Le tre dimensioni della crisi macedone

La Macedonia è ormai da qualche mese attraversata da una crisi politica che può essere analizzata in più modi, esaminando la situazione politica interna, quella regionale, ma anche il contesto internazionale. Da quando Zoran Zaev, leader del primo partito di opposizione, ha reso pubbliche delle intercettazione che coinvolgono numerosi esponenti del governo, il Paese è in fermento: è un continuo susseguirsi di manifestazioni a supporto del governo o contro di esso. Ma la crisi, iniziata a febbraio, non è rimasta all’interno dei confini macedoni, rischiando così di rompere i delicati equilibri politici nei Balcani e di offrire nuove occasioni di tensione a USA e Russia.

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Gruevski, Zaev e le intercettazioni: l’inizio della crisi

Il 27 aprile 2014, il Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone ottiene per la quarta volta consecutiva la maggioranza dei seggi nel Sobranie, l’assemblea parlamentare della Macedonia. Incaricato di formare il governo è Nicola Gruevski, primo ministro dal lontano 2006, anno in cui per la prima volta prese le redini del paese senza più lasciarle.

Negli ultimi nove anni il partito di Gruevski ha preso il controllo dell’economia e dello Stato: quando vennero privatizzati i beni pubblici del Paese, uomini fedeli al partito sono stati favoriti nella loro acquisizione, al contempo il primo ministro elargiva importanti incarichi nel governo e nei servizi segreti ai suoi parenti più stretti.

La giovane repubblica macedone ha iniziato a trasformarsi sotto i governiGruevski in un’autocrazia: il potere nelle mani del primo ministro cresceva sempre di più, appoggiato dai media, mentre si consolidava un sistema di clientele e corruzione che coinvolgeva gli uomini a lui più vicini.

Nonostante ciò Gruevski è al capo del governo dal 2006 e dallo stesso anno il suo partito ha la maggioranza dei seggi in parlamento, indice che il paese non è poi così insoddisfatto del suo operato.

Il largo consenso popolare rischia di incrinarsi nove mesi dopo le ultime elezioni del 2014: nel mese di febbraio, Zoran Zaev pubblica numerose intercettazioni che rivelano abusi di potere, brogli elettorali, sperpero di fondi pubblici, spionaggio di massa e persino la copertura di un omicidio, tutti reati perpetrati da esponenti del governo Gruevski e dallo stesso primo ministro.

Zaev è il leader dell’Unione Socialdemocratica di Macedonia, primo partito di opposizione e secondo per numero di votanti nel paese, e la richiesta che avanza è chiara: Gruevski e il suo governo devono dimettersi.

Dopo la pubblicazione delle intercettazioni le piazze della Macedonia iniziano a riempirsi. Numerose manifestazioni organizzate portano in strada migliaia di persone, che gridano il loro sdegno nei confronti delle attività criminali del governo o in sostegno del primo ministro, considerato vittima di una cospirazione.

Gruevski non esita a rispondere alle accuse di Zaev, affermando che questi è al soldo di qualche potenza straniera, da cui ha ricevuto queste false intercettazioni con lo scopo di destabilizzare il paese.

Qualcosa però inizia a muoversi. Oltre alle piazze piene di manifestanti e ai botta e risposta al veleno tra i due esponenti politici, le cancellerie occidentali iniziano a impegnarsi per far trovare ai due contendenti una soluzione alla situazione ormai sempre più incendiaria. Siamo a maggio e in una piccola città a qualche chilometro dal confine serbo sta per accadere qualcosa che getterà nuova benzina sul fuoco della crisi politica macedone, aprendo nuove prospettive e facendo intervenire nuovi attori.

L’attentato di Kumanovo

I Balcani sono popolati da diversi gruppi etnici e religiosi che, nel corso della storia, hanno subito diversi rimescolamenti. Da quando, nel XIII secolo, sono stati dominati dall’Impero Ottomano, il discrimine utilizzato per differenziare la popolazione è stata la confessione religiosa prima e l’appartenenza etnica poi. Al contempo, le popolazioni che vivevano sotto il dominio dell’altra potenza regionale, l’Impero Asburgico, non ebbero mai possibilità di autogoverno. Con l’affermazione del nazionalismo nel corso del XIX secolo, i vari gruppi etnici iniziarono ad avanzare pretese alle potenze dominanti per una nuova conformazione delle entità politiche nei Balcani. Le richieste avanzate vennero nel corso del tempo soddisfatte, anche se non completamente: i confini degli stati-nazione che vennero a crearsi con la disgregazione dell’Impero Ottomano e di quello Asburgico dopo la Prima Guerra Mondiale, non accontentarono le diverse popolazione, spesso divise da una frontiera. Ciò comportò nel corso del XX secolo lo scoppio di numerose tensioni tra gruppi etnici, che spesso sfociarono in violenze e conflitti, che caratterizzarono la regione soprattutto sul finire del secolo, dopo la disgregazione della Jugoslavia.

