornare al braccio di ferro tra governo italiano e Unione europea del 2019, quando l ministero dell’Interno Matteo Salvini decise una strategia intransigente per contrastare la “migrazione irregolare”. Tuttavia, dietro questa presa di posizione prorompente, si delinea uno strano rapporto tra il neonato governo di Giorgia Meloni, le istituzioni europee e gli alleati storici di Fratelli d’Italia in Europa.

Mentre il ministro dell’Interno sfidava il sistema di Dublino, per il quale lo stato di primo arrivo deve gestire la domanda di asilo europeo, con proposte poche realistiche, la premier italiana conduceva a Bruxelles il tour di saluti istituzionali. Meloni dopo aver vinto una campagna elettorale ripetendo più volte che sarebbe andata in Europa “a testa alta”, portando la voce dell’Italia e l’interesse nazionale, ha incontrato la presidentessa del Parlamento europeo Roberta Metsola, la presidentessa della Commissione europea Ursula Von der Leyen e il presidente del Consiglio europea Charles Michel. Quali risultati sono stati ottenuti?

Finiti gli incontri istituzionali, Giorgia Meloni ha rilasciato delle dichiarazioni alla stampa, evidenziando come per la materia migratoria la priorità italiana, ed europea, sia “la difesa dei nostri confini esterni”. Ma quali politiche sono state attuate nello specifico? 

Per adesso la politica migratoria del governo di centro destra non sembra particolarmente dissimile da quella delle amministrazioni precedenti. Ci si muove su due direttive: da un lato sono stati rinnovati gli accordi con la Libia voluti nel 2016 da Matteo Renzi e Marco Minniti, dall’altra parte si assume un atteggiamento ostruzionistico per forzare il sistema europeo. 

Entrambe le misure sono state ideate per aggirare il sistema di Dublino, ma sono decisamente poco efficaci. Da un lato la Libia attualmente non è uno stato in grado di effettuare un’effettiva governance della situazione migratoria, a causa di problemi interni. Dall’altro la politica dei porti chiusi non ha impedito l’arrivo costante di migranti con barchini irregolari.

Il meccanismo d’asilo europeo è ampiamente criticabile, e gran parte degli esperti ritengono il regolamento Dublino non sufficiente per affrontare i futuri flussi migratori. Come si è visto negli anni precedenti, in particolare tra 2010 e 2015, il sistema sovraccarica gli Stati mediterranei, i quali sono predisposti geograficamente ad una maggiore intensità di flussi migratori. Il sistema è stato, inoltre, criticato perché completamente vuoto di quel principio di leale cooperazione che dovrebbe essere alla base delle policies europee. La modifica del sistema Dublino viene richiesta da parte della platea politica e della società civile da diversi anni, e le stessi istituzioni europee ne hanno riconosciuto l’inadeguatezza.

Tuttavia, la strategia del governo Meloni non appare efficace nel modificare la situazione: l’unica via percorribile per ottenere un rinnovo del meccanismo di asilo europeo sarebbe una negoziazione tra Stati europei. Questo sarebbe in grado di portare ad un nuovo disegno strutturale dell’accoglienza europea e della gestione del diritto d’asilo, i quali ai sensi dei Trattati istitutivi va regolato a livello internazionale.

Superare il sistema di Dublino attraverso un processo diplomatico in seno alle istituzioni europee non appare infattibile. Nel giugno scorso è stato firmato il meccanismo di solidarietà volontario, un meccanismo per il quale 21 Stati dell’Unione europea si sono impegnati a ridistribuire al loro interno i richiedenti asilo. Il meccanismo di solidarietà volontario è un segnale importante, con il quale le principali potenze europee comunicano agli Stati di primo arrivo (Italia, Grecia, Cipro, Spagna) la loro disponibilità a innovare l’ingranaggio europeo.

I soli 6 Stati che non si sono mostrati disponibili a questa iniziativa sono: Polonia, Ungheria, Slovacchia, Austria, Danimarca, Lettonia, Estonia, Slovenia e Svezia. Tra loro sono presenti i membri del famoso gruppo Visegrad, con i quali Fratelli d’Italia negli ultimi anni ha stretto delle importanti alleanze nelle istituzioni europee. La modifica del sistema di Dublino appare infattibile finché non si convincono questi partner a cooperare per garantire un meccanismo europeo di accoglienza.

Se da un lato appare la volontà di Giorgia Meloni di andare in Europa “a testa alta” e difendere l’interesse nazionale, dall’altra parte la premier non può intervenire sulle policies europee a causa di contingenze internazionali o a causa delle posizioni dei propri alleati europei.  Il governo italiano chiede a gran voce la distribuzione dei richiedenti asilo, ma si ritrova impossibilitato a proporre modifiche strutturali dell’architettura UE in quanto verrebbero osteggiate dai suoi partner a Bruxelles e Strasburgo. Giorgia Meloni si trova di fronte ad un trade – off tra il ricercare una seria cooperazione europea, oppure garantirsi il sostegno in Europa dei propri alleati, i quali mal sopportano l’idea di una redistribuzione dei richiedenti asilo.

Probabilmente l’attuale esecutivo, sulla scia dell’esperienza del governo Conte uno, proverà a proporre una narrazione da vittima del sistema europeo, in modo da non perdere di attrattiva per il proprio elettorato. Le dichiarazioni del ministro Piantedosi e della premier Meloni tentano di far apparire il governo italiano come “castigato” dagli altri paesi europei, come costretto a ricevere tutti i migranti perché i paesi del nord non vogliono cooperare. 

Meloni ha guadagnato cospicui consensi all’opposizione assumendo un atteggiamento sovranista e anti – europeo, motivo per cui si è alleata con altre realtà politiche simili. La situazione ora sembrerebbe modificarsi pesantemente. Non potendo richiedere ai propri alleati europei, in quanto poco propensi all’accoglienza dei richiedenti asilo, un apporto cooperativo per superare la questione migratoria, il governo italiano si trova costretto a forzare il sistema con atti decisamente ambigui e al limite del diritto internazionale. 

Nella gestione dei flussi migratori e nella sua comunicazione politica il rischio è quello di scegliere la strada sovranista, di non perseguire una migliore cooperazione, ma di ricercare il consenso dei paesi maggiormente sovranisti e di indebolire le policies europee. Questo è, in definitiva, il quadro dell’approccio alle politiche europee del governo Meloni.In un momento di generale instabilità dove la cooperazione regionale dovrebbe essere incrementata per superare le future sfide, dalla crisi energetica al cambiamento climatico, il principale partito di governo italiano si trova alleato in Europa con gli Stati meno propensi alla cooperazione e al reciproco aiuto.

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