Ancora oggi all’interno dei confini della Macedonia, il 25% della popolazione è di etnia albanese. Pur non avendo preso parte ai conflitti che attraversarono la regione nel corso degli anni ’90, la Repubblica di Macedonia visse un duro e violento confronto all’inizio del nuovo millennio, che contrappose la popolazione di etnia slava a quella di etnia albanese. I macedoni-albanesi reclamavano una maggiore rappresentanza politica all’interno del parlamento e maggiori diritti culturali e di educazione. Il confronto, che sfociò anche in lotta armata, si concluse grazie  agli accordi di Ocrida del 2001: con questi il governo garantiva maggiori diritti e rappresentanza politica alla popolazione di etnia albanese, che da parte sua rinunciava a qualsiasi velleità separatista.

Da allora la tensione tra popolazione slava e albanese in Macedonia si è sopita, ma la crisi politica interna che oggi il paese sta attraversando sembra aver riacceso il fuoco sotto la cenere.

Il 9 e 10 maggio, Kumanovo è stata teatro di una vera e propria battaglia che ha contrapposto le forze di polizia macedoni a un commando di circa settanta combattenti dell’UCK macedone, l’Esercito di Liberazione Nazionale, affiliato all’omonimo Esercito del Kosovo, uno dei protagonisti di quel conflitto che sconvolse la Macedonia all’inizio degli anni 2000. La “battaglia di Kumanovo” ha visto 22 morti, 8 poliziotti e 14 soldati dell’UCK.

Le reazioni ai fatti avvenuti nella cittadina a pochi chilometri dal confine con la Serbia sono state le più disparate.

Il primo ministro Gruevski ha denunciato fortemente gli scontri di Kumanovo, definendoli un “attacco terroristico” che vuole riaccendere le tensioni etniche all’interno del paese. Allo stesso tempo il suo rivale Zaev, pur condannando gli avvenimenti, manifesta la paura che Gruevski utilizzi la minaccia di un nemico esterno per ricompattare l’opinione pubblica nazionale, mettendo in secondo piano lo scandalo intercettazioni.

Ma la guerriglia tra le strade di Kumanovo non interessa solamente la Macedonia.

Oltre il confine a pochi chilometri dalla cittadina macedone, il primo ministro della Serbia, Aleksander Vucic, ha affermato di essere preoccupato da un possibile “effetto contagio”. Vucic e il governo serbo stanno utilizzando gli scontri avvenuti in Macedonia per focalizzare l’interesse dell’opinione pubblica sulla minaccia della “Grande Albania”, distogliendo così l’attenzione popolare dai dolorosi compromessi che la Serbia sta accettando nel corso dei negoziati con il Kosovo. La tensione dunque non viene utilizzata per inasprire la retorica sul Kosovo, anche se i vertici politici e militari ritengono che l’organizzazione dell’attacco a Kumanovo abbia avuto origine proprio nello stato indipendente dalla Serbia nel 2008. Questo atteggiamento delle istituzioni permette alla Serbia di presentarsi come fautrice di stabilità regionale, soprattutto agli occhi di Ue e Usa. Vucic non ha preso posizione di rottura neanche nei confronti della crisi politica in corso a Skopje: il governo serbo continua ad intrattenere relazioni normali con il governo macedone, che non cambierebbero in caso di mutamenti nella sua composizione.

Dal canto loro, le istituzioni kosovare prendono le distanze da qualsiasi coinvolgimento nella vicenda, pur essendo presenti numerosi kosovari all’interno del gruppo armato protagonista della guerriglia.

Ma ciò non serve a fugare le paure della “Grande Albania”. Tirana infatti non ha mai abbandonato l’idea di costituire nei Balcani meridionali uno stato etnicamente omogeneo che nasca dall’annessione all’Albania dei territori di popolati da albanesi in Kosovo, Serbia, Montenegro, Grecia e Macedonia. Lo scorso marzo il presidente albanese, Edi Rama, ha affermato di confidare nell’unificazione di Albania e Kosovo, da far avvenire dopo l’ammissione dello stato nell’Unione Europea.

La posizione dell’Ue riguardo la “Grande Albania” ancora non è chiara, sebbene la Serbia, affiancata dalla Russia, abbia accusato l’Unione di tollerare oltremodo il comportamento delle comunità albanesi fuori dall’Albania. L’Ue nel 2008 ha appoggiato la separazione del Kosovo dalla Serbia, sostenendo il referendum per l’indipendenza di Pristina da Belgrado, pur trovando voci contrarie al suo interno, come Spagna e Grecia. Ma ad oggi, con la crisi in Crimea con la Russia, un’ipotetica unificazione di Kosovo e Albania creerebbe più di qualche imbarazzo nell’UE e nella Nato: se l’annessione albanese del Kosovo venisse riconosciuta, verrebbero contraddette un anno di sanzioni e ritorsioni economiche contro la Russia, dopo l’annessione della Crimea. Russia che non perde l’occasione di giocare un ruolo importante anche nella crisi che sta attraversando oggi la Macedonia e i Balcani.

Un nuovo scenario di crisi?

Nei giorni successivi all’attentato di Kumanovo, si sono susseguiti colloqui tra Gruevski e Zaev per cercare di risolvere la crisi politica del Paese che ormai era sfociata nella violenza. Un importante ruolo è stato giocato anche dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, che si sono impegnati nel dare occasione ai due contendenti di confrontarsi.

La posizione del leader dell’USM è chiarissima: Zaev chiede le dimissioni del primo ministro e la formazione di un governo tecnico che possa, entro un anno, portare il paese ad elezioni anticipate. Tale governo, oltre a gestire la transizione del paese verso una più piena democrazia, dovrebbe anche cambiare la politica interna ed estera del paese. Il piano di Zaev può contare sull’appoggio di Ue ed Usa, che gradirebbero un cambiamento della politica estera filo-russa del paese.

Altrettanto decisa è stata la risposta di Gruevski, che al primo colloquio post-Kumanovo ha portato allo sfidante le dimissioni del Ministro dell’Interno, del ministro dell’industria e del Capo dei Servizi Segreti, personaggi coinvolti nello scandalo intercettazioni, oltre che responsabili della cattiva gestione dell’ordine pubblico a Kumanovo. Tuttavia, pur dichiarandosi disponibile a un rimpasto di governo, è inflessibile sul non voler rassegnare le dimissioni e accusa il rivale di essere al servizio di qualche potenza straniera che vuole servirsi di lui per destabilizzare il paese. Fallito il primo colloquio del 15 maggio, l’Unione Europea si è offerta come mediatrice, invitando Gruevski e Zaev a Strasburgo per un nuovo confronto. Questo nuovo incontro si è tenuto il 19 maggio, ma anche a Strasburgo non si è trovata nessuna soluzione per disinnescare la crisi politica.

Il giorno successivo, 20 maggio, è il Ministro degli Esteri russo a scombinare ulteriormente le carte. Lavrov infatti ha dichiarato dinnanzi al Consiglio della Federazione che la crisi in Macedonia è stata orchestrata all’estero per destabilizzare il governo vicino a Mosca, così come avvenuto in Ucraina.

Le dichiarazioni di Lavrov aprono un nuovo scenario nella crisi macedone, che va così a coinvolgere, oltre gli equilibri politici interni e regionali, anche il confronto Usa-Russia in Europa Orientale.

Il governo Gruevski , pur avendo come obbiettivi l’ingresso della Macedonia nell’Unione Europea e nella Nato, non ha preso la posizione di Ue e Usa nei confronti della Russia, dopo l’annessione della Crimea. La Macedonia non ha preso parte alle sanzioni economiche alla Russia, che ora si mostra preoccupata per un possibile cambio di governo, e per questo accusa Zaev di essere una marionetta in mano a potenze straniere. Ma oltre alle sanzioni è in gioco un altra questione forse più importante per la politica estera russa. Il governo Gruevski ormai da qualche mese è in trattativa con Gazprom per la realizzazione del TurkishStream, il gasdotto che permetterebbe al gas russo di arrivare nei Balcani non attraversando l’Ucraina, ma passando per la Turchia e -probabilmente- la Grecia. Il progetto, ideato dopo il fallimento del South Stream, è fondamentale sia per trovare un nuovo mercato per il gas russo, sia per la fornitura energetica dell’intera regione